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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







POESIE ESTEMPORANEE

Poeta si e no.

Poeta S. Filippo? Poeta o di mestiere o di arte, nel senso comune, no.

La poesia, come acqua dalla fonte che si può raccogliere in tanti vasi diversi, si raccoglie nella parola, in versi o senza versi, e in mille altre forme.

La poesia si raccoglie e si condensa anche in un gesto, in una trovata.

S. Filippo infatti non scrisse poesie, con o senza versi, e di lui abbiamo solamente un sonetto: gli altri che gli si attribuiscono, probabilmente non sono di lui.

Avrà scritto, magari da giovane, quando si commettono questi peccati, dei versi poi perduti: niente male!

La vera e più grande poesia di Filippo è quella fresca che scorre nella sua vita e si esprime in gesti, fatti, parole. Poesia bellissima è per esempio la lettera che abbiamo riportato innanzi e che egli scrisse a Madonna Fiora...

Raccogliamo qui alcuni dei suoi giochi, scattati come scatta una poesia estemporanea, in un momento felice.

La gallina e la penitenza.

C'era una donna che con molta facilità mormorava, diceva male delle persone e, magari, calunniava, in buona fede.

Era una maldicente un po' incallita e S. Filippo non trovava mezzo per farla rinsavire: raccomandazioni, minacce, gridate, niente valeva.

La donna non arrivava a comprendere la gravità della sua condotta, perché la malvagità di quello che faceva, poteva essere sì riconosciuta nella mente, ma non passava nella sua sensibilità.

Un giorno S. Filippo, in un lampo di genialità, afferrò come a volo un rimedio che doveva appunto trascrivere nella sensibilità della poveretta la realtà dei peccati, che essa non riconosceva bene.

Dopo averla ascoltata e aver sentito che ancora una volta essa aveva ecceduto in quel suo brutto vizio della maldicenza, le disse:

- Senti linguacciuta: io ti darò ora una penitenza più leggera delle altre volte per incoraggiarti a fare qualche sforzo per emendarti, almeno un poco, ma questa penitenza la devi fare con molta diligenza.

Andata a casa, prenderai una delle tue galline o la comprerai...

- E la porterò a voi P. Filippo?

- Bestiaccia, balorda che sei! A me no! Senti, fammi parlare.

- Prenderai quella gallina, comunque sia, e poi verrai da me: per via però spennerai ben bene la gallina di modo che non deve restare neppure una di quelle piume che sembrano lanuggine: ti raccomando.

Io poi la gallina te la renderò e ne farai l'uso che vorrai, per la penitenza però è necessario che tu la porti a me e veda se hai fatto il servizio bene.

- Farò proprio così P. Filippo!

Così disse con le labbra ma nel suo cuore andava domandandosi: che razza di penitenza è mai questa? Il P. Filippo se non è stato pazzo sinora, l'è diventato ora. Venne il giorno della penitenza e la donna era soddisfatta e mise innanzi la gallina spennata per farla bene osservare al Santo.

Filippo, senza indugiarsi in altro, disse decisamente:

- Va benissimo, ma la penitenza non è ancora completa: e tu farai così; ritornerai su i tuoi passi, rifarai la via di casa tua senza cambiare strada, raccoglierai tutte le penne dalla prima all'ultima, le metterai insieme e me le porterai qui.

- Mamma mia! E come farò, caro Padre, a raccogliere le penne?

- E come farò io, cara figliola, a darti l'assoluzione se tu non raccoglierai le penne? Ricordati che senza l'assoluzione ti resta il peccato e, quando sarai morta, ti resta l'inferno: non c'è via di mezzo.

- Io sono disperata, io sono dannata! come farò?

- A tutto questo ci dovevi pensar prima, maldicente impertinente. Se non puoi raccogliere le penne di una gallinella, come raccoglierai le maldicenze che fanno male a tanta gente, tanto più che le maldicenze che tu dici, le altre persone le portano lontano lontano, dove tu non pensi?

- (singhiozzi della donna)

- Va bene: per questa volta ti darò l'assoluzione, ma spero che avrai ben capito.

Il silenziatore della bocca.

Capita una donna a Filippo e comincia a parlare concitata

- P. Filippo non ne posso più con quell'animale di mio marito, anzi di quel demonio!

- Cosa ti fa? Ti vuole ammazzare forse?

- Ammazzare no veramente, ma poco ci manca: immaginate P. Filippo che mi insulta, mi minaccia, cerca pretesti di litigare e, qualche volta, mi percuote anche. Io naturalmente, mi debbo difendere e gliene dico tante, perchè se non facessi così, guai... E poi io ho ragione.

- Io pure, madonna, ti do ragione; ma voglio darti un'acqua miracolosa che ti darà vittoria su tuo marito. Detto questo, il Santo va a prendere una boccetta d'acqua da una brocca: era acqua da bere, ma la donna non vide questa operazione.

Il Santo tornato con la bottiglia piena d'acqua, con un certo senso di mistero, la dette alla poveretta e le disse, con un'aria ancora di mistero:

- Questa è un'acqua miracolosa: quando tuo marito comincia a litigare, tu sveltamente, magari senza farti vedere, metti un boccone d'acqua in bocca, però non inghiottirla, ma tienila quanto più puoi in bocca. Quando poi non puoi più tenere quell'acqua, un'altro boccone e così di seguito se tuo marito seguita a litigare...

La donna, fiduciosa nel Santo, andò a casa e l'occasione di litigio sorse presto: essa poi esegui l'ordine del Santo e mentre il marito s'infuriava magari a gridare, essa faceva la manovra con la bocca e con l'acqua.

Il marito, non sentendosi rispondere, o rabbonito o pensando di essere vittorioso o immaginandosi che la donna fosse pentita, si calmava o se ne andava e tutto era finito.

La donna ritenne quello stratagemma un miracolo e non finiva di ringraziare il Santo e di parlarne alle altre donne.

Il cappello inchiodato sul capo.

S. Filippo, per suo temperamento e anche per le finalità del suo ministero, cercava di avere rapporti cordiali con tutti e quando questi rapporti non erano cordiali, s'industriava in tutti i modi di renderli tali.

Capitò che un giovane, che lo aveva avvicinato in altri tempi, passando per la via, una volta, vide Filippo e, non solo non si fermò a scambiare qualche parola, come il solito, ma neppure volse lo sguardo e salutò.

Insomma, dall'insieme dell'attegiamento, si poteva pensare che il giovane fosse imbronciato contro Filippo: i giovani prendono di queste impuntature.

Il Santo non si offende, non si scoraggia e pensa: come un raggio di sole tra le nuvole gli balena un pensiero: si volge verso di lui con un volto simile a chi è preoccupato e dice:

- Oh, senti senti... come mai si vede un chiodo lungo sul tuo cappello?

L'altro si ferma sorpreso, si volge verso il Santo e, contemporaneamente prende il cappello lo rigira su una mano, guarda tutto intorno e non vede chiodo...

Allora, ancora più sorpreso, dice al Santo:

- Come mai Padre mi dice che ho un chiodo lungo sul cappello? Scusi, ma Lei lo ha visto nella sua mente... Come mai un chiodo per dritto si può reggere sul cappello!

- Io non ti sto a spiegare la cosa, caro mio, ma poiché non sapevo persuadermi che tu potendo salutarmi non mi hai salutato, ho pensato, per tua scusa, sai, che avessi il cappello inchiodato in testa!

Una reciproca risata fu la spiegazione naturale: si compresero e se una piccola nube c'era stata, essa era sparita immediatamente.

Un esame di coscienza fatto da Gesù in persona...

Un giovane era venuto da Filippo a confessarsi e si confessò infatti.

Ma la sua non fu una confessione sacramentale, come si dice: l'accusa di una persona che si sente colpevole. Diceva le sue colpe, il figliolo, come uno che racconti una sua passeggiata senza nessun cenno di pentimento, senza nessun segno di rammarico: i peccati erano poi gravucci e parecchi, e pareva anche che il giovane ne dicesse qualcuno come una bravura.

Filippo comprese che quel giovane non era pentito, non era compreso del male che aveva fatto, che non ci poteva essere vero proponimento ed allora ecco un rimedio efficacissimo anch'esso scoccato nella mente come un lampo.

- Senti, mio caro, io ho una cosa urgentissima da fare e devi aspettarmi un po' : fermati qui, dinanzi a questo bel Crocifisso e stai a guardarlo.

Filippo andò via e passarono parecchi minuti e poi altri ancora e poi un bel pezzo: stava in camera a pregare. L'altro dinanzi al Crocifisso un po' stette a guardare pazientemente, un po’, con noia, ma poiché Filippo non arrivava cominciò a pensare.

Il Signore, rifletteva fra se stesso, fu ridotto così, per i nostri peccati, per i peccati miei... Sarà stato un gran brutto dolore, quella crocifissione di tre ore... E poi tutto il resto.

In breve, senza volerlo, l'uomo fece una grande meditazione sulla passione e alla fine fu commosso e baciava il Crocifisso e quasi piangeva.

Allora Filippo tornò, lo vide, comprese che ora il peccatore era preparato.

Certo intervenne la grazia ed anche la preghiera di Filippo, ma il procedimento per arrivarci non perde nulla della sua originalità giocosa.

La congiura di due santi a danno di un giovane...

Uno dei tanti giovani che frequentava Filippo, era un po' vanitosetto: se fosse stato semplicemente un po' elegante non guastava, per uno che voleva apprendere di fare la vita di perfezione, ma la vanità, quella non stava bene. Aveva un bel ciuffo, come si usava in quel tempo, ma troppo ben curato...

S. Filippo gli fece capire che quella cosa non andava bene e che bisognava mettersi in regola.

- Faremo così, disse il Santo, tu andrai da un buon religioso, un certo Fra Felice al tale convento dei Cappuccini, lo farai chiamare e gli dirai che ti ho mandato io: sempre a nome mio, lo pregherai di aggiustarti i capelli, ciò che lui farà gratis.

S. Filippo, che da parecchio aveva pensato al tranello, aveva anche detto a Fra Felice di tosare il giovane come una patata mondata.

Tutto avvenne così, e il povero giovane ritornò al Santo che dovette non poco ridere con quelli che si trovavano presenti, ma fu forte e portò la cosa pazientemente.

Scena muta fra un lupo ed un agnello.

Predicava in Roma nella Chiesa di Aracaeli un certo P. Alfonso cappuccino, oratore sacro famosissimo e che passava continuamente sui più grandi pulpiti d'Italia commoveva le folle e le riconduceva alla pratica della vita cristiana: estenuato dai digiuni, con la sua figura ascetica, produceva un'impressione grandissima.

Forse per l'irruenza con cui il P. Alfonso si scagliava contro il peccato ed i peccatori, lo chiamarono col nome di P. Lupo: nessuno più conosceva il suo vero nome ma tutti lo sapevano come P. Lupo.

Il successo che egli stava ottenendo in Roma ad Aracaeli non era minore degli altri ottenuti a Milano, Genova ecc...

Al momento buono, S. Filippo lo andò a trovare e, assumendo un contegno autorevole e facendo il viso severo, gli si mise di fronte e, senza tanti altri complimenti, gli disse:

- Siete voi quel Fra Lupo, predicatore che dicono così famoso?

- Sì, Padre.

- Ebbene credete voi, per l'applauso che avete nel mondo, di essere quel gran predicatore che vi credete? Sappiate che il pavoneggiarsi sui pulpiti, non significa essere un grande oratore!... Credete voi che in Italia non vi siano predicatori migliori di voi che sono nello stesso tempo dotti e santi come voi non siete?

Mentre Filippo parlava con impeto, una scena curiosa succedeva tra quelli che erano intorno: alcuni non sapevano se quella fosse realtà o sogno :alcuni pensavano che Filippo fosse un pazzo: alcuni erano mortificati per le insolenze dette ad un uomo che godeva grande stima universale: solo qualche seguace di Filippo pensava che quella non era una tragedia e che tutto sarebbe finito allegramente.

P. Lupo sotto la pioggia delle parole di Filippo, stava col capo chino, commosso.

Quando il Santo ebbe finito di tempestarlo, Fra Lupo si buttò in ginocchio e con molte lagrime disse:

- O Padre Filippo, si veramente avete ragione: avete detto la verità...

Forse avrebbe seguitato, ma Filippo smessa la sua maschera di austerità e di risentimento, con allegrezza l'abbracciò, lo baciò e disse:

- Seguitate pure o Padre a predicare il Vangelo di Gesù come avete fatto finora e pregate Iddio per me. Senza dire altro si parti e tutto fini in una gioia ed in uno stupore di paradiso.

La mula e l'asino.

S. Filippo, con la sua disinvoltura, quando era il caso, andava anche in carrozza e si serviva di ogni mezzo, con la stessa semplicità con cui andava a piedi.

Una volta, poiché le vie erano impraticabili, ed egli doveva recarsi in un certo luogo, per la sua opera di bene, non esitò a servirsi di una mula.

Il cavaliere ad un certo punto ecco che incontra Fra Felice che veniva dalla parte opposta.

Filippo fermò la mula e ci fu uno scambio di parole, alla fine delle quali il Frate analfabeta ma spiritoso disse a Filippo:

- Si potrebbe dire che, una volta tanto, un'asino è a cavallo di una mula.

- Bravo Fra Felice, mai hai detto una verità così grande.

Come tutti i colloqui e gli incontri dei due Santi, anche questo fu rapidissimo, ma più efficace e divertente di un dramma.

Gli occhiali.

Una volta, Filippo si trovava per via accompagnato da un bel gruppo di discepoli, quando viene di contro un giovanetto, che fa per baciargli la mano.

Subito Filippo inventa una storia e dice al ragazzo:

- Senti, figliolo, tu devi andare a tal posto, dalla tale persona e dire questo e questo: e mentre nominava luoghi e persone, tirò di tasca un paio di occhiali di quelli che portavano i dottori e li mise sul nasino del ragazzo e poi gli disse con tono di comando: va!

Le risa dei presenti allo spettacolo del giovinetto occhialuto e i commenti di quelli che passavano, ognuno li può immaginare.

La persona, alla,quale poi si presentò, avrà forse conosciuto Filippo e si sarà divertita un mondo, alla vista di quell'insolito messaggero.

Ma quella non fu la sola volta; fu l'occasione di far trovare un mezzo strategico per tante operazioni. Filippo si forni di un bel numero di lenti e le portava sempre in tasca: quando era il caso o gliene veniva l'estro, le metteva sul naso di questo e di quello per uno scopo determinato, come per non essere stretto da vicino o per fare allontanare qualche persona o per mortificare, ma sempre a scopo santo.

Capitava talvolta che questa o quella buona cristiana incontrava Filippo e si gettava ai suoi piedi per avere la benedizione e baciare la mano.

Filippo tirava fuori le lenti e le aggiustava sul naso della devota.

Ciò fece passare a più di una la voglia della benedizione e del bacio della mano che non erano graditi troppo.

Un annunzio di morte in una scena allegra.

Il Santo, come abbiamo visto e come vedremo altre volte ancora, aveva la capacità di trattare col suo umorismo, pur senza, profanazione, cose sacre o solenni come la morte.

Figliolo spirituale tra i maggiori di Filippo era Costanzo Tassone, che il Santo aveva convertito, traendolo dalle vie del mondo.

Tornando questo bravo uomo a Roma da Milano, si fermò con la sua cavalcatura, dinanzi alla casa di S. Girolamo della Carità per andare dal Santo prima che da ogni altro.

Qualcuno che stava alla finestra e che lo conosceva, subito si ritirò e disse al Santo: Padre Filippo, è arrivato Costanzo Tassone, è giù nella via ed ora scende dalla cavalcatura.

Il Tassone era ammalato da parecchio e la sua malattia era inguaribile: può darsi che S. Filippo sapesse la cosa per via naturale o per lume divino, come noi pensiamo, e perciò sapeva ancora che sarebbe morto fra poco.

Il Santo pensò subito ad un modo di farglielo sapere, ma senza dirlo.

Comandò a due giovanetti che si trovavano con lui, Ottavio Paravicino e Germanico Fedeli: stendetevi dinanzi alla porta, in modo da sbarrare il passaggio, ma non vi movete, fate i morti.

I due giovanetti ubbidirono.

Passarono pochi minuti e arrivò Costanzo, il quale vide quella scena e si fermò.

In un primo momento restò sorpreso, ma poi la somiglianza dei due giovinetti a due cadaveri stesi per terra, gli fece balenare l'idea della morte in genere: fu facile, riportare quell'idea di morte alla morte propria. Costanzo superò il momento di imbarazzo, scavalcò i corpi stesi per terra e si buttò commosso tra le braccia di Filippo commosso.

I loro occhi si spiegarono tutto: ora Costanzo era certo che sarebbe morto tra poco, come realmente avvenne. Quell'annunzio di morte, dato in una maniera apparentemente strana e apparentemente giocosa, tolse il disagio di un annunzio doloroso.

Un pauroso.

L'intraprendere la scuola dei giochi per la libertà dell'anima richiedeva, almeno al principio, un certo coraggio, come quello di un malato che intraprende una cura dolorosa o di uno che dev'essere operato e deve sottomettersi ai ferri dei chirurgi.

S. Filippo con quella discrezione degli spiriti, che aveva così profonda, non sottometteva alla cura dolorosa o all'operazione anime timide, paurose, che non si potevano condurre alla conquista della libertà dai giudizi e pregiudizi umani.

Egli per tanto non provava neppure certi temperamenti: diamo qui il nome di due che furono lungamente suoi discepoli e seguaci, il P. Gianfrancesco Bordini e il P. Antonio Talpa.

Qualche volta, provava o perchè realmente era incerto della capacità del paziente o per mettere in evidenza questa incapacità.

Un nobile giovane guardò per un certo tempo, con ammirazione, il movimento degli « spirituali » o dei pazzi e gli pareva bello essere uno di loro, perché in fondo, quella loro austerità seduceva e poi essi erano circondati da un alone di simpatia, sebbene tra molte contraddizioni.

Si presentò dunque questo giovane di cui non sappiamo il nome, e pregò chiaramente S. Filippo di metterlo fra i suoi.

S. Fillippo, da poche domande, comprese anche che il giovane aveva ancora un'idea poco chiara dell'impresa che voleva intraprendere: traspariva inoltre un certo senso di orgoglio ed un attaccamento al mondo.

Tuttavia chiese permesso al giovane, andò in camera e prese una bella e lunga coda di volpe, e la mise in evidenza dinanzi agli occhi del postulante e disse: Guarda come è bella questa coda di volpe! Tu devi cominciare la tua nuova vita in questa maniera: ti attaccherai dietro sulla veste questa coda proprio al posto dove l'aveva la volpe a cui apparteneva.

In questa maniera, percorrerai le vie del rione ed anche, se ti piace, uscirai fuori: vedi, sarà una bellissima cosa. Man mano che Filippo parlava, il volto del giovane si oscurava ed alla fine, quando il Santo ebbe finito, disse indignato: P. Filippo io sono un giovane onorato e serio! Io non fo simili pazzie!... Detto ciò voltò le spalle e andò via.

Ciò dette a Filippo ed agli altri la prova che il giovane, contrariamente a quello che sembrava, era un debole, un vile ed aveva paura di essere creduto pazzo o di fare una brutta figura, subiva la tirannia del rispetto umano e non aveva il coraggio di riscattare la sua libertà.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it