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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







I GIOCHI DRAMMATICI

Un pazzo che fa diventar pazzi gli altri.

Man mano che Filippo andava innanzi, i suoi giochi diventavano sempre più complessi, drammatici, e certe volte, audaci.

Molti suoi contemporanei, lo giudicarono male e qualcuno dovette pensare che se egli non era pazzo del tutto, avesse almeno molte rotelle spostate.

Leggendo molti degli episodi detti innanzi, la domanda di un tempo potrebbe, forse, essere fatta anche oggi: per non essere poco rispettosi, si potrebbe supporre un originale di nuovo genere.

Se uno oggi si facesse radere i capelli del capo, ma da una parte sola, come egli si fece tagliare la barba, non sarebbe internato in un manicomio?

Pensiamo che oggi neanche un pazzo dichiarato tale dai medici, avrebbe il coraggio di farsi radere in quella maniera.

Ma la cosa più paradossale è che, col passare del tempo e di fronte a giochi sempre più pericolosi... per la stima, la folla dei suoi seguaci cresceva e così cresceva l'opinione della sua santità, fino al punto che una moltitudine di centinaie di persone lo seguiva per le vie di Roma.

Molti di questi seguaci poi diventavano pazzi anch'essi... a modo di Filippo.

Un principe serve il suo servo.

Tra i seguaci più in vista di Filippo, fu Giambattista Salviati, nipote di Leone S, parente piuttosto stretto di Caterina de' Medici, Regina di Francia, e fratello di un Cardinale.

Questo Giambattista non era uno stinco di santo: era un uomo rotto al vizio, che vestiva sempre lussuosamente, accompagnato per lo più da una turba di servi, pronti a venire anche alle mani per il loro signore.

Filippo lo ridusse ad essere un galantuomo e poi un perfetto cristiano.

Il Santo mandava, specialmente nei giorni festivi, trenta o quaranta dei suoi pazzi, divisi in varie categorie, a servire i malati negli ospedali e cioè a fare i letti, scopare, pulire scodelle, vuotare i vasi di ogni genere, pulire e lavare gli ammalati stessi e, talvolta, ammazzare qualche animaletto che non era raro trovare.

In quel tempo, questi servizi erano i più schifati, come gli ospedali erano i luoghi tenuti in più grande orrore. L'ufficio di infermiere era considerato vilissimo e vi si adattavano solo alcuni che non trovavano altro mezzo da vivere.

Il Salviati come tutti gli altri, indistintamente, era uno dei mobilitati da Filippo, ed una volta gli toccò di andare all'ospedale della Consolazione.

Vi trovò un suo vecchio servitore, che s'era ridotto là perché a quei tempi non v'era a chi ricorrere quando un servo o per vecchiaia o per malattia doveva lasciare il servizio.

Il Salviati, come lo scorse, si avvicinò al suo letto e gli disse:

- Fammi il favore, alzati, ché ti voglio rifare il letto.

Il vecchio servo che nulla sapeva della pazzia del suo borioso padrone di un tempo, si credette preso in giro e disse offeso:

- Oh! signor Giambattista, non è questo il tempo di burlarsi dei poveri servitori: lasciatemi in pace.

- Sai, dico davvero io, proprio ti voglio rifare il letto. - Ma via non insistete: vi conosco abbastanza.

- Ma sì ...

- Ma no ...

Era una scena gustosa e quelli che stavano attorno se la godevano: alla fine il vecchio servo, un po' perché abituato ad obbedire, e perché seccato, si alzò.

Il vecchio malato intanto guardava con gli occhi sgranati il signore di un tempo, che faceva con grazia, con amore quello che fanno tutti gli infermieri: guardava come avrebbe guardato un orso diventato agnello.

Altri pazzi ed altre pazzie.

Una volta, venne al consueto convegno, uno di questi pazzi con un bel vestito nuovo, del quale evidentemente si pavoneggiava.

Il Santo, dopo che l'ebbe squadrato ben bene, con finto compiacimento, gli disse amabilmente, come uno che vuol fare un complimento:

- Senti, caro, tu devi andare a S. Maria Maggiore, devi metterti alla porta principale della Chiesa e devi chiedere l'elemosina a quelli che entrano.

L'altro non fiatò e già si avviava come se fosse stato mandato ad una impresa onorevole o ad un pranzo di festa.

- Senti ancora, riprese il Santo, oggi tu non devi mangiare altro che quello che ti daranno per elemosina.

L'altro, zitto ed allegro, se ne andò e si piazzò al luogo detto, come un monumento.

Passarono alcuni minuti e Filippo chiamò due o tre altri pazzi e disse loro, come se avesse fatto un'invenzione importante

- Andate dove il nostro amico cerca l'elemosina e uno per volta, di tanto in tanto, accostatevi a lui e ditegli delle insolenze, su per giù:

- Come, con questo bel vestito non ti vergogni di chiedere l'elemosina?

- Fannullone, così vuoi mangiare il pane a sbafo? - Questo è rubare il danaro alla povera gente!... Il paziente non rispondeva...

Stette parecchio, fino alla fine delle Messe, a casa mangiò quello che aveva accattano e, l'indomani tornò a Filippo come un trionfatore.

Tutti manovali.

Fino al 1557, Filippo riuniva i suoi pazzi nella piccola camera da letto. Divenuta questa insufficiente, con il permesso dei superiori della casa di S. Girolamo della Carità, dove era ospite, edificò un locale per le riunioni, sopra la piccola chiesa, e quel locale, dalle pratiche che vi si facevano, fu chiamato Oratorio.

Mancavano i mezzi per pagare gente ed acquistare materiale, e cosa ti fa Filippo?

Un bel giorno dice ai suoi pazzi: vedete questo materiale che ho acquistato con debito? Pietre, mattoni, calce, travi? Bisogna portarlo su per costruire la nostra sala.

Detto fatto, e quelle persone che, altra volta, avrebbero avuto vergogna di caricarsi di una cesta di fiori o di frutta sulle spalle, quando erano savi... cominciarono a caricarsi di pietre, di mattoni e tutta quell'altra roba detta innanzi, come tanti manovali abituati al mestiere.

Avresti veduto un medico famoso, Giambattista, Modio, scrittore elegante, benché poco corretto, libertino e gaudente, come un garzone di muratore, andare su e giù a gara con gli altri, che lo guardavano stupefatti.

Avresti veduto un elegantone, uomo bellissimo, per altro, un certo Francesco Maria Tarugi, parente dei due Papi Giulio III e Marcello II, con le sue vesti fiammanti e l'aspetto di gran signore, non farsi vincere dagli altri nel far presto.

Avresti visto un giovane piuttosto sconosciuto, Cesare Baronio, studente di legge, spiegare uno zelo straordinario in quel lavoro così poco delicato.

E tutti quanti, pezzi grossi e povera gente, fraternizzavano, ridevano, scherzavano come se avessero servito il Papa in persona.

“Netturbini”.

Un giorno i pazzi, attorno al loro capo andarono, in una chiesa e Filippo osservò che dinanzi alla chiesa stessa era molta immondizia.

Egli disse allora a Marcello Vitelleschi, nobile romano - Marcello, subito, tu con qualche altro, pulisci qui innanzi alla porta e spazza tutto il piazzale.

- Ma non abbiamo scope.

- Procuratevele, balordi, dalle case vicine e poi le restituirete.

La cosa fu presto fatta e l'immondizia ammucchiata da una parte.

- Bel lavoro, davvero, osservò Filippo, quando vide ciò: i monelli spargeranno subito quella immondizia: raccoglietela alla meglio e portatela via.

E quelli subito senza parlare s'affaticarono gioiosamente, magari con le mani, in mancanza di palette.

Ciò non accadde una sola volta.

Domande curiose ma assennate

- Perchè queste pazzie, potrebbe chiedere qualcuno? Non si può esser buoni, far bene, magari farsi santi, senza queste stranezze?

- Queste pazzie servono, nella tecnica della santità, per Filippo ad una cosa molto grande: la conquista della libertà!

- Di quale libertà? Sono in carcere quelli che fanno queste cose e perciò hanno bisogno di questo mezzo per uscire da galera?

- Essi, come quasi tutti, purtroppo hanno bisogno di conquistare la libertà dalla schiavitù della pubblica opinione.

Gli uomini scio, più o meno, quasi tutti schiavi della pubblica opinione.

Ci rattristiamo, se uno dice male di noi: ci rallegriamo se ne dice bene, anche se non è vero!

Noi siamo sempre alla ricerca della lode dagli altri, fuggiamo ogni critica, ogni biasimo.

Più disgraziati dei mendicanti che chiedono pane, noi andiamo accattando il bene, bravo, evviva, e cioè, quella cosa inesistente che per usa e consumo di poeti ed altra gente simile, con un termine grosso, si chiama gloria, con termine più vero si chiama vana gloria e, con termine giusto, vanità.

Noi facciamo dipendere la nostra felicità o infelicità dall'opinione degli altri.

Questa opinione degli altri è il nostro padrone, il nostro idolo.

Noi ci vergogniamo, talvolta, anche di cose sante e belle come, per esempio, di apparire religiosi, pii, in un ambiente miscredentè, e rinneghiamo Dio.

Fingiamo invece di essere buoni con quelli che sono buoni e religiosi, facciamo anche i bigotti, quando dobbiamo attirarci la benevolenza di persone di chiesa, sempre per quella tirannia dell'opinione degli altri su di noi. Mentiamo per essere stimati, commettiamo tutte le viltà per accaparrarci l'opinione pubblica.

I poeti, i guerrieri, i politici, tutti quelli insomma che fanno a pugni per aprirsi una via, perchè si agitano tanto? Per il bene pubblico forse?

No! Per mettersi in mostra e far dire. quello è un grande uomo!

Molti si dànno da fare, similmente, con tutte le arti lecite o illecite per ammucchiare quattrini, ma anche i quattrini sono una scala per salire in alto ed emergere, nella fiera universale della vita.

Vi sono anche altri, i più crediamo, i quali commettono la vigliaccheria più grande, quella di uccidersi o per aver fatto una brutta figura, o per evitarla, o perchè credono che l'uccidersi possa essere quasi un atto di eroismo.

I casi di questo genere sono innumerevoli e noi ne abbiamo una documentazione molto ampia: citiamo qualche episodio, tacendo, quando è necessario, il nome.

Una giovane tentò di suicidarsi per la morte di quell'attore tanto popolare Mario Riva.

Un giovane, avendo avuto una sospensione dalla scuola, si suicidò lasciando un biglietto in cui diceva di aver fatto ciò per non dare un dispiacere alla mamma ed intanto ne dava uno grandissimo.

Un altro che si vantava di essere il più grande nuotatore del Tevere, vi si buttò da un ponte per provare la sua bravura e vi morì.

Una donna abbastanza conosciuta Eveline Mahyère vuol vivere ma non ci riesce e si ammazza.

La colpa di questa mentalità che fa ritenere il suicidio un atto eroico è dovuta in gran parte ai giornali che dei suicidi più ingiustificati e sciocchi fanno un quadro o drammatico o sentimentale o, comunque, non quale dovrebbe essere, col mettere i fatti nel giusto colore.

C'è qualche prova anche più esplicita: una poveretta napoletana che vivacchiava col vendere castagne arrostite, un giorno tentò di suicidarsi ma poté essere salvata: dopo dichiarò di volersi uccidere per far parlare di sé, ed essere messa sul giornale.

Che questa, mania di volere apparire più degli altri sia molte volte il motivo principale, si deduce anche da un'esagerazione che si crederebbe impossibile: si commettono o si suppongono perfino reati più grandi per apparire maggiori.

Sant'Agostino nelle sue « Confessioni » dice come si vantava di birbonate giovanili, che non aveva mai commesso, per apparire più bravo.

Da tutto ciò si vede quanto fosse sapiente S. Filippo nel comprendere e valutare la forza quasi irresistibile della vanità e come quelle esercitazioni, apparentemente pazzesche, erano un allenamento, a non tener nessun conto del giudizio umano e a disprezzare la gloriuzza della vanità ed ogni altra gloria.

Dopo un certo tempo, con quel trattamento, i pazzi di S. Filippo avevano tagliate tutte le funi che tenevano in catenata la libertà e non avevano più paura di giudizio umano.

Avevano imparato ad essere se stessi ed a non tenere conto che del giudizio di Dio.

Egli era convinto di avere scelto la via buona e teneva fermo che un giorno avrebbe avuto ragione di tutte le opposizioni.

Mi pare, che tutto ciò si veda chiaro in quei versi apparentemente strani, inconcludenti, che dicono così:

Io sono un cane che rode un osso, perché della carne roder non posso se verrà tempo che posso baiare farò pentir chi non mi lascia stare.

Egli dice ironicamente, ed un po' velatamente: pigliatevi pure gioco di me, ma vedrete che avrò ragione e voi resterete con un palmo di naso.

Ed il tempo gli dette ragione, ragione piena: i pazzi crebbero in tutta Roma ed allora ognuno si accorse che quei pazzi erano i veri savi ed il più gran pazzo, Filippo, era il più savio.

Musica di nuovo genere.

Ecco alcuni dei giochi più drammatici di Filippo.

Tra i suoi seguaci v'era un giovane, forse, un po' più vanitoso degli altri e il Santo gli fece iniziare la cura contro la vanità in questa maniera.

Un giorno, gli consegna un grosso campanello e gli comanda di girare per Campo dei Fiori, per via dei Giubbonari e in tutti i luoghi molto popolati del quartiere, agitando fortemente il campanello, come per un allarme.

Il giovane partì imperterrito e quelli della strada si fermavano e qualcuno interrogava: che cos'è? Ma egli non rispondeva: le donne si affacciavano dalla finestra oppure si facevano sulla soglia e si interrogavano a vicenda e nessuno sapeva niente di quel gran chiasso.

Quando fu manifesto che non c'era niente di straordinario, contro il suonatore improvvisato cominciarono a piovere torsoli, bucce di frutta e altre di queste cose che si trovavano abbondantemente nel mercato di Campo dei Fiori.

Gli accidenti, le male parole, e le beffe di tutti i generi, facevano concorrenza al lancio di quei proiettili.

Il giovane, corre se avesse eseguito un mandato di grande importanza, girò per tutti i luoghi che gli erano stati detti e tornò a Filippo trionfante.

Un penitente originale.

Tra gli altri pazzi di Filippo uno si chiamava Alberto Legnaiolo e aspirava, come ad una grande cosa, a portare il cilicio...

Gli pareva che il portare il cilicio lo consacrasse, in maniera speciale, seguace degli «spirituali», come erano anche nominati i figlioli spirituali di Filippo.

Il Santo non volle mai contentarlo, ma quello sempre insisteva: Padre mi faccia mettere il cilicio.

Un giorno Filippo gli disse: Senti Alberto, io ti do il permesso di portare il cilicio ma a questa condizione che tu lo metta ben in evidenza sulle vesti.

Il bravuomo eseguisce subito l'ordine e va via, pavoneggiandosi, come di una grande decorazione: nella via lo accolsero beffe, risate, deplorazioni e motti pungenti di ogni genere.

Alberto non né fece caso, così il giorno seguente, così tutti i giorni dell'anno: i romani si abituarono a vedere quell'originale e non ci fecero più caso.

Fu soprannominato Berto del Cilicio e godette la stima di tutti.

Un falso goloso.

Una volta, il volto di Filippo si illuminò come di un raggio di luce, sorrise compiaciuto, chiamò un suo penitente e gli disse: tu devi fare la piccola penitenza che ti ordino.

Chiamò poi un altro, si fece portare il coperchio di una grande scatola e vi fece scrivere queste parole a lettere ben grandi che si leggevano anche ad una certa distanza: « Per aver mangiato la copeta ».

La copeta poi è una specie di dolce popolare che si vende anche oggi nelle Sere, nei mercati, composto di nocciole, miele e pasta. Anche oggi si usa ed è chiamato con lo stesso nome in molte regioni dell'Italia meridionale.

Ognuno può immaginare le accoglienze che ebbe il falso goloso, perché non aveva mangiato davvero la copeta, quando girò per lungo e per largo tutti i luoghi intorno a S. Girolamo della Carità, portando dietro le spalle il vistoso cartellone.

Punizione ad un malpensante...

Certamente in uno di quei momenti nei quali Filippo fece o disse qualcuna delle sue stranezze più grandi ad un suo penitente presente, vennero dei pensieri che Filippo non meritasse davvero nessun credito, che non fosse una persona seria ed altre fantasticherie del genere.

E’ un fenomeno che si comprende di fronte a certi fatti e la cosa poteva accadere ad ognuno, ma il poveretto ripensando a tutto quello che gli era venuto in mente contro Filippo, con maggiore serenità, ritenne di aver commesso una colpa, tanto più che la conclusione di quelle sue impressioni era che non stesse ad ascoltare il Santo nella confessione.

Egli però ebbe il coraggio e la forza di scoprire al Santo, fuori la confessione, tutto quello che aveva patito e tutti i pensieracci che aveva avuto contro di lui: S. Filippo non si turbò ma solo gli disse:

- Benissimo: ora quello. che tu hai detto a me, lo devi dire in pubblico refettorio, alla presenza di tutti, minutamente, pensiero per pensiero.

L'uomo ubbidì e immaginate la filastrocca di cose ingiuriose che egli sciorinò.

Gli altri erano meravigliati e non sapevano cosa pensare, tanto il caso era strano: Filippo ascoltava beato, sorridente.

Il corteo delle pentole.

S. Filippo era stato sempre nella casa di S. Girolamo della Carità da quando s'era ordinato sacerdote, ma ora i suoi figli avevano una casa propria e grande ed erano costituiti in Congregazione: Filippo però era alieno dal raggiungere la nuova dimora.

Egli oppose ogni resistenza, ma poi intervenne il Papa e fu obbligato a trasferirsi alla Chiesa Nuova, alla casa nuova.

Quel poco di amarezza che egli dovette avvertire nella sua sensibilità, pur nella volontà completa di ubbidire al Papa, egli la digerì e la convertì in gioia con una delle pensate più originali.

Il 22 novembre, pertanto, nel 1583, giorno della festa di S. Cecilia, egli convocò tutti i suoi e quando ogni cosa fu pronta, tra la meraviglia di tutti, ordinò che ognuno prendesse qualche cosa della casa, come padelle, palette, pentole, piatti ed altri simili oggetti.

Per quanto la casa di S. Girolamo fosse poveramente arredata e per poca gente, tuttavia le masserizie che vi si trovavano erano parecchie per i presenti e, forse, qualcuno dovette anche prendere due o tre cose.

Così pronti, ordinati in corteo, uscirono fuori e sfilarono in mezzo ad una folla, che presto s'era fatta, tra le risa, i motteggi e le facezie più piacevoli di questo mondo.

Il chiasso che si fece attirò anche i carcerati della prigione di Corte Savella che, come meglio poterono, si arrampicarono alle finestre e, dietro le grate di ferro, ridevano e dicevano motti piacevoli.

Uno tra gli altri, ben sapendo che l'autore di quella commedia era Filippo, gridò ad alta voce: Padre, fate buone frittate.

Piccole farse.

Un giorno, mentre la chiesa era abbastanza popolata. di gente, ecco che Filippo compare dal fondo e si dirige verso l'abside.

Sulla veste nera, ha una casacca grossa, un giubbone come quelli dei militari, ma con la fodera all'infuori. Aveva in testa la berretta, il copricapo cioè che i preti usano nelle cerimonie, a tre spicchi, ma, alla brava, voltata verso un lato.

Dietro a lui, c'era un complice, od un condannato... a fare quella goffa figura, un suo figliolo spirituale, che aveva una spazzola in mano e spazzolava Filippo dietro la schiena, ai fianchi, in alto, in fondo, senza posa, mentre egli di tanto in tanto si voltava, fingeva di dire qualche cosa, di richiamare e poi volgeva gli occhi intorno come per dire: sono un gran personaggio si o no?

Egli procedeva da elegantone con una posa di dignità ed atteggiamenti ben curati, avendo un paio di scarpe bianche o di altra foggia strana e magari larghe come barchette.

Un'edizione diversa di queste comparse in pubblico, era la messa in scena di letterato, di dotto.

Aveva un libro in mano e leggeva in maniera molto movimentata, a voce alta per essere ben inteso.

Buttava fuori errori enormi, ch'erano tanto più grandi quanto più egli si vedeva ascoltato.

Storpiature di ogni genere, di parole e frasi, erano accolti con risate sonore del pubblico, e nel silenzio un po' penoso, da quelli dei suoi seguaci che dovevano dividere con lui anche le beffe.

Naturalmente egli non riusciva a dare un'impressione cattiva di sè e molti, più che scandalizzarsi, si edificavano, perché vedevano in queste scene una manovra per distruggere ogni buona opinione di se stesso.

Tuttavia, fra tanta gente, c'erano alcuni che non lo conoscevano, non sapevano, e quindi lo giudicavano male. Una volta, pertanto, dinanzi alla chiesa di San Pietro in Vincoli, egli saltava, ballava, e diceva cose convenienti a quella sua ginnastica.

Uno degli spettatori dinanzi a quella scena, con atto di disgusto, di disprezzo disse ad alta voce: « guarda quel vecchio matto »

Egli intese, ne godette come del più bel complimento e si ritenne trionfatore.

Ordini crudeli.

Un giorno il Santo, che ormai si tratteneva la maggior parte del tempo in camera, fu chiamato in chiesa ed andò a conferire con la persona che lo aveva fatto chiamare, con una veste foderata di pelle.

Ritornando e passando per il cortile, incontra il nobile Marcello Vitelleschi, suo penitente, e lo ferma come un ladro che avesse la preda.

Si tolse di dosso la veste e la buttò, ma rovesciata, addosso a quel nobile giovane: gli disse poi in tono di comando preciso:

- Marcello, tu devi andare, così come ti trovi, e dire questa tal cosa al P. Baroni, superiore.

Non sappiamo l'ambasciata che il mal capitato doveva fare, ma si trattava certamente di una scusa inventata là per là, per organizzare quel gioco...

Marcello, da una parte non poté disubbidire, ma da un'altra parte voleva evitare, per quanto era possibile, di fare quella brutta figura: andò dunque rasente il muro, si accostò al Baronio e parlò: ritornò nella stessa maniera. Filippo, appena giunto a lui, gli dice: ma bravo Marcello! I servizi non si fanno così: tu te ne sei andato raserete il muro come un cane.

Ora, riprese severo, fa la cosa a modo e ritorna. Talora mandava questo o quello con le vesti più o meno stracciate, senza ferraiolo ed un giorno, capitò ad uno dei più cari discepoli di mandarlo a far qualche cosa con le maniche della veste molto stracciate.

Un signore, che aveva visto certamente più di una volta il poveretto con le maniche stracciate, si provvide di maniche nuove e le offrì.

Ma colui che rappresentava quella commedia, sapendo di non averne bisogno, ringraziò e rifiutò.

Il Santo venne a sapere di questo rifiuto, ed allora chiamò il finto straccione e gli disse: ti par bello aver rifiutato un dono? Ritorna da quel signore e digli così: quando voi mi avete offerto le due maniche io non ne avevo bisogno, ma ora ne ho bisogno e vi prego di darmele!

Il gentiluomo gliele dette ed il Santo disse a quell'ubbidiente: ora mettitele e portale.

In momenti di estro diverso, metteva su la testa di uno un berrettino di tela bianca di quelli usati per notte e lo mandava fuori.

Ad un altro dava un cappello largo, con le falde ampie, come quelli che certi militari usavano per parata, con un cordone legato sotto al mento e via anche lui nella strada.

Talvolta consegnava una corona grossa da romito bene evidente al collo con un crocifisso pendente e ,ordinava di girare per la chiesa.

Una delle acconciature più geniali era questa: con del taffettà, cioè una stoffa fine, leggera, e frusciante, faceva o faceva fare una specie di barba, come, in certo modo, le barbe delle maschere che rappresentano, per esempio, l'anno che tramonta in un vecchio barbuto.

Questa barba era poi contornata da una trina di oro e l'uomo così aggiustato doveva andare o per la chiesa o per la via, mentre ogni suo piccolo movimento impremeva al taffettà un fruscio di richiamo.

Un'altra volta, chiamò Giullano Maccaluffi, fratello laico, gli fece indossare una giacca da cacciatore, gli mise in spalla quell'arma che allora chiamavano archibugio con una lunga canna, un berrettino in testa e gli ordinò di andare a passeggiare per il refettorio, mentre gli altri mangiavano e gli lanciavano frizzi e occhiate di beffa.

Più crudele, benché meno apparente, era questo gioco. Tutti i figlioli spirituali di Filippo erano chiamati appunto col nome di spirituali, godevano fama di persone gravi, pie, purissime, distaccate dal mondo: erano ritenuti, insomma, come dei santoni, ma senza quello che di brutto ha oggi questa parola.

Certe volte, egli ne chiamava uno, due, tre e diceva: voi dovete andare dal tale libraio, e se questi non ha il libro che io vi dico, dovete andare da un altro libraio: dovete insomma vedere chi ha questo libro!

Aggiungeva poi il nome di uno di quei libri che solevano leggere le persone mondane o poco ben famate come, per esempio, «L'Orlando Innamorato » di Matteo Boiardo.

Quando il libraio udiva quello spirituale fare tale richiesta, non mancava di sgranare gli occhi e dire canzonatoriamente: questi libri sono quelli che leggete voi spirituali?

I commenti dei presenti non erano certamente gradevoli.

Il simposio mistico ed allegro.

Tra le istituzioni più belle e resistenti al tempo, del Santo, c'è la visita alle sette Chiese, cioè alle sette Basiliche principali di Roma: S. Pietro, S. Paolo fuori le Mura, S. Sebastiano, S. Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, S. Lorenzo fuori le Mura e S. Maria Maggiore.

Questa visita egli la praticò per tanti annì solo, dì notte.

Diventato sacerdote, incominciò a condurvi alcuni compagni.

Fin qui nessuna novità, perché, la visita alle Basiliche, una o più, fu un antico costume: erano visite di devozione o penitenziali.

Su questo piano della devozione o della penitenza, altri, forse, avrebbe potuto portare la pratica ad una vibrazione altissima di spiritualità, ma nessuno, osiamo dire, avrebbe potuto compiere il mìracolo che compì Filippo quello di non togliere o diminuire la spiritualità, anzi di potenziarla e, nello stesso tempo, di comporla con un movimento di gioia, di festa, e, diciamolo pure, di svago.

Il pellegrinaggio divenne così una scampagnata che durava un giorno intero, fuori le porte della città allora uggiosa e triste, con le sue vie strette e sporche.

La via libera, il tempo primaverile, poiché la Visita cadeva in una delle domeniche dopo Pasqua, la maestà della campagna romana, le rovine dei monumenti che parlavano all'anima ed agli occhi, aprivano subito un vasto orizzonte materiale e spirituale.

Il lungo cammino si faceva in diverse tappe.

Ad una determinata Basilica, ci si confessava e Comunicava: un tempo, per esempio, a S. Sebastiano.

Non si andava od arrivava mogi mogi, ma decisi, perché c'era una fanfara, quella di Castel S. Angelo che suonava.

Il popolo cantava ed anche i cantori dello stesso Castel S. Angelo sostenevano la musica.

Le Laudi che si cantavano, delle quali abbiamo fatto cenno, erano vivaci e rappresentavano, più che parlare. Ripresa la via, ad un'altra tappa prestabilita, i pii gitanti rompevano le file, si accomodavano sul prato, sui muriccioli, in qualche luogo adatto e cominciavano una refezione, che non era da epuloni, ma neppure da eremiti, sebbene discreta: pane, un uovo, una mela o altra frutta, un po' di salame, un po' di vino.

A ciò provvedeva un provveditore...

Un anno, il provveditore fu S. Carlo Borromeo, che pagò per tutti.

Pensiamo però che ognuno portava qualche altra cosa e quindi si stava benino.

Anche durante il pranzo, la fanfara si faceva onore ed i bravi musici e cantari un po' suonavano con i denti... e un po' con gli strumenti.

Le spiritosità, le risa, la conversazione spensierata di simili occasioni, condivano ogni cosa.

Ad ogni ripresa c'era poi, per lo più, un oratore che dava ossigeno all'anima e coraggio al corpo che sentisse venir la stanchezza.

Ad un punto determinato, una sorpresa: un ragazzo si faceva innanzi, saliva su un muricciolo o su un rialzo e diceva un discorsino imparato a memoria ma insegnato anche a recitare disinvoltamente, come se fosse farina del suo sacco.

Questo ragazzo, che divenne una figura storica nel movimento Filippino, si chiamò Putto ed il suo discorso il discorso del Putto.

Tutti ci si divertivano e ci si edificavano.

Al tramonto, all'ultima sosta a S. Maria Maggiore, si cantava e si pregava in onore della Madonna.

Ora sì, si era un po' stanchi ma allegri: più che allegri soddisfatti.

Una giornata bella ma anche buona.



Alla visita partecipavano persone di ogni ceto: popolani, prelati, nobili, professionisti, artigiani, perfino cardinali.

Quanti erano, ci si chiederà, i visitatori? Il numero variava sempre, ma si manteneva sempre alto: sotto il pontificato di Pio IV i gitanti arrivarono a un seimila.

Filippo, come un generale, correva qua e là e trascinava quella massa enorme.

Egli superò ciò che la fantasia, la favola aveva immaginato di Orfeo che attirava dietro a sé, col suo canto anche le fiere.

Gli uomini che Filippo, come una calamita attirava a sé, erano ben difficili ad essere comandati.

Fuori i margini della Visita, nacque una leggenda ed anche un gioco di umorismo non sempre amichevole. Maggiormente nelle occasioni delle visite quelli che restavano fuori della sfera dell'azione del Santo, davano sfogo a questo loro umorismo.

Riferiamo questo mormorio umoristico con le parole di Marcello Ferro quali troviamo nel processo il giorno 23 aprile 1610: «alcuni si ridevano e burlavano del beato Padre e, tra questi, non solo erano persone basse, ma v'erano .anche molti Cardinali... e io lo so perché non era mai giorno che io non mi trovassi con alcuno dei detti Cardinali e, quasi ogni giorno, dicevano qualche burla di detto beato Padre e mi domandavano spesso: quante minestre ha oggi mangiato il P. Filippo? quanti capponi ha avuto? quante minestre, signor Marcello sono toccate a voi? quanti pignattini sono stati portati? »

E ogni giorno mi facevano simili interrogazioni e durò questo per molti e molti anni, e s'era divulgata questa cosa per Roma e se ne parlava pubblicamente in Banchi... e io andavo poi a riferire al detto beato Filippo quanto avevo sentito e mi stupivo nel vedere la pazienza e la mansuetudine del beato Padre e con quanta allegrezza sentiva di essere burlato e che si dicesse male di lui. E quando io gli dicevo le burle che si dicevano di lui vedevo che si rallegrava tutto e aveva caro sentirle riferire con grandissimo gusto come se quei tali dicessero la verità.

E so di certo che il Cardinal Gambaro, dopo aver burlato per molto tempo il beato Padre, si riconobbe dell'errore suo e mi pregò che io conducessi il beato Filippo da lui. E subito che io dissi al beato Padre che il cardinal Gambaro gli voleva parlare subito vi andò.

E so che il detto Cardinale restò molto edificato delle parole del beato Filippo, perché poi mai più dopo si burlò di lui e mi disse poi: mi piace, signor Marcello, il padre Filippo: è un santo uomo e voi fate che preghi per me. E mi diceva spesso queste parole. Così uno ad uno si arresero tutti e Filippo passò trionfatore nel popolo romano».

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it