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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







GIUOCHI PER LA LIBERTA'

Il fascetto di ginestre.

Un bel giorno, i romani poterono vedere, per i luoghi allora più frequentati nelle vicinanze di Castel S. Angelo, un prete vestito, come i preti di S. Girolamo della Carità con una zazzera che scendeva sulle spalle, la zimarra con le maniche lunghe ed ampie, il copricapo, oggi più conosciuto col nome di zucchetto e sopra di questo un autentico cappello dalle larghe falde, legato sotto il mento, come gli Uditori di Rota, cioè certi altissimi funzionari della S. Sede, quando accompagnavano il Papa, cavalcando.

L'acconciatura era solenne, ieratica e concorreva a conciliare riverenza, per altro meritata, ai preti di S. Girolamo. Ma la figura tanto austera di quel prete era resa ridicola dal fatto che egli aveva in mano un gran mazzo di ginestre, un vero fascio, e faceva con esso una commedia buffa, un chiasso incredibile.

Odorava le ginestre di tanto in tanto, con eccitata voluttà, le metteva sotto il naso di quelli che gli stavano vicino, ci giocherellava con le mani, scambiava qualche parola di lode e di gradimento per quei fiori con chi gli stava di fianco e dimenava il capo a destra e sinistra, come per raccogliere consensi, pavoneggiarsi.

Un'autentica piagliacciata.

Badandoci, si sarebbero potute raccogliere frasi contrastanti di questo genere: ma è un pazzo quel prete? come si permettono certe cose? mai in Roma s'è vista cosa simile! I più ridevano, beffavano, si divertivano...

Dei molti che facevano gruppo intorno a lui, chi stava silenzioso e con disagio, chi si sforzava di ridere per mostrarsi superiore alle beffe del pubblico, ma i più accoglievano con evidente rincrescimento la parte di scherno che toccava ad essi come compagni del prete.

Di tanto in tanto, però, qualcuno che la sapeva lunga e mostrava di conoscere il prete diceva: è proprio un santo! come la sa vendere! sempre lui!

Qualcuno ancora rifletteva e confidava al suo vicino è inesauribile quel padre Filippo: oggi gli è venuto l'estro delle ginestre: sempre una nuova!

Dopo questa prima volta, lo spettacolo si ripetè, ma con minor successo.

Si faceva sempre più strada l'opinione, la convinzione che, in fondo, non erano gli altri a canzonare Filippo, ma lui a canzonare gli altri, seppure in buona fede e senza cattive intenzioni, facendo credere quello che non era...

Le acconciature.

Un'altra delle specialità del Santo erano le acconciature della sua persona ed ho l'impressione che nessuna donna si affatichi tanto e tanto lavori di fantasia per parere bella, quanto Filippo si affaticò e ricercò per parere... brutto, nel senso di apparire goffo, scemo, stupido, pazzo e, forse, peggio!

Era, un anno, la festa della Natività di Maria Vergine, solennità delle prime per la Chiesa Nuova ed erano intervenuti al Vespero, cardinali, prelati di ogni ordine ed anche il Card. Pietro Aldobrandini, nipote del Pontefice Clemente VIII, ed una massa di popolo occupava anche gli angoletti del tempio.

La cerimonia si svolgeva nella commossa, silenziosa attenzione dei fedeli ed il canto liturgico dei salmi innalzava la preghiera di tutti.

Ad un momento, dal fondo della chiesa, si vede avanzare una figura strana: un uomo con un giubbone di raso bianco molto lungo, abito che non era di ecclesiastico, né di laico per venire in chiesa.

Da un lembo di veste nera, verso i piedi, si comprendeva che chi veniva era un prete o magari un chierico. Un volgersi di teste, verso il nuovo venuto attrasse anche i più devoti e parole sommesse corsero per tutta l'ampia navata: si chiedevano: Chi è quell'uomo? Che vuole? Che disturbatore! Ma lo mandino via...

I più vicini lo riconobbero presto: era Filippo.

Egli andava fiero nella sua strana veste, come il più alto dignitario.

La gente gli faceva largo ed ora, chi rideva, chi faceva commenti di altro genere e tutti si chiedevano: ma dove va il P. Filippo così conciato?

Giunse al presbiterio, salì il gradino ed avanzò ancora tra le bianche cotte e i paramenti fastosi: si pensava che lo avrebbero fermato, ma non fu così.

Nel presbiterio tutti conobbero Filippo ed allora Pietro Aldobrandini si levò dal suo alto posto, gli andò incontro, lo salutò rispettoso, lo invitò a prendere il suo posto.

Filippo si scusa amabilmente, si mette a sedere tra i chierici minori, come un caudatario qualsiasi, dicendo - Sto bene qui.

Segui la cerimonia con la più grande devozione ed edificazione.

Filippo pensava di trovare un'umiliazione ed invece trovò un'altra glorificazione.

La pelliccia di martora.

Un giorno vedono Filippo per i Banchi, quando il luogo era più affollato, con una ricca pelliccia di martora della quale egli fa ostentazione, come un vanitoso: la liscia con l'una e l'altra mano e pare godere al contatto col pelo fine e caldo.

Non sta mai fermo: se l'aggiusta e la rimuove ancora, la guarda e poi gira con gli occhi come per vedere se gli altri apprezzano la sua nuova e bella veste.

Si ride, si commenta, e si dicono delle spiritosità molto divertenti.

Sembra proprio un teatro.

Che storia è questa, chiede qualcuno con confidenza, ad uno dei complici di Filippo?

Apprende così la storia della pelliccia.

Il cardinal Alfonso Gesualdo amava molto Filippo e gli regalò quella pelliccia, perché la portasse per casa, nell'inverno, ma essa servi per altro.

La pelliccia, come un attore, recitò la sua parte nella vita complessa di Filippo per un mese circa e cioè finché gli altri ci risero, poi andò a finire dietro le quinte, vale a dire in un ripostiglio della casa.

Ma la pelliccia era diventata storica, in un certo senso, e dopo molte vicende è passata alla casa dei Filippini di Firenze, dove fa la parte di reliquia ma tutta spelata.

La veste alla rovescia ed altri abbigliamenti.



Un'altra volta, Filippo vuol dare spettacolo, ma non sa egli stesso come: pensa e ripensa e non trova: si mette allora a cercare per la casa.

Dopo un certo tempo, il suo occhio si posa sopra una veste vecchia, logora, con non pochi strappi nella stoffa e nella fodera.

Benissimo! esclama egli, mentre subito un pensiero gli sorride nella mente.

Afferra con gioia la vestaccia, se la mette alla rovescia, con le ampie tasche rovesciate all'infuori che parevano vesciche sgonfie.

Se l'aggiusta in modo da mettere in evidenza quanto vi era di peggio, ed esce con l'aria di chi va ad un ricevimento.

Passa con sussiego e cerca di attirare lo sguardo.

La solita scenata con concorso specialmente dei ragazzi, qualcuno dei quali vuol toccare la veste.

- P. Filippo, dice uno appena arrivato, da poco avete acquistato questa nuova veste?

- P. Filippo vi sta a pennello: siete più bello cosi!

- P. Filippo chi è il vostro sarto?

- Auguri, auguri P. Filippo per cento anni.

E' inutile dire che queste battute non avevano nulla di sprezzante: v'erano anche quelli che dicevano parole di ammirazione e di edificazione.

Nessuna manifestazione di disprezzo ed il Santo anche questa volta tornò deluso di 'non aver avuto quello che cercava.

Per casa, aveva una specie di vestaglia rossa, ben lunga e girava così con disinvoltura, ricevendo le persone che venivano abitualmente: era., diciamo così la divisa per ricevimenti confidenziali, come oggi per noi il pigiama. Abbigliamento più complesso era poi quello che importava più cose insieme, come quando usava uno zucchetto rosso, scarpe bianche, berretto da prete ma alla brava, con una certa aria spavalda.

Talvolta usava indumenti oppure oggetti propri di persone costituite in prelatura e di grande autorità ed assumeva pose convenienti.

Un giorno così si mise la berretta rossa da cardinale mandata da Gregorio XIV.

Le reazioni di quelli che venivano erano, spesso, non quelle di solito riso o di festosità burlona, ma assai più piacevoli.

Un giorno, egli si trovava truccato così da grande personaggio, quando uno arrivò e si fermò su la porta, esitando.

- Avanti! perché non entri? disse egli.

- Non so Padre cosi come si trova, se doverle dare dell'illustrissimo o del reverendo o altro titolo.

Disilluso allora e fingendo una distrazione che voleva nascondere il suo giochetto non riuscito, diceva: che sciocco sono io, che sbadato!

Un giorno si mette in testa un cuscino, uno di quelli che si usano, non già per il letto ma per poltrone e divani e poi ordina a coloro che sono con lui:

- Ora andiamo a fare quattro passi.

- E questo cuscino che ne facciamo? Lo mettiamo giù? Datelo a me che lo porto via io.

- No, questo è un copricapo e lo tengo per me e usciremo così.

E uscirono infatti: il cuscino ad una certa distanza pareva uno di quei fagotti oblunghi, che le contadine portano equilibrandolo con movimenti del capo.

Egli procedeva solenne e non era un momento quieto con le mani, non perché ce ne fosse bisogno ma per recitare la commedia.

Anche questa volta ci fu festa, si, chiasso, risa e beffe amabili ma, disprezzo niente.

Crudeltà contro la sua barba e... raffinatezza per i suoi capelli.

Filippo aveva una bella barba, piuttosto tondeggiante che incorniciava bene il suo viso bello, ma un giorno gli venne in mente di incrudelire contro quella barba.

- Vieni fratel Giulio, egli dice a Giulio Savira, prendi le forbici e il resto per aggiustare la mia barba.

Quando il panno bianco che usano i barbieri fu intorno al collo, Giulio disse:

- Che facciamo, Padre?, Accorciamo la barba o solo l'aggiustiamo?

- Dobbiamo tagliarla e aggiustarla nello stesso tempo, come ti dirò io.

- Aggiustarla e tagliarla! Io non capisco Padre.

- Ecco devi tagliarla da una banda sola ed ora vedremo se dalla parte destra o sinistra: è cosa da studiare un poco!

- Come? Tagliare la barba da una parte sola? Ma ciò è impossibile e non si è fatto mai da che mondo è mondo!

- Ed ora si comincia a fare! Non parlare più Giulio ed ubbidisci!

Il buon fratello si oppose ancora un poco, ma poi, figlio dell'ubbidienza com'egli era, non disse parola e si mise all'opera: non poté fare altrimenti, perché Filippo, che scherzava di tutto, con l'obbedienza non scherzava mai. Una volta compiuta l'opera, Filippo si alza come trionfante.

I commenti questa volta furono varii ed il Santo ottenne, in certo modo, il suo scopo, perché molti deploravano quel suo gioco straordinario.

La commedia durò finché la barba non crebbe e fu essa a far tacere familiari e gente.

Il racconto fu raccolto dalle labbra del P. Pietro Consolini e si trova nel Codice 13 «Fondo di S. Francesca Romana» della Bibblioteca Nazionale.

Era un giorno di festa grande alla Chiesa Nuova ed all'altare si celebrava una solenne Messa cantata e tutto pareva tranquillo.

In fondo alla chiesa però, presso la porta, dalla parte interna, si notava un folto gruppo di persone, che ridevano sommessamente e facevano commenti animati.

- Che cos'è? Domandavano i nuovi venuti e intanto si facevano largo per arrivare al centro del gruppo ed ecco che vedevano.

Filippo era seduto su una sedia, col solito panno bianco intorno al collo e il fratel Giulio Savira gli tagliava i capelli.

Ma questo era il meno: Filippo non stava tranquillo, come per solite si sta sotto le mani del barbiere, ma faceva delle smorfie e diceva in modo che ognuno potesse sentire parole di compiacimento e consigli per Savira; rivolto poi ai circostanti, come un invito ad osservare, esclamava

Adesso mi acconcio bene!

L'effetto di queste azioni? Scandalo? Meraviglia? No! Il contrario.

Lo stesso Savira ci confida che il Santo aveva notato che alcuni raccoglievano i suoi capelli per devozione e ne domandavano allo stesso Giulio e perciò ordinò di buttarli dalla finestra: li andavano a raccogliere nella via e non solo persone del popolo, ma anche persone autorevoli per nascita e per cultura, come i Crescenzii.

Molte volte gli scherzi del Santo non si limitavano ad un atto, ma divenivano scenette, più o meno complesse, e, spesso, come vedremo in seguito, piccoli drammi di gioia che si svolgevano durante lunghi giorni.

In pubblico si metteva a leggere e declamare con l'aria di un dottore o di un artista, ma lo faceva in tal modo che lo avessero a credere un ignorante pretenzioso.

Quando glie ne veniva l'estro, si dava l'aria di ballare e faceva salti non solo in pubblico, tra la gentarella, ma anche in camera sua, presenti cardinali, personaggi dell'aristocrazia.

Invece di scendere le scale, un gradino per volta, ne scavalcava due o tre, rapidissimo, quasi correndo e poi, arrivato giù, o si voltava a quelli che erano restati di sopra o si volgeva a quelli intorno come per riscuotere approvazione e per significare: sono o non sono bravo io?

Una scenetta che si ripeté tante e tante volte ma con varianti che le circostanze richiedevano, era quella di ricevere gli :ospiti o leggendo o udendo leggere con profondo interessamento e con pause di commenti, con gesti più o meno strani e smorfie del viso di ogni genere, come chi è talmente compreso dalla lettura che non se ne può stare quieto.

Il libro che leggeva o faceva leggere era sempre un libro di facezie, principalmente quello de «Le Facezie del Piovano Arlotto ».

Questo Arlotto Mainardi, detto semplicemente il Piovano Arlotto, perché era parroco di una parrocchia presso Fiesole, era stato un personaggio strano, divenuto popolarissimo in Toscana, per le sue trovate bizzarre, le sue facezie e le sue spiritosità.

L'umore di quest'uomo strano, non mancante di una certa genialità, non si arrestò nemmeno dinanzi al pensiero di quella cosa tanto seria ch'è la morte e scrisse questo epitaffio per la sua sepoltura: « Questa sepoltura il Piovano Arlotto la fece fare per sé e per chi ci vuole entrare ».

La curiosità delusa di una grande dama.



Un incontro avvenne, una volta, di Filippo con la moglie dell'Ambasciatore di Spagna, in casa della marchesa Giulia Orsini Rangona.

Verosimilmente fu questa nobilissima gentil donna romana, penitente di Filippo, a preparare l'incontro, perché essa conosceva benissimo i doni soprannaturali del Santo e ne avrà parlato molto alla sua amica spagnuola, la quale ardeva ora del desiderio di conoscere di persona un tanto uomo, di parlare con lui: parlare con uno giudicato santo è sempre una grande e nobile curiosità.

Altre dame probabilmente facevano corona alla padrona di casa ed all'ospite.

Dopo le prime battute e qualche ragionamento piuttosto generico, l'ambasciatrice venne al punto centrale della conversazione e domandò

- Da quanto tempo, Padre Filippo, avete lasciato il mondo?

Essa immaginava, forse, una drammatica crisi spirituale, un combattimento interiore, una vittoria sudata, come si legge di tanti convertiti e già assaporava uno di quei colloqui di pietà dolciastra come piacciono alle donne. - Io non so d'aver mai lasciato il mondo, signora, rispose Filippo.

L'ambasciatrice cadde dalle nuvole, come si dice e, forse, pensò tra sé: ma valeva la pena di parlare con un prete qualsiasi? E questo è. un santo? Una grande disillusione, come, per un ghiottone, di un piatto prelibato che poi trova disgustoso.

- Io, infatti, prosegui Filippo, mi diletto, di libri di facezie come quello del Piovano Arlotto, leggo le Rime di Petrarca, il poema di Ludovico Ariosto e tosi altri libri simili, specialmente di favole: e questi sono belli e buoni libri.

Il Santo, per accreditare meglio le sue parole, si volse al P. Antonio Gallonio, che si trovava con lui e soggiunse di, Antonio, non è così?

Egli serviva queste notizie tanto bene, che la signora dovette mostrarsi visibilmente sconcertata e... quasi scandalizzata. Gallonio avverti tutto ciò.

Invitato poi a fare una testimonianza, materialmente vera, ma falsa nella sostanza, mise le cose a posto e disse - Che meraviglia, Padre, che voi leggiate di questi libri, se non potete in altro modo temperare le fiamme dell'amore di Dio?

La situazione si ristabilì, ma Filippo ne restò scontento e, a casa, rimproverò il suo buon figliuolo spirituale e gli disse ironicamente: mi hai dato proprio una bella risposta... Che t'8 mai passato per la mente a dire ciò che hai detto? Dio te lo perdoni!...

Un cattivo beffato in chiesa.

Della Messa del Santo si leggono nel processo di canonizzazione cose che, se non fossero state viste, osservate attentamente, moltissime volte, da innumerevoli spettatori, non si potrebbero assolutamente credere: era una vera azione scenica vissuta, goduta, patita, nello stesso tempo, e tuttavia sempre mantenuta su un piano di profonda riverenza.

Un impeto di fervore l'investiva, solo che si cominciasse a preparare, e, per non essere sommerso in uno stato mistico, che gli avrebbe impedito di celebrare, si faceva leggere dei brani di quei libri detti innanzi.

Era l'unico mezzo per restare padrone delle sue azioni. Durante la celebrazione, sempre tutto vibrante di commozione pia, per non essere completamente assorbito, prendeva un oggetto, lo rimuoveva, rivolgeva la parola a chi serviva per una cosa insignificante, avvertiva di non fare rumori, di mettere fuori un cane, che magari non c'era, e così di seguito.

Nel momento culminante dell'elevazione dell'Ostia o del Calice, era come agitato da una corrente elettrica, che si produceva in lui e ne riceveva uno slancio fisico, che spesso si cambiava in estasi, dinanzi a molti spettatori gravi, attentissimi.

Le parole della Messa acquistavano un movimento interiore.

Quella Messa lo esauriva, lo fiaccava ed era poi obbligato a distendersi sul letto, per riprendere le forze con un riposo di abbandono assoluto.

La sua Messa divenne celebre ed ebbe fama di uno spettacolo carismatico: assisterci era desiderio, privilegio, godimento spirituale, ma non tutti potevano essere ammessi per tutta Roma se ne parlava come di fatto mai visto. Tutte queste meraviglie culminarono poi in una meraviglia più grande, alla quale accenneremo poi, ma qui dobbiamo parlare della beffa a quel cattivo.

Godeva grande credito ed aveva grande influenza, al tempo di cui parliamo, un certo Attilio Serrano, un monaco che, fuggito dal suo convento, era venuto a Roma e con le finzioni, l'astuzia, era arrivato molto in alto nella prelatura: non bisogna meravigliarsi di questa cosa, perché nel mondo ed in tutte le classi ci saranno sempre lupi che si coprono con la pelle di agnello.

Costui vedeva male Filippo e fra le altre cose lo tacciava di ignoranza e fece molto male al nostro Santo e ne ostacolò l'opera.

A sentir parlare tanto della Messa di Filippo, gli venne la voglia di assisterci anche lui e, una volta, informatosi dell'ora, andò in chiesa e si mise in posto dove poteva udire, e vedere anche i più piccoli gesti.

Alla curiosità si accoppiava in lui una cattiva intenzione, quella di avere la prova dell'ignoranza del Santo ed un nuovo argomento per nuocergli e giustificare la sua avversione.

Il Serrano rappresentava un personaggio e perciò ci fu chi avverti Filippo e gli disse: Guardi, P. Filippo, c'è in Chiesa, Monsignor Attilio...

Chi avverti il Santo aveva buone ragioni e, certo, sapeva le disposizioni poco buone dell'uomo contro di lui. Filippo ebbe subito un lampo di genialità e, forse, pensò: ti servo io!

Andato all'altare cominciò a fare una strage delle parole latine: le corte le diceva lunghe, le lunghe corte, e tutte le maltrattava in un modo o nell'altro, come avrebbe fatto un contadino...

Serrano faceva lo scandalizzato, fremeva, dava segni di impazienza, di riprovazione: ma godeva anche: ormai aveva la prova che Filippo era un ignorante, un fanatico e tutt'altro che un santo.

Tutto ciò, anche riguardo alla Messa, non deve fare meraviglia, si spiega con il temperamento speciale del Santo e nello scopo santo che egli si proponeva. I contemporanei, le autorità ecclesiastiche ed anche insigni uomini di spirito che assistettero alle Messe di Filippo non si scandalizzarono mai, anzi si edificarono.

Alla fine della Messa, rientrato il Santo in sacrestia, chiese con curiosità, come chi si appresta a bere un bicchierino di liquore prelibato, che faccia aveva fatto il Serrano, mentre lui diceva Messa e, man mano che udiva, rideva, rideva e si divertiva un mondo.

Filippo si regolò in quel modo proprio per bullarsi del Serrano?

No! La burla venne dallo svolgimento dei fatti, ma Filippo ebbe l'idea di umiliarsi: è lo stesso scopo che aveva nel fare le altre sue bizzarrie.

Uno scopo ben più nobile di quello di burlarsi di un nemico.

Fu anche un atto di coraggio, perchè non ebbe paura di dare altro pretesto di nuocere a chi gli aveva già nuociuto.

La conferma di quanto diciamo viene non solo da tante altre circostanze, ma dalla conclusione della lotta e da un fatto straordinario.

Nel pieno della persecuzione di Serrano contro Filippo, un giorno, certo Vincenzo da Fabriano, devoto del Santo, incontra nella piazzetta di S. Girolamo della Carità, il P. Antonio Gallonio, il quale poi narrò l'episodio nella sua deposizione al processo, il giorno sette settembre del 1595. Vincenzo dice: Padre Antonio, mons. Attilio perseguita il Padre: vedrete che presto morrà.

In breve tempo, al Serrano fu tolta la pelle di agnello, venne fuori il lupo, furono cioè conosciuti i suoi cattivi precedenti e ne restò svergognato.

Ci si ammalò e morì quasi disperato.

Mentre stava male e tutti gli altri l'avevano abbandonato, Filippo solo, dimenticando ogni ingiuria, lo visitò. Ed ora facciamo solo l'accenno agli ultimi sviluppi personali di quella Messa di Filippo, quando il Serrano era già morto ed il consenso, la venerazione per Filippo erano senza contrasti.

Per consiglio di uomini dotti e pii e per licenza di Gregorio XIV, ottenne il Santo di poter celebrare in una cappelletta vicina alla sua camera.

La Messa iniziava come il solito, ma, arrivato all'« Agnus Dei» tutti' i presenti uscivano, l'inserviente spegneva le candele ed accendeva una piccola lampada, chiudeva le finestre che erano a quattro doppi e le due porte a chiave, in modo che nessuno poteva entrare o udire anche sillaba stando fuori.

Infine affiggeva una tavoletta con questa scritta: Silenzio che il Padre dice Messa.

II chierico poi andava per le sue cose e magari andava a pranzo.

Passavano non meno di due ore e, talvolta di più, e il chierico veniva e picchiava discretamente: se Filippo, di dentro, con la voce, dava segno di entrare, apriva porte e finestre, riaccendeva la candela e la Messa proseguiva. Se Filippo non rispondeva, il chierico andava ancora via e ritornava dopo qualche tempo e non entrava fino a che il celebrante desse licenza.

Ricevimento solenne di ambasciatori polacchi.

Erano venuti a Roma, per conferire con il Pontefice Clemente VIII alcuni ambasciatori polacchi ed il Papa consigliò loro, per gentile sentimento di ospitalità, le cose più belle di Roma, le maggiori e più importanti come il Colosseo, il Palatino, S. Paolo Fuori le Mura ed un certo Filippo Neri...

E' logico pensare che il Pontefice, per invogliare maggiormente i nobili personaggi, avrà anticipato qualche notizia, qualche aneddoto.

Quando la visita fu annunziata, prima che arrivassero su, Filippo ordina al P. Pietro Consolini di prendere il libro del Piovano Arlotto, come ci racconta il card. Agostino Cusano, e gli comanda di leggere...

Filippo si volge ai nuovi venuti, appena arrivati sulla soglia della camera, e si scusa come chi è impegnato in una grande faccenda e dice: aspettate un poco che si finisca di leggere questa favola.

Nell'attesa della fine dava segni di compiacimento, di ammirazione e, per accattare stima, commentava: vedete, signori, se ho dei buoni libri, se mi occupo di cose importanti, e simili banalità.

I poveri polacchi si guardavano trasecolati e non sapevano se pensare ad uno scherzo di cattivo genere, ad una beffa offensiva, ad un caso di pazzia, e tradivano visibilmente il loro sdegno.

Si sbrigarono presto ed andarono via e sfogarono il loro malumore.

Il Santo, invece, si mostrò contento, come di un successo, e disse al lettore poco soddisfatto, certo: Abbiamo fatto quanto bisognava fare.

Non sappiamo se i nobili polacchi ebbero tempo e modo di ricredersi, ma dovettero pensare che un'avventura simile resterebbe unica nella loro vita e che un personaggio come Filippo non si sarebbe mai trovato.

Una visita ed uno schiaffo solenne.

Il nobile Lorenzo Altieri, come si ricava dalle circostanze, era tra i pochi nobili romani che non avevano ancora avvicinato Filippo e, forse, ne aveva un poco di curiosità e si decise a fare una visita quando il medico famoso Angeli Vettori lo esortò e s'impegnò a preparare la visita stessa.

Filippo si mostrò col visitatore oltremodo allegro, frivolo e parlò di tutti e di tutto, ma di anima, come l'Altieri s'aspettava, niente, niente!

Deluso, disgustato, preso commiato dal Santo, senza troppi complimenti, disse al Vettori che l'accompagnava: - La condotta del Padre Filippo è stata davvero poco edificante e non valeva la pena di incomodarsi per udire facezie e barzellette.

- Ma no, Lorenzo, non devi credere alle apparenze: il P. Filippo costuma fare così per nascondere la sua santità: se tu ci ritornerai ed avrai pazienza vedrai che uomo, che santo è il Padre Filippo.

E tanto disse, tanto fece il medico che persuase Lorenzo almeno a ritornare, seppure non del tutto convinto, per arrivare in fondo a quella faccenda.

Il buon Vettori, ch'era buono si, ma non fino al punto di sopportare in pace una puntura fatta all'amor proprio ed aveva trangugiato di malanimo la brutta figura, secondo lui, con il principe romano, risentito com'era, disse al Santo:

- Padre Filippo, quando siamo andati via, Lorenzo Altieri mi ha confidato che, se non propriamente scandalizzato, era restato per nulla edificato della vostra condotta: sperava di udire qualche cosa per l'anima sua ed, invece, ha dovuto udire parole allegre e senza nessun interesse: io so le vostre sante intenzioni, ma gli altri non le sanno: vorrei dunque pregarvi che trattiate con più gravità quel nobile signore, se ritornerà: mi ha promesso, infatti, che ritornerà.

Il Santo, per nulla offeso della paternale, ma risentito, alla sua volta, per quello che egli stimava un cattivo consiglio, rispose:

Che vuoi che io faccia? Vuoi, forse, che io mi metta sul grave? Che io sputi belle parole? Non vedi, bestia, che direbbero: ecco P. Filippo è un santo. Sappi che se ci torna, voglio far peggio. Uno schiaffo solenne volò sulle guance di Vettori.

Ma la battaglia... non seguitò, come sembrerebbe da queste premesse!

Altieri tornò e Filippo si comportò come le altre volte, ma il nobile era stato preparato e, sotto quelle forme leggere alla superficie, cominciò a vedere ben altra sostanza e fu anche egli tra i buoni figliuoli spirituali di Filippo.

Un terribile competitore.

Le competizioni ordinarie della vita sono per chi vuole essere superiore all'altro, accopparlo moralmente, socialmente: le competizioni tra persone perbene sono per voler essere uno inferiore all'altro.

E' in fondo, la situazione descritta dal Vangelo, nel paragone del banchetto: in un banchetto ordinario c'è una gara ad accaparrarsi i primi posti: nel banchetto di quelle persone perbene che sono i Santi, la gara è a mettersi all'ultimo posto.

Il competitore di Filippo nelle sue allegre imprese si chiamava Felice da Cantalice (Rieti) ed era un laico cappuccino, nato pure lui nel 1515.

Dopo aver fatto il lavoratore dei campi fino a trenta anni, diventato cappuccino, fu mandato a Roma, tra il 1547-1548 e qui fece il frate questuante, per ben quaranta anni, con un grande spirito di umorismo, di gioia e di fervore.

Salutava tutti con le parole: « Deo Gratias» e così gli appiccicarono il nomignolo di « Fratedeograzias », ma egli non se ne aveva a male, anzi ci godeva.

Superava, con grande spirito evangelico, tutte le non lievi difficoltà del suo incarico di questuare: se v'erano di quelli che offrivano e, almeno, rispettavano, v'erano di quelli che lo ricevevano male e gli facevano anche beffe ed ingiurie: egli, per contrario, dava cose buone, diceva parole buone.

Svolgeva con umiltà un apostolato continuo: domandava se andavano a Messa, se facevano la Comunione, se pregavano e lo faceva con tanta grazia che nessuno se ne sentiva offeso o infastidito.

Ai giovanotti domandava se ubbidivano ai genitori, alle ragazze se erano modeste, ritirate.

Analfabeta, ma intelligente e di grande spirito interiore, non parlava a casaccio, sapeva dove far cadere le sue parole.

Divenne, in breve, una figura popolare, una « macchietta», nel senso migliore della parola, un «originale», un beniamino del popolo romano.

Tutti lo conoscevano e lui conosceva tutti e, si può dire che era, in un certo senso, un familiare per ogni casa. Anche le persone più in alto e più in vista, come S. Carlo Borromeo, lo amavano ed ammiravano.

Era impossibile che due Santi, due Santi della via, non si incontrassero, non si amassero e non entrassero in gara per farsela a vicenda.

Se ne raccontano di belle in proposito, ma il lettore, dato l'umore di tutti e due, può immaginarsele; noi ne riportiamo solo alcune.

Passa il Cappuccino per il luogo detto oggi Banchi Vecchi, ma allora semplicemente Banchi ed ecco che spunta, dall'altra parte, Filippo, che si raggirava spesso in questo stesso luogo.

- Buon giorno Padre Filippo avete sete? dice il Cappuccino, malizioso.

- Tanta, fra Felice.

- Ecco la fiaschetta: voglio vedere se siete bravo a bere qui nella via.

- Clo... clo... clo..., fu la risposta di Filippo, che subito aveva afferrato la fiasca, vi s'era attaccato con le labbra e fingeva di bere con quel caratteristico rumore del gargarozzo di chi beve in fretta ed avidamente.

La gente attorno rideva e quelli che non sapevano commentavano variamente e tutti si divertivano.

Alcuni che conoscevano e Filippo e fra Felice si edificavano e qualche spiritoso avrà pensato su per giù: costoro la vogliono dare a bere a noi.

Quando il Santo ebbe finito di bere, restituì la fiasca, ma nello stesso tempo, mise il suo gran cappello di prete sulla testa rasa del cappuccino, dicendo:

- Ora a te, Fra Felice, e va pure via...

- Sì, vado via, ma se il cappello mi sarà tolto, non é colpa mia.

Per un pezzo, il Frate camminò sempre tra le risa della gente e sarebbe arrivato molto oltre, quando Filippo pensò che lo scherzo ora poteva avere termine e, forse, temé, che il cappello non sarebbe ritornato: mandò qualcuno e la commedia ebbe termine.

Altre scenette simili, almeno in parte, si svolsero tra Filippo e Felice, senza nessuna intenzione di giuoco, ma lo svolgimento stesso delle scenette, il carattere dei due attori, e le circostanze portarono una nota di comicità.

Un giorno, a Montecavallo, sito pur esso molto frequentato, Fra Felice scorge di lontano Filippo, gli corre incontro, gli afferra le mani, gli si getta ai piedi, chiede la benedizione, senza dir parola.

Filippo abbraccia il frate e stanno per un pezzo tutti e due così in atteggiamento di riverenza l'uno verso l'altro. Si dice che i Santi sono quelli del chiodo cioè cocciuti, almeno quella volta fu così.

Nessuno cedette e, cessato quel primo impeto, si rialzarono e senza dir parola, si separarono.

Un'altra volta, fu fra Felice ad andare a S. Girolamo della Carità a chiedere la benedizione a S. Filippo.

- Non te la voglio dare: sei tu che devi dare la bene dizione a me.

- Assolutamente, Padre Filippo, io non ve la darò io sono laico, voi prete.

- Neppure io te la darò, ripeto: tu, fra Felice, anche laico, puoi benedire.

Stettero cosi abbracciati lungamente e poi, in silenzio si separarono.

Fra Felice morì otto anni prima di Filippo e, certo, il Santo dovette soffrirne molto, nella sua sensibilità umana, ma anche goderne nello spirito, pensando che ora il Cappuccino si trovava in paradiso...

Filippo combinò a fra Felice un amabile inganno del quale avrà avuto notizia nell'altra vita, ma in questa certamente no.

S. Filippo desiderava di avere e serbare un ritratto del suo santo amico, ma non formulò neppure la più lontana idea di arrivare al suo scopo per le vie ordinarie e... legali.

Se avesse detto una cosa simile al Cappuccino, lo avrebbe, anzi, messo in guardia e non ci sarebbe arrivato più nemmeno per le vie torte.

Andò dunque da un suo amico pittore, che si chiamava Giuseppe De Cesari, ma ch'era più comunemente conosciuto col nome di Cavalier d'Arpino, gli espresse il suo desiderio e suggerì, molto probabilmente, il piano.

Un giorno, il frate questuante arrivò anche in casa del pittore per chiedere l'elmosina per amore di Dio...

Il Cavaliere tenne a bada il cappuccino, con qualche pretesto e, intanto, mentre fingeva di attendere ad altro, ne ritraeva le linee.

Collocato il ritratto, rifinito poi, lo mandò a S. Filippo, scrivendo la lettera dietro la tavoletta della pittura, con queste parole: « M.R.P. Venne fra Felice lo feci aspettare e sedere e intanto ordinai che le dessero il pane p. l'elemosina solita et io finsi disegnare altro e discorrevo con d. P poterlo ben considerare dove mi e riuscito di farlo senza che de si sia accorto e Pertanto lo mando a vostra Rev.za e mi benedica. Al Padre Filippo Neri umil.mo servitore Giuseppe De Cesari Darpino.

Abbiamo riportata la forma originale della lettera, perché aiuta, in qualche modo, a vedere l'episodio nella luce del tempo.

Filippo ebbe così il ritratto, che poi, chi sa per quali vicende, ora si trova in casa Gaetani.

Collocato in un'antica cornice di ebano è una delle cose. più belle della Galleria d'arte del Duca di Sermoneta. Tanto ricaviamo dal Capecelatro, che prese visione di ogni cosa.

Fra Felice che subì un inganno dal suo santo amico Filippo, subì anche un'affettuosa violenza dai suoi devoti. Restato per tre giorni esposto in chiesa, per soddisfazione della città tutta, poichè era già ritenuto santo, come la Chiesa poi lo proclamò il 22 maggio 1712, per averne reliquie, i visitatori non gli lasciarono veste intera o pelo di barba...

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it