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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







LE DUE FONTI LONTANE DELLA SUA GIOIA

Una vita sempre in festa.

In questo breve quadro della vita del Santo, non possiamo tacere di un elemento determinante della sua gioia e, senza il quale, S. Filippo non sarebbe più il personaggio che noi conosciamo.

Questo elemento è la sua purezza, la quale fu la prima fonte di ogni gioia.

L'intuizione umana, molte volte, vede più profondamente delle elocubrazioni filosofiche: questa intuizione, pertanto, per determinare la purezza di un'anima usa lo stesso termine che per la purezza di cose materiali, come l'acqua, per esempio, e diciamo pura un'acqua non contaminata.

E così per il contrario: di un'acqua torbida o sporca diciamo ch'è impura e questo termine noi usiamo per una coscienza torbida di impudicizia.

E come può essere gioiosa un'anima travagliata da ansietà, vergogna, rimorsi?

L'impurità poi fa insorgere la carne con tutte le sue bestiali esigenze ed allora la carne lotta contro lo spirito, contro la legge, contro Dio: la guerra è scatenata, dura ed implacabile in quell'anima, con i travagli dei pentimenti e delle ricadute.

Filippo non conobbe una simile situazione.

Egli è felice nella serenità del suo spirito, ch'è come un cielo senza nubi.

La saggezza dei parenti, la sua docilità, lo difesero da ogni contaminazione sozza e se ne trovano molte testimonianze nel processo.

Conosciuti i domenicani del convento di San Marco in Firenze, fu avviato presto ad una vita di pietà e messo al contatto con Dio: la sua purezza così fu maggiormente assicurata e custodita.

Egli ricevette in quella consuetudine con i buoni religiosi la fisionomia spirituale inconfondibile delle anime pure e pie.

Esiste dunque una fisionomia plasmata dalla purezza? Sì! E poiché sarebbe lungo dimostrarlo con il ragionamento, vediamolo con un esempio che vale per tutti. Pensiamo alla figura dell'apostolo S. Giovanni.

E' il S. Vangelo che dà rilievo alla sua castità: la sua figura si muove, opera in questa cornice.

Solo il suo purissimo occhio conosce il Maestro che si presenta in forme misteriose, nell'incorruttibilità della resurrezione.

La sua anima è un cielo sempre sereno, anche nella sofferenza estrema della sensibilità: per questa serenità egli solo, tra gli apostoli, si presenta sempre uguale a se stesso, anche ai piedi della Croce, nel privilegio unico di essere accanto a Maria.

Vuol dire forse ciò che chi non è stato puro non può accedere più alla gioia?

No! Vuol dire semplicemente che chi non è stato puro deve cominciare ad esserlo, ed allora comincerà ad essere lieto; posta così la prima causa della letizia.

Come dice un testo sacro, non v'è pace per gli empi.

Neppure bisogna pensare che per purezza s'intenda celibato, perché così la gioia sarebbe interdetta ai coniugati esiste una purezza coniugale che presenta, talvolta, lati più difficili e, umanamente parlando, più simpatici della continenza assoluta.

Per riguardo a Filippo, il suo corpo stesso era come un'immagine di tutta la sua vita in festa.

Fanciullo saggio, quanto può esserlo un fanciullo, lo chiamarono perciò ben presbo «Pippo Buono» e questa qualifica gli restò tutta la vita e divenne storica.

La tradizione iconografica e biografica, fondata, su testimonianze e documenti contemporanei, ce lo presenta giovinetto bellissimo, elegante, nella moda artistica dei figli di buona famiglia, affascinante specialmente per la luminosità del suo viso.

In un quadro attribuito al Bronzino, e che si trova nell'Oratorio di San Firenze ed in un altro che si vede nella galleria Doria in Roma, creduto del Baroccio, si ammira il fanciullo che quasi si compiace di essere così ben vestito e ne gode: s'indovina che se avesse seguito altra via, sarebbe stato un elegantone...

Infatti, sacerdote, sempre preso dal suo apostolato, poverissimo, ci tenne sempre alla pulizia, alla proprietà, che sono le forme primitive basilari di quella bellezza anche fisica che concorre poi molto alla gioia: e ciò fino alla tarda vecchiezza.

Sentiva il fascino della natura e godeva della visione dei cieli, dei campi sterminati, dei liberi orizzonti e preferì sempre pregare nei luoghi alti, allo scoperto, sotto la volta dei cieli.

Apprezzò sempre la bellezza umana, capolavoro di Dio, e ci sono frasi nelle lettere o espressioni riportate nel processo che parrebbero di un artista raffinato.

Vecchio, asceta, distaccato dal mondo, ritenne sempre integra la sensibilità del bene.

Avvertiva il palpito della vita e l'orma di Dio in tutte le creature.

Un astrologo astrologa di Pippo.

Cioè, interroga gli astri intorno a Filippo.

Una conferma di quanto veniamo dicendo la troviamo appunto nella sentenza... di un astrologo.

Al tempo del nostro Filippo, l'astrologia era in fiore come un scienza e tale era ritenuta da molti.

Uno degli astrologi più rinomati, preceduto da grande fama, arrivò a Firenze, proveniente da Roma: si chiamava Zoroastro.

Forse il padre, forse la matrigna o qualcuno degli altri parenti invitò Zoroastro a leggere negli astri il futuro del fanciullo, che, unico maschietto, era il cocco del padre e delle molte donne.

Non sappiamo quanto ciò precisamente avvenne, né che procedimento Zoroastro tenne, ma sappiamo una cosa molto più importante e cioè che egli dette questa sentenza « Se costui fosse religioso, sarebbe perfetto ».

La predizione fece impressione, perché se ne serbò memoria e fu ricordata nel processo, dopo la morte del Santo. Che pensare di questo giudizio di Zoroastro?

Doveva essere costui uomo, evidentemente, di un certo ingegno, di una certa cultura, se si dette all'avventuroso mestiere di astrologo e si fece un nome e, come pare, anche una fortuna.

Ad ogni modo, egli intuì, forse con la sua molta esperienza e perspicacia, nel giovinetto, una meravigliosa disposizione, vide un tipo, un temperamento, quale noi abbiamo descritto di sopra, azzardò e colpì nel segna.

Non astrologia ma introspezione.

Persone ben più sagaci e veraci, videro Filippo con una luce naturale di intelligenza e sensibilità squisita, molto meglio dell'astrologo.

Giovenale Ancina, che diventerà poi figliolo spirituale di Filippo, così descrive il Santo, prima ancora di averlo conosciuto intimamente e da vicino, ad un suo fratello: « Il P. Maestro Messer Filippo è un vecchio bello, pulito, tutto bianco che pare un'armellino; quelle sue carni sono gentili e verginali e se, alzando la mano, occorre che la contraponga al sole traluce come un alabastro».

Come S. Filippo vedeva la bellezza umana nella sua interezza negli altri, così gli altri la vedevano in lui.

S. Caterina de' Ricci è così vista da Filippo non tanto in un ritratto, ma nella fisionomia che egli aveva impressa nel cuore: « S. Caterina era più bella ed aveva un viso allegro e gioviale».

Così egli sentenziò dopo aver visto un'immagine della santa sua contemporanea.

Alla sua volta, una donna santa e per tale stimata dallo stesso Filippo, Marta da Spoleto, un giorno, trovandosi innanzi al Santo e guardandolo nell'alone di bellezza nel quale egli era avvolto, affascinata gli disse: « Molto sei bello Padre mio ».

Fabrizio Massimo, intimo di Filippo per molti anni, nota anche egli una particolare bellezza che, alla sua volta, fa intravedere una bellezza più grande, interiore: dice in particolare che Filippo aveva lo sguardo come di un giovinetto e di tale chiarezza che nessun pittore seppe ritrarre.

Germanico Fedeli, pur esso intimo di Filippo, osserva la stessa cosa e si duole che un pittore, il quale ha eseguito un ritratto del Santo, non abbia saputo presentare la sua espressione di dolcezza.

Molto più tardi, al Magalotti, come notano gli editori del processo di canonizzazione, Filippo appare quasi « la gentilezza della santità».

E vogliamo concludere questi brevi cenni con un ricordo personale e piuttosto recente.

Il 2 giugno 1951, si inaugurò in Roma una nuova chiesa dedicata a S. Eugenio, in onore del Pontefice allora regnante, Pio XII, (Eugenio Pacelli) e una folla straordinaria si avvicendava nel tempio e tutti commentavano.

Gruppi di visitatori sostavano anche dinanzi ad una statua di S. Filippo Neri, al quale 8 dedicata una cappella: noi ci indugevamo ad ascoltare le diverse opinioni.

Un signore ed una signora guardavano con particolare interesse, e il signore lodava la statua di S. Filippo, tra le meno discusse del nuovo tempio.

La signora osservò al compagno: « S. Filippo aveva uno sguardo più dolce! »

Dove aveva visto lei S. Filippo? Era un ricordo di altre immagini del Santo? No! Pensiamo che il San Filippo dal volto più dolce, la signora l'aveva visto, come tanti altri, nel suo cuore, dove la tradizione secolare e le impressioni suscitate dalla sua gesta, l'avevano ben fissato.

Mettendo di fronte il giovine Filippo di Firenze, anzi il Pippo Buono dei primi tempi e questo Filippo della maturità e della vecchiezza quale si palesò sempre in Roma, ci possiamo domandare che cosa fosse cambiato, col tempo, nel nostro Santo.

Nessun cambiamento, anzi un aumento di meravigliosa bellezza: una fiamma di maggior santità ardeva ora nel suo cuore e si irraggiava in tutta la sua persona.

È questo il segreto del suo fascino irrresistibile, gioioso. Dopo quanto abbiamo detto, qualcuno potrebbe osservare: dunque un predestinato?... Dunque nato cosa?... Quindi, nessun merito!

Egli certamente ebbe da natura un temperamento gioioso ma ciò non bastava e tutto non è qui: egli lo coltivò, lo lavorò, l'affinò come un artefice fa di un opera abbozzata in un momento di genialità.

Ci sono stati tanti, certo, che hanno avuto un bel temperamento o anche un temperamento simile ma poi lo hanno trascurato e magari guastato, profanato con azioni non degne.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it