Santo Rosario on line


Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







QUATTRO RICETTE PER LA GIOIA

L'ingrediente principale di queste ricette.

Sembra incredibile, ma è pur così che l'ingrediente di queste ricette per la gioia, è il disprezzo.

Generalmente il disprezzo è ritenuto un sentimento cattivo e che produce male, tristezza e quindi è contrario alla gioia.

Però del disprezzo, come di altre cose generalmente cattive, può avvenire come del veleno: il veleno uccide, ma in proporzione di medicina, con altri elementi, diventa salutare.

Ma veniamo alla storia delle ricette.

Un santo monaco e vescovo irlandese, San Malachia, O Margair, scriveva tante belle cose in prosa ed in poesia, in latino, s'intende, e tra le altre cose scrisse questo elogio del disprezzo.

1
Spernere mundum
disprezzare il mondo

2
Spernere nullum
non disprezzar nessuno

3
Spernere se ipsum
disprezzar se stesso

4
Spernere se sperni
disprezzare di essere disprezzato.

Le ricette di felicità, sono state inventate in ogni tempo da uomini che avevano tutt'altro interesse che quello della felicità, come, per esempio, il Conte di Cagliostro, che inventò l'elisir di lunga vita.

Ma queste ricette erano truffe, mentre le ricette del santo Vescovo irlandese sono infallibili come quasi... le definizioni del Papa.

Ma spieghiamo l'uso di queste ricette e come si debba prendere il medicinale che esse prescrivono. Cominciamo dal riconoscere quel mondo che, chi vuole stare allegro, deve disprezzare; il mondo è definito da certe espressioni che tutti dicono 'e accettano e cioè «mondo infame - mondo pazzo - mondo cane - mondo traditore - mondo ladro - mondo porco... ».

Queste definizioni sono tutte vere, ma la più pittoresca mi pare quella: mondo porco.

Immaginiamo un trogolone grande grande: il trogolone è quel recipiente in muratura o di altro genere, nel quale si pone il cibo ai porci.

I porci vi buttano il muso dentro a gara e lavorano di bocca: quando il trogolone è molto ampio i porci vi saltano dentro.

Questo immenso trogolone, che abbiamo immaginato, è il mondo, e quegli animali sono gli uomini che vi si buttano per cercare i piaceri che il mondo offre, e si comportano come se essi dovessero stare sempre in questo mondo e litigano tra di loro e si azzannano, talvolta, nella gara di accaparrarsi una parte maggiore.

Ma la giostra finisce male: quel bene che questi emuli dei porci cercavano, non lo trovano, ma solo malanni, disgusti ed altre cose del genere.

Se uno non sa vincere il fascino, le attrattive del mondo il quale ha una grande forza sui sensi, addio pace, addio gioia e, spesso anche, addio salute dell'anima.

Ma non basta questo disprezzo del mondo, per non essere preso, nelle sue reti: non bisogna disprezzare nessuno in particolare, come prescrive la seconda ricetta.

Nessuno ha il diritto di disprezzare un altro, sia anche costui un cattivo.

Se tu disprezzi questo, disprezzi quell'altro, per questa o quella ragione anche fondata, perché tutti abbiamo dei difetti, tu litighi, perdi tempo, ti procuri nemici ed inizi una guerra: in questo modo è finita la gioia, è finita la pace.

Se vuoi disprezzare qualcuno, puoi disprezzare te stesso: anzi la terza ricetta dice appunto così.

Questo disprezzar se stesso è più facile, perché anche tu avrai i tuoi difetti ed avrai al tuo passivo certe cosette poco onorevoli, che gli altri non sanno, ma che tu conosci bene.

Noi generalmente crediamo di essere più di quello che siamo ed abbiamo delle pretese... Vogliamo essere calcolati, stimati, e creduti impeccabili: siamo superbi e siamo soli a non conoscere i nostri difetti ed a non vedere certi punti oscuri ben vergognosi.

E qui giova richiamare l'insegnamento di quel grande uomo, di cui abbiamo fatto cenno a principìo e cioè il favolista Esopo : egli disse che noi abbiamo sulla spalla, due bisacce con innanzi i difetti degli altri, che vediamo, e indietro i difetti nostri che non possiamo vedere.

Naturalmente poiché gli altri non sono del nostro parere, riguardo a noi e non hanno quel concetto grande che noi abbiamo di noi stessi e non vogliono dar soddisfazione alle nostre pretese, ecco che noi ci troviamo impigliati in una guerra.

La maggior parte dei nostri dispiaceri e guai avvengono, infatti, per le credute manchevolezze degli altri verso di noi.

In questa maniera addio gioia, pace, se non si osserva questa terza ricetta.

Disprezzare di essere disprezzato è la quarta ricetta: è l'ultimo dei quattro gradi di disprezzo ed è il disprezzo grande, sublime, glorioso.

Noi inghiottiamo tutto, ma l'essere disprezzati, no! Ripetiamo, la maggior parte dei nostri guai proviene dal fatto che ci riteniamo in diritto di essere considerati e tenuti in qualche onore.

Anche un ladro, se lo si chiama ladro, benché riconosciuto da tutti per quello che è, guai!...

Se egli può, vi chiama innanzi al giudice per farvi riconoscere che egli è un galantuomo.

II nostro tormento è dunque di non essere considerati e noi facciamo dipendere la nostra pace e la nostra gioia dal concetto che gli altri hanno di noi.

Pertanto, è una vigliaccheria, una stupidità quella di mettere la nostra pace la nostra gioia nella considerazione degli altri: è una forma di schiavitù.

Se siamo dotti, forse, perché gli altri ci credono ignoranti, perdiamo la nostra dottrina? Se siamo, invece, ignoranti, diventiamo sapienti perché gli altri ci credono sapienti?

Se noi ci riscattiamo dalla servitù del giudizio degli altri, noi abbiamo finita la cura e, nella libertà dei figlioli di Dio, abbiamo trovata la gioia.

Un altro mortaretto.

S. Filippo da quel grande osservatorio, ch'è la confesalone, aveva studiato specialmente due microbi micidiali della vita spirituale e si dette a trovare la penicellina... adatta per sterminarli.

Quando gli capitavano infatti ammalati assaliti da questi microbi e cioè la scrupolosità e la malinconia, metteva subito mano al medicinale, che era sempre proporzionato al malato e diamo qualche esempio.

Arriva un giorno a lui un ottimo sacerdote, un certo Giambattista Ligera e fa per aprire la bocca e cominciare a raccontare una delle sue paure ed angosce, tutto preso com'era negli scrupoli: aveva poi una faccia scura, spaventata.

Filippo comprese e senza fargli dire parola, gli ordinò via, stenditi lungo lungo per terra, davanti al mio confessionale e non ti muovere sai, non ti alzare finché non ti dico io.

I presenti che videro quella manovra e gli altri che arrivavano in seguito commentavano:

- Ma è matto quell'uomo là... La chiesa non è un teatro.

- Guardatelo: pare un salame affumicato!

- Che gli sia venuto un'accidente?

- Guarda che ti combina quel P. Filippo, diceva qualcuno che la sapeva più lunga ed aveva capito chi era il regista di quella farsa, quando i registi non ancora esistevano.

Fu certamente al presentarsi di una di queste scene le quali non erano infrequenti, che Filippo fece sparare un altro suo mortaretto, preparato da molto tempo.

Ma questa volta lo sparo, per un improvviso colpo di estro, avvenne in poesia, un po' zoppo nel secondo verso, ma ugualmente efficace.

« Scrupoli e malinconia fuori di casa mia».

Da quel giorno, sono ormai secoli, il mortaretto spara ancora e, crediamo, sparerà per altri secoli ancora, tanto esso è sempre moderno: non c'è sacerdote, educatore, padre o madre, che, di fronte ad una manifestazione di scrupolosità o di malinconia, non ripeta quei due versi.

Talpone.

In verità gran male è lo scrupolo: esso è come la ipersensibilità, cioè la sensibilità diventata malattia.

Lo scrupolo, come una grossa talpa, lavora sotto terra per vie complicate, tortuose e così fa inaridire le radici stesse della pietà, mentre vuol parere esso stesso pietà grande e raffinata.

Lo scrupoloso vede dappertutto male, peccato, e si tormenta inutilmente girando su se stesso.

Gli scrupolosi arrivano talvolta ai margini della pazzia, per far troppo bene.

Lo scrupoloso se si distrae solo un poco nella preghiera, per uno di quei giochi insopprimibili della fantasia, dice a se stesso: questa preghiera non vale... Ricomincia... Ma poi si distrae ancora e ricomincia e finisce per non pregare più ma dire soltanto delle formule vuote.

Un prete, che io ho conosciuto, non finiva mai di dire il suo Breviario e cambiava ogni momento luogo, pensando che in un luogo diverso non troverebbe distrazione, non sentirebbe rumore!

- Ma questo luogo non lo trovava mai e così non finiva mai di girare: una volta lo vidi, dietro un bastione di Castel Sant'Angelo in Roma con la faccia al muro, come un fanciullo castigato, con le spalle alla gente che passava e il suo Breviario in mano.

Questo fenomeno della scrupolosità, oggi, fa un gran male, specialmente fra persone anziane, a proposito della Comunione.

Abituati al tempo in cui bisognava star digiuni dalla mezzanotte, per poter fare la Comunione, credono che ricevere la Comunione secondo le leggi nuove della Chiesa e che cioè tre ore prima si può mangiare e fino ad un'ora prima si possono prendere liquidi, meno liquori, sia una Comunione meno perfetta.

Essi vogliono fare come si faceva anticamente: così dicono! Però siccome non badano ad astenersi dal mangiare e dal bere, in così lungo spazio di tempo, oppure non sanno superare il disagio di non prendere qualche cosa, magari un caffè, dicono: beh! la Comunione la farò un'altra volta! Così, di volta in volta, la Comunione si rimanda magari fino a Pasqua.

Per fare la Comunione perfetta, non la fanno per nulla. Molto spesso questi poveri malati, disperati di poter uscire ad essere buoni, come vorrebbero, si abbandonano ad ogni eccesso.

S. Filippo li strapazzava, per toglierli all'incantesimo, li faceva cadere nel ridicolo, per aprire i loro occhi. Mentre il sofferente, certe volte, aspettava chi sa quali gravi parole, quali gesti misteriosi di liberazione, egli chiamava qualcuno che aveva una bella voce, come il P. Antonio Gallonio e gli faceva cantare una delle canzoni della Ciociaria, dove magari si dicevano tenerezze tra innamorati.

Il povero malato era come buttato all'aria libera. Talvolta, o dopo qualche parola oppure senza dir niente, prendeva per mano il paziente e lo tirava dicendo: Facciamo a correre... Voglio vedere chi arriva più presto. Talvolta dopo aver sentito la filastrocca di peccati inesistenti, ma che lo scrupoloso credeva veri, Filippo gli dava questo ordine:

- Va benissimo... Ti libererai presto, ma devi fare quello che dico: a mezzogiorno, quando tutti saranno nel refettorio, tu verrai, ti metterai in mezzo e dirai tutti questi peccati a voce alta.

- Ieri, cominciava lo scrupoloso, ho visto due pezzi di legna, che erano disposti, mi pare, a forma di croce, ed io ci sono passato sopra ed ho calpestato quella croce empiamente.

- Nella predica dell'altro ieri ho sentito parlare della fede viva, della speranza incrollabile, della carità ardente ed io mi sono persuaso di non avere più né fede né speranza nè carità: sono disperato.

- Un mio parente è morto e mi ha lasciato una certa somma in danaro: io non ho pianto: mi pare che io abbia avuto piacere della sua morte e penso che se fosse dipeso da me l'avrei fatto morire: io sono un assassino.

- Un altro giorno ho visto in faccia una donna che mi sembrava bella: ho sentito un piacere: ho fatto segno con la testa di non consentire, ho agitato anche le mani, ma sentivo piacere... Però non lo volevo: ho commesso adulterio perché quella donna era maritata.

- Non mi sono accusato bene nell'ultima confessione, perché quando il confessore mi ha domandato da quanti giorni non mi ero confessato, ho risposto: da sette giorni, invece erano otto giorni. Ho fatto una confessione sacrilega, sebbene non mi ricordassi precisamente, in quel momento.

- Ho visto un amico che aveva una bella veste e mi sarebbe piaciuta averla anch'io, ho desiderato la roba altrui.

Tutti quelli che udivano e conoscevano l'uomo incapace di commettere la più piccola azione deliberatamente o di prendere uno spillo, man mano che udivano quelle credute enormità, ridevano, beffavano, sghignazzavano.

Il poveretto si rialzava sudato per la vergogna ma mezzo guarito, perché, con la mezza parte del cervello sano, cominciava a persuadersi che era pazzo per l'altra metà.

Ecco una cura che durò parecchio tempo ma fu efficacissima.

Tra i fratelli laici della Congregazione c'era un certo Egidio Calvelli. da Cingoli nelle Marche: era un santo uomo, di vita purissima, ma scrupoloso per riguardo alla purezza specialmente ed egli ad ogni paura di peccato faceva delle crocette, come gli avevano insegnato e domandò al Santo se ciò era bene.

Se il Santo avesse fatto un bel ragionamento, sarebbe riuscito a nulla con quell'uomo semplice e gli disse, senz'altro: si, è cosi. Con le crocette si vincono le tentazioni ed è bene farne molte.

Avvenne che per ogni paura di peccato, Egidio faceva crocette dalla parte del cuore e ciò accadeva specialmente in presenza di donne.

Capitava che ci fossero dei Padri ed altre persone, e lui Egidio a far croci, si avvertiva tra i presenti un disagio grande: i Padri ricorsero al Santo.

- P. Filippo, Egidio ci fa diventare tutti ridicoli perché comincia crocette a serie non appena sente il fruscio di una gonna: ditegli che la smetta.

Cattivo rimedio! Il Santo, volendo guarire il malato e mortificare gli altri, anche per quel suo genio particolare,... venuta l'occasione, esortò Egidio a far sempre più crocette. II poveretto si ridusse a tale che la veste, dalla parte del cuore, dove faceva quelle crocette si consumò: Egidio finalmente comprese e la smise.

Una ragazzinaccia.

E' questa la malinconia! La malinconia, nella lingua e nell'estimazione generale della mentalità moderna, è ritenuta come una specie di tristezza sì, ma composta, delicata, gentile, di creatura sensibile che geme dignitosamente: geme del male proprio e del male altrui e vede tutto appannato, perfino il sole.

La persona malinconica ama la luna patetica, le ombre discrete, i luoghi solitari...

Essa, la malinconia, è come certe ragazzine, pallide, con gli occhi languenti che sembrano delle madonnine, ma sono delle malate, anemiche e, molte volte, portano una origine equivoca.

La verità, infatti, è un'altra e quegli uomini di ingegno che sapevano la natura vera del male, la chiamarono con un nome composto di due parolette che vogliono dire bile nera.

Ecco dunque che cosa è la malinconia: produzione di un fenomeno lieve di avvelenamento.

Essa fa vedere tutto nero, fa ripiegare su se stessi, rinchiude l'uomo nel proprio egoismo.

La vita, il mondo, pensano essi, non è che un campo di morte, di dolore: vivono di paure, di apprensioni, di sospetti: il malinconico sostituisce al mondo vero, un immenso funerale.

Il malinconico è senza coraggio e dappertutto vede peccati, insidie, morte latente.

Egli ritiene che non vi è ragione e diritto di vivere non è raro il caso che dei malinconici arrivino al suicidio, senza nemmeno una ragione specifica.

Il malinconico è un uomo che contempla se stesso e gli altri e non saprebbe dire un perché preciso.

Ecco un esempio dell'abbaglio che si prende a proposito del fenomeno della malinconia.

Ippolito Pindemonte, vissuto nel bel mezzo del romanticismo, colpevole in gran parte di aver creato il mito di una malinconia benefica e decorosa, temperamento malinconico egli stesso, così cantò:

Melanconia Ninfa gentile La vita mia consegno - a te.

E se si fosse fermato qui, meno male! Va oltre il poeta e sentenzia

I tuoi piaceri Chi tiene a vile Ai piacer veri Nato non è.

Questo poeta scrisse un poema, incompiuto, e che per fortuna non è stato mai pubblicato: « I sepolcri ». L'insegnamento di Gesù tanto è decisamente contrario all'inquietudine della malinconia, che la condanna. Egli richiama le anime affannate a considerare i gigli luminosi del campo, gli uccelli cinguettanti del cielo, dei quali il Signore prende cura: invita ad abbandonarsi in Dio, nella gioia, nel coraggio.

San Paolo, nella lettera diretta ai fedeli di Corinto, insegna che «la tristezza del mondo opera la morte ». San Filippo, crediamo, solo fra tanti santi, almeno in una maniera così esplicita e forte, individua e riprova la malinconia o tristezza, fonte di infiniti mali: egli si rivela grande educatore e psicologo.

Solo dopo secoli, una scienza, nuova ha scoperto che i malinconici, i taciturni, i fanciulli chiusi, sono spesso candidati alla delinquenza.

E perché? Perché il fanciullo malinconico, chiuso nel suo mondo interiore di fantasmi neri, imbocca vie false e nessuno può disingannarlo perché egli si chiude: verrà un giorno in cui, per quelle vie false, arriva al precipizio. S. Filippo reagisce in modo forte, violento, talvolta, perché questi malati morbosi hanno bisogno di essere presi per le spalle.

Un sacerdote di S. Girolamo, Giuliano Foscherio, condusse un giorno un povero uomo malamente torturato da uno scrupolo molto comune: quello di non sapersi spiegare nelle confessioni.

Sono infatti numerosi gli scrupolosi che credono di fare una bella confessione, soltanto vuotando un sacco di peccati che non trovano perché non li hanno fatti, e così restano sempre insoddisfatti: credono di essere dei grandi peccatori e pensano di non saper trovare i peccati e di fare perciò confessioni non valide, incomplete.

Arrivato quel tale innanzi a Filippo, disse il suo caso e il Santo così gli rispose:

- Va bene quello che dici, quando tu ti confessi ad uno solo, ma saresti ora disposto a confessarti a tutti e due noi, a voce alta?

- Certamente, perché io non ho rispetti umani.

Ciò detto cominciò la sua confessione e quando ebbe finito, il Santo gli domandò

- Sei contento? Ti pare di aver fatto una buona confessione?

- Contentissimo P. Filippo.

- Bene, quello che hai fatto per due confessori, fallo per uno.

Il poveretto fece allora una esperienza, e dopo l'esperienza una riflessione: mi sono espresso bene con due, mi posso esprimere bene con gli altri: che sciocco sono stato. E così guarì.

Procedimenti di poche battute e procedimenti drammatici.

Il Santo talvolta liberava dalla malinconia con poche battute ma fatte cosi abilmente da tirare il malato dalla sua nebbia: queste battute erano però ripetute e costituivano una cura tutta speciale.

Un canonico della bella Basilica di S. Marco in Roma, nell'allora omonima piazza S. Marco, un certo pellegrino Altobello, vedeva molto spesso Filippo e lo incontrava magari per via: il Santo, non appena lo vedeva, atteggiava il viso ad un sorriso, come si fa per un ragazzo che deve essere incoraggiato, gli correva incontro e diceva, su per giù

- San Pellegrino... Che fai? Come stai? I tuoi di casa stanno bene?

Poi gli faceva delle carezze sul viso e tante altre moine per cui il poveretto doveva ridere anche lui e rispondere a quella festa: tutto era finito.

Ecco un procedimento, invece, che si trova una volta sola.

Due cappuccini vennero a far visita al Santo, del quale avevano sentito dire mirabilia e pensavano di trovare un uomo grave, che dicesse parole gravi, untuose.

Filippo invece li accolse come usava normalmente, ma con un volto più sereno.

Ad un certo momento uno dei due, quella giovane, sputò per terra...

- Maleducato, cominciò il Santo, fatto tutto buio! Sono azioni queste che si commettono in casa di altri e poi dinanzi a me?

L'altro zitto e, per di più, con una faccia allegra, e si sarebbe potuto dire, con una faccia tosta.

- E non avevi un fazzoletto? Non potevi trattenerti un poco? Non potevi sputare prima di venire qui? Sono libertà queste che nemmeno i villani più ineducati si permettono!

E l'altro zitto ancora, sempre con quella faccia imperturbabile.

- E poi un religioso, per giunta! E' scandaloso. L'altro cappuccino, un anziano, s'era turbato, fremeva e si vedeva che era irato contro il Santo.

- Lévamiti dinanzi, proseguì il Santo, e, nel dire così, fece l'atto di levarsi una pantofola e di colpire in testa il giovane cappuccino sempre sereno e allegro come una Pasqua. Levati quel mantello, aggiunse, perché non sei degno di portarlo!

- Vostra riverenza dice bene: è padrone di farmi levare il mantello, non solo perché non ne sono degno, ma perché oggi non fa freddo e poi ho mangiato molto bene!

Non era una rivincita quella del giovane cappuccino ma, era una ingenuità incantevole, mentre l'altro cappuccino si stizziva e faceva movimenti di sdegno.

Ci furono altri complimenti, tutti dello stesso stile, da parte di Filippo, ma sempre lo stesso atteggiamento dei due ospiti.

- Non ho da dire nulla di più, concluse Filippo: potete andare.

Il suo sguardo era severissimo ed il volto come quello di un uomo irato: il Santo sapeva recitare bene la commedia, quando voleva.

Erano arrivati i due alla fine delle scale, quando Filippo li fece richiamare e non appena essi furono giunti, gittò le braccia al collo del giovane, gli disse le più belle parole di questo mondo e soggiunse:

- Persevera pure, caro, in questa allegrezza, in questa imperturbabilità, in tutte le circostanze, perché questa è la vera strada di far profitto nella via delle molte virtù religiose.

Il giovane fu confermato nel bene, il vecchio ebbe una dura lezione.

Il fatto sembra suggerito da un estro improvviso e ingiustificato; Filippo, invece, sapeva qualche cosa o aveva intuito una situazione da dover curare.

Fatti e non solo parole...

Ma ci sono casi, e tanti, nei quali la malinconia, la tristezza, lo scoraggiamento, non provengono dal temperamento o da cause interne, ma da cause esterne per le quali non possono bastare le parole e i procedimenti più belli. In queste altre situazioni, Filippo diventava un uomo che spendeva tutto quello che aveva, tutto quello che poteva procurarsi, che spendeva se stesso per venire incontro ad un bisogno: liberò dalle mani della giustizia persone anche potenti, procurò posti ai disoccupati e patrocinò la buona causa contro prepotenti anche collocati molto in alto.

Soccorreva, con larghe erogazioni, i carcerati ed ottenne, direttamente dal Pontefice, la liberazione di un nobile, Tiberio Astalli, accusato innocentemente di omicidio.

Salvò dalla fame e per molto tempo un nobile decaduto finché la sua situazione non cambiò.

Talvolta trovava delle soluzioni rapide per fatti che si presentavano improvvisi, come gli suggeriva l'estro, e diamo qui alcuni esempi.

Il cicoriaro. Allora, come anche oggi, venivano in città contadini e povere persone, che vendevano erbaggi raccolti o coltivati da loro.

Un giorno, un cicoriaro, avendo sentito parlare dell'Oratorio, volle prenderne conoscenza e, come era capitato a tanti altri, restò incantato e si fermò.

Passò così parecchio tempo e poi venne una pioggia dirotta ed il cicoriaro non ebbe più tempo per collocare la sua povera merce e neppure poteva partire.

E poi che bella figura avrebbe fatto, riportando a casa la sua cicoria? E poi i soldi, che gli servivano?

C'erano tante piccole ragioni, che per lui erano grandi, e però il povero uomo era desolato: Filippo si rese-conto della situazione e subito decise.

- Cari amici, disse egli, questo povero fratello deve vendere la cicoria, ch'è una cicoria di prima qualità, da far gola... lo ne compero una parte. Chi di voi ancora ne compera?

- Io... io... io..., cominciarono a dire alcuni.

C'era tuttavia chi non rispondeva all'invito e Filippo diceva:

- Avanti anche tu: non te ne pentirai e poi farai una bella figura a casa tua, portando della roba così buona! La cicoria fu venduta tutta, il contadino ne ricavò un bel gruzzoletto e andò via, ringraziando, leggero come un cardellino, nutrito nello spirito, per quello che aveva udito, e contento per l'affare.

L'orologiaio. Due fratelli orologiai, molto esperti, bravi anzi, della loro arte, ora abbastanza vecchi, facevano pochissimi affari.

Avevano una numerosa famiglia, quasi tutta di ragazze che, forse, per mancanza di mezzi non avevano trovato modo di collocarsi in matrimonio.

Filippo decise di salvare i due bravi artefici e perciò ordinava loro di preparare degli orologi, che evidentemente non gli servivano.

Quando gli orologi erano pronti egli pensava... a delle persone che potessero essere vittime del suo stratagemma. Andava da une o l'incontrava e diceva

- Vedi, conosci tu quegli orologiai alla via tale? Lavorano benissimo! Hanno degli orologi belli e pronti e tu ne dovresti comperare uno.

- Ma io non ne ho bisogne!

- Bene, ti servirà per quando l'orologio che hai non sarà più buono!... Poi avere due orologi è sempre meglio che averne uno!... E poi un affare è sempre un affare!.. E inoltre fai due cose buone: un affare come ho detto e un'opera buona. Come vedi c'è convenienza e vantaggio per l'anima e per il corpo.

L'altro finiva per comperare.

Con questi santi raggiri, gli orologi si vendevano ed erano tutti contenti: Filippo, chi comprava, e chi vendeva.

Un grande capitombolo.

Le forme per dare la serenità e la gioia, attraverso il soccorso, erano talvolta eroiche: una volta soccorse per quattro anni continui una povera donna con quattro figli piccoli, provvedendo non solo del cibo quotidiano e dei vestiti, ma dando perfino diciotto o venti scudi per altri piccoli bisogni.

Una brava penitente sua, Gabriella da Cartona, rimasta vedova e con una figliola, si trovò in grande bisogno: Filippo le maritò la figliola ed intervenne alle nozze con una piccola comitiva, organizzando così anche la festa. Non era raro vederlo uscir di notte con dei fagotti in cui erano vesti o cibarie, per soccorrere persone vergognose. Nell'anno 1550 capitò un caso straordinario: un nobile vergognoso aveva bisogno del pane e languiva miseramente tenuto in casa dalla vergogna e dalla grave età. Filippo, su la mezzanotte, si mette in cammino e avanza velocemente.

Ad un momento, di contro, una carrozza viene rapidamente ed il Santo deve prendere una decisione immediata per non essere investito: si tirò da parte credendo di accostarsi al muro e non vide che tra il muro e dove lui stava, c'era una fossa altissima, forse per fondamenta di casa: vi cadde dentro.

Certo con un grande spavento ma pure nella limpida visione della situazione, si rese conto della sua condizione: era impossibile uscire dal fosso.

Non aveva finito di pensare questo, che si vide preso per i capelli, tirato in alto, rimesso su la via: un angelo era intervenuto.

Questo fatto narrato da lui stesso è di un'evidenza solare: egli camminava ed era bene sveglio: nella fossa si trovava da sveglio e da sveglio si trovò di bel nuovo nella via: non ci fu dunque possibilità di errore alcuno.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it