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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







UN PICCOLO QUADRO

L'alba di un grande.

Prima di ascoltare Filippo nei suoi giochi e nelle sue facezie, bisogna che io vi dica qualche cosa di lui, della vita: sarà un piccolo quadro ma necessario. Perché le nostre azioni, per vederle bene, si debbono guardare nella persona, nella fonte.

Molti fatti, staccati dalla persona, o non si comprendono o si comprendono male: inoltre, certi episodi della vita hanno veramente un carattere comico, pur nell'apparente serietà, ma questa comicità non si scorgerebbe, se non si avesse notizia della vita.

Diremo subito dunque che Filippo nacque a Firenze il 21 Luglio 1515 da buona famiglia..

Facciamo notare ancora, cosa molto importante, che era un ragazzo come gli altri, che saltava, rideva, capace di fare quelle monellerie e di dire quelle impertinenze che ogni ragazzo normale deve saper fare e dire, se non è ammalato o un poco scemo.

Ricordiamo qualche episodio in proposito: una volta il ragazzo trova un asino momentaneamente incostudito, ci salta su, gli batte i piedi nei fianchi e lo mette in cammino, piuttosto rapidamente: l'asino imbocca una porta, che non era quella dell'uscita, ma della cantina.

La scalinata che metteva in giù era abbastanza lunga e l'asino e il piccolo Filippo precipitarono e fecero un groviglio solo nella cantina: il ragazzo sotto, l'asino sopra.

I ragazzi sono elastici come la gomma: mentre quelli di famiglia, accorsi al rumore, pensano che il buon monello sia stato schiacciato, ecco che egli balza come una palla, sano e salvo.

Ecco un altro episodio di nuovo genere che mostra come nel piccolo ci fosse anche la capacità di fare le monellerie non del tutto innocenti.

Un giorno, mentre Filippo leggeva presso la finestra, con una sorella più piccola di lui, Lisabetta, ecco che una altra sorella, la maggiore, Caterina, che già faceva la mammina, venne a rimproverarli, non sappiamo per quale ragione giusta o ingiusta.

Filippo, seguendo la vivacità del suo carattere e il suo primo impulso, avrebbe dato, forse, a quella molesta più di un ceffone: l'educazione ricevuta però aveva avuto i suoi effetti ed egli non poté fare a meno di darle uno spintone poco piacevole. Qui finiscono gli episodi di qualche rilievo.

Andò a scuola Filippo e fu bravo, ma non del tutto per suo merito: Dio gli aveva dato un'intelligenza acuta, pronta, luminosa.

Stette in Firenze fino ai 17 - 18 anni, e poiché le cose familiari non andavano bene economicamente, partì per la cittadina che oggi chiamiamo Cassino e che allora si chiamava San Germano, dove c'era uno zio cugino, Romolo, che faceva il commerciante, aveva molti quattrini, era senza figli e senza nessuna speranza di averne.

Si era d'intesa che il giovane avrebbe fatto il commerciante come lo zio e ne sarebbe stato l'erede.

E qui dobbiamo richiamare un episodio di profonda comicità, benché... patetico nell'apparenza, e che ci mostra come il giovane avesse già un carattere, un'indipendenza, uno spirito di fierezza.

Nel momento del commiato, sempre denso di commozione, Francesco, padre di Filippo, non seppe far di meglio che spiegare un foglio, preso per l'occasione, e darlo al figlio con un visibile senso di orgoglio: era l'albero genealogico del casato Neri.

Molto probabilmente Francesco avrà ricordato al figliolo il lontano antenato Giovanni che fu notaio di grido, decorato di nobiltà e con uno stemma ben vistoso: avrà ricordato altri antenati che, per le cariche occupate, ottennero il titolo di venerabili e così, pensiamo, molte gloriuzze di famiglia.

Chi avesse fissato in viso il giovane, si sarebbe accorto che egli ascoltava le parole orgogliose del padre con molta indifferenza.

Ed era veramente ridicolo vedere l'uomo tutto sussiego dire in sostanza: sono cose grandi queste, figlio mio, e il figlio invece pensare: per me sono cose piccole e non me ne importa niente.

E che la situazione fosse questa, si rivela dal fatto che il giovane, non appena lo poté, senza irritare il padre, prese l'albero... che non era davvero robusto, lo fece in tanti pezzetti e lo consegnò al vento!

Una spedizione fallita.

L'avventura di S. Germano ebbe seguito, in un altro episodio, più comico ancora nella sostanza.

Il viaggio per S. Germano fu una piccola spedizione ed anche un'avventura, alla ricerca di una fortuna.

Arrivare a S. Germano, infatti, non fu piccola fatica, bisognando percorrere vie torte e malagevoli, per un complesso di circa settecento chilometri.

Qui ci possiamo domandare: ma Filippo andava condvinto alla conquista dì una fortuna? Pensiamo che andasse ma non convinto.

Il giovane che aveva riso della bagattella nobiliare, poteva aver mai aspirazione a qualche cosa di più basso, come le ricchezze?

Comunque, poco dopo, il germe che egli aveva in cuore di un'aspirazione più grande, crebbe, si nauseò di fare l'aspirante mercante e l'aspirante ricco, si presentò agli zii e disse

- Cari zii, mi dispiace, ma debbo dirvi che io vi lascio e vado via...

- Ma che sei pazzo? Vuoi rinunciare ad un avvenire? - Non m'importa! (Ma ciò era detto nel cuore).

- Guarda questa casa, tutta questa mercanzia e pensa ai danari che ho al banco: è tutta roba tua.

- Non m'importa! (Sempre nel cuore). - E dove vuoi andare? A fare che cosa? - Non v'importa! (Sempre nel cuore).

- Pensa, disse qui probabilmente, la zia, intervenuta molto opportunamente ad aiutare il marito, pensa che più in là, perché ora sei troppo giovane, ti cercheremo una bella e brava ragazza e ti sposerai e sarai felice!

- Risata (nel cuore).

- Avvisiamo, riprese qui lo zio, poiché il giovane non mostrava minimamente di persuadersi, i tuoi di Firenze, tuo padre, le tue sorelle.

- Non occorre! (ancora nel cuore).

Il dialogo finì male e, forse, zii e nipote non si salutarono neppure: egli partiva come un colpevole.

Quando Filippo fu sulla via, avrà detto probabilmente finalmente) Ero stufo.

Si mise così allegramente sulla via di Roma come uno che andasse a festa.

Quando quelli di Firenze, Francesco, le sorelle i parenti tutti seppero la notizia, non avranno mancato di dire, nello stupore e nello sdegno, secondo la logica comune che stupido quel Pippo! Non poteva fare una bestialità più grande.

Una carriera bellissima.

Completiamo i brevi cenni biografici, per i curiosi. Arrivato a Roma, Filippo si dette ad una vita austerissima ma non segregata dal mondo: impartiva lezioni ai due figlioli di un fiorentino, che l'aveva ospitato, un certo Galeotto Caccia, uomo nobile di cuore e di nascita, direttore delle imposte pontificie in Roma e personaggio molto in vista e ben provvisto di quattrini.

Nella città eterna il giovane compì cose meravigliose, nella lunga vita che vi condusse fino al 1595, quando morì all'età di ottanta anni ed acquistò una celebrità universale.

Compì opere grandiose, ma di ciò s'informi chi vuole, in altri libri.

Fu la sua una carriera bellissima, per parlare al modo di dire del mondo.

Fin da principio però, egli non si limita ad impartire lezioni ai due figli del nobile Caccia con i quali, naturalmente, avrà riso e giocato, ma si mette subito tra i giovani più o meno sviati, o addirittura scapestrati ed esercita un apostolato meraviglioso tra loro.

Tale apostolato però ha già uno stile, che sarà quello di tutta la sua vita: rideva, giocava con i giovani, senza distinzione di persona o di luogo, per le botteghe e nelle vie, e faceva gara di botte e risposte, ma alla fine trovava sempre il modo di dare un avvertimento, un consiglio buono ai suoi compagni improvvisati, mettendoli sulla via di una gioia sempre più grande.

Ciò, tuttavia, senza darsi l'aria di missionario o di padre spirituale ma in una maniera scanzonata, nel carattere dei giochi.

Divenne presto un capo tra questi compagni, costituì un centro di attività ed arrivò a creare un movimento. Studiò contemporaneamente teologia e filosofia ed arricchì la sua mente di belle cognizioni: se non fu un dotto, fu un uomo che sapeva il fatto suo, meglio di certi dottori con tanto di laurea.

Il segreto del suo successo fu sempre quello della sua ricchezza di riso e di gioia, che gli ardeva nel cuore come una lampada inestinguibile.

A stare con lui, si godeva e questo fu il potere di tutta la sua vita.

Genialità.

Questa carriera bellissima però, avvolta sempre in un alone di gioia, raggiunse la genialità e pervenne ad orizzonti nuovi, nel progresso dello spirito.

La genialità di S. Filippo si palesò nell'organizzare tutta la vita in letizia, nel superamento del pessimismo, della paura, dello scoraggiamento, di ogni male e di ogni viltà.

Egli, pertanto, introdusse nel mondo un nuovo costume di perfezione, di santità: aprì una nuova via all'ascetica.

E qui osserviamo un fenomeno che si trova in tutte le grandi figure storiche: la maggiore qualità che essi possiedono non lascia vedere le altre, che pure ci sono, perché meno luminose, come il sole che, in pieno giorno, oscura le stelle talmente come se non ci fossero.

Gli esempi sono innumerevoli: San Francesco, ricchissimo di ogni virtù civile e cristiana, è conosciuto tuttavia solo come il santo poverello, perché la povertà superò in lui, di gran lunga, tutte le altre virtù.

Fuori la storia sacra, Tito, imperatore romano fu anche uomo politico, guerriero, amministratore, ma tutti lo vedono nella luce della sua clemenza, che fu la sua dote principale.

La genialità di S. Filippo, nel vivere e nell'insegnare a vivere in letizia, a santificarsi in letizia, ha oscurato agli occhi degli uomini, tutte le altre sue eccelse virtù e così si conosce solo un S. Filippo che rideva e faceva ridere e, ridendo, operava e faceva operare il bene.

Tutto ciò è vero, ma è troppo poco, ma noi non possiamo uscire dai nostri limiti e chi vuole s'informi, con l'aiuto di libri di diverso genere del nostro.

L'inventore.

La genialità di S. Filippo fece di lui anche un inventore.

Qui noi dobbiamo fare un passo indietro nella storia, per comprendere questa affermazione e comprendere meglio il nostro personaggio: il passo indietro però equivarrà, per lo scopo che ci proponiamo, ad averne fatti due innanzi. Premettiamo che qui il vocabolo inventare ha il significato originario classico e più vero, di trovare, e non il significato più moderno di fabbricare un oggetto un congegno nuovo, prima inesistente, come, per esempio, furono al loro tempo l'invenzione della bicicletta, della macchina da scrivere, e, più modestamente, la macchina per il caffè espresso o per affettare i salumi.

Ci possono essere invenzioni di vario genere; invenzioni scientifiche, invenzioni utilitarie, materiali, ed anche invenzioni di carattere morale, intellettuale, spirituale: trovare una verità, prima sconosciuta, è un autentico inventare.

Trovare un nuovo costume di vita, pertanto, è un vero inventare e, la gloria dell'inventore per S. Filippo, è proprio in questo aver trovato un costume di vita anche ascetico permeato di gioia, di riso prima sconosciuto.

Diremo un esempio, letto or sono molti anni addietro, in un libro di cui non ricordiamo l'autore, ma il fatto è verissimo, e ciò importa.

In una tribù di cannibali, un vecchio intelligente e pensoso, con una certa finezza morale, quale poteva esserci in un cannibale, nella sua lunga esperienza di mangiatore della carne dei propri simili, venne alla conclusione che, dopo tutto, potendo mangiare carne di animali di ogni specie e magari cani, gatti, topi, era di cattivo gusto mangiare la carne dei propri simili, anche se nemici.

Questo bravo uomo aveva fatto una scoperta di ordine morale e sociale: aveva trovato una verità nascosta agli altri, come un navigatore scopre un'isola.

Voleva subito cominciare a diffondere la sua invenzione, ma poi pensò che gli altri non l'avrebbero presto accettata e che poteva finire lui stesso, per essere mangiato alla sua volta dai compagni di tribù e di fede come un eretico qualunque.

Si confidò con qualcuno e così, piano piano, fondò una società segreta per l'abolizione del cannibalismo.

Ed anche quella della società segreta fu, in certo modo, un'invenzione suggerita dalla necessità, che aguzza l'ingegno, come dice il proverbio.

I collotorti.

Ecco come e perché quella di S. Filippo fu un'invenzione.

Ogni professione umana influisce, non solo nell'interno, ma anche nell'atteggiamento esterno; quelli pertanto che fanno la carriera militare, siccome pensano e sentono parlare di guerre, di colpi di forza, assumono un atteggiamento, un portamento marziale, fiero, anche se, qualche volta, sono buoni come il pane e timidi come i conigli.

Questo atteggiamento marziale spesso viene esagerato e diventa una posa.

E' nota quella storiella, in proposito, di un sovrano, il quale ammoniva i suoi soldati ad un atteggiamento fiero, dicendo: fate la faccia feroce.

Un tempo, com'è ben noto, i militari non potevano tagliarsi i baffi, perché si pensava che i baffi conferissero fierezza e roba simile...

Un procedimento simile s'era introdotto nella classe di coloro che facevano vita divota, di perfezione, ed aspiravano alla santità.

Siccome i loro pensieri sono di distacco dalle cose del mondo, di raccoglimento, così essi andavano seri, gravi, occhi bassi e modesti, atteggiamento umile, compostezza in tutta la persona e poi nessuna leggerezza di parola o di altro.

Tutto ciò è bene, finché l'esterno corrisponde all'interno e si resta in quella moderazione naturale, senza esagerazione.

Ne venne però una specie di stile esterno della santità, della vita devota e, come accade nelle cose umane, gli inesperti e gli ingenui potettero credere spesso, che tutta questa compostezza esteriore fosse qualche cosa di essenziale.

E cadde in questo errore, in un primo tempo, anche un uomo di genio, come S. Francesco di Sales.

Avendo conosciuto un santo ecclesiastico, che si comportava in certe determinate maniere personali, credette che egli dovesse imitarlo anche in ciò per ricopiare le virtù dell'uomo.

Un tale stile esteriore... di santità fu esagerato da persone troppo zelanti o poco illuminate: qualche volta, anche, l'interno non corrispondeva all'esterno e così spuntò il tipo del bigotto.

Siccome poi tali soggetti portavano spesso il capo leggermente reclinato da una parte, venne fuori il collotorto. I collotorti screditavano così la vera pietà e gettavano il ridicolo anche su i veri devoti.

Tutte le religioni hanno conosciuto questa forma di involuzione e questo scambiare o sostituire le apparenze con la sostanza.

Ne troviamo una documentazione nel fariseismo.

Al principio, il fariseismo fu un regime di vita austera, ma poi, col dare sempre maggiore importanza alle forme esteriori, diventò una menzogna, un'ipocrisia, senza ombra di contenuto e che noi oggi conosciamo appunto con la parola fariseismo.

Ci entrò anche l'orgoglio ed i farisei cominciarono a disprezzare gli altri, che non avevano quel loro comportamento stilizzato e artificioso ed a ritenere se stessi i solo giusti, i santi...

Infagottati in vesti ampie e solenni, camminavano a passi brevissimi, fino ad urtare un piede contro l'altro, con gli occhi tanto bassi da arrivare facilmente ad un capitombolo.

Si mettevano poi, a pregare negli angoli delle vie, dove potevano essere ben visti da tutti, perchè chi passava dicesse poi: guarda, quello è un santo.

Ma la natura, birba indomabile, cacciata con la forca, ritornava sempre e si vendicava: i farisei facevano in segreto ciò che affettavano di condannare in pubblico e si prendevano, non solo le libertà lecite, ma anche quelle illecite e perciò Gesù li ebbe a chiamare sepolcri imbiancati, candidi di fuori verminosi di dentro.

Naturalmente un simile genere di vita provocava la reazione, il biasimo degli uomini di buon senso e gli scherni e le beffe dei cattivi.

S. Filippo buttò per l'aria tutte le forme artificiose, forzate, talvolta tradizionali e ridonò alla pietà tutta quella ricchezza di gioia, di sana libertà, di ricreazione, che noi abbiamo messa sotto il nome di gioco.

Egli apri così le porte della santità ad ogni persona ed in ogni luogo anche senza divise e cerimoniali prestabiliti.

Andò anche oltre: non solo distrusse o rigettò ciò che non era vero bene, ma fece del gioco un ausiliario del bene, della santità.

Egli infatti praticò ed insegnò il bel gioco e per quella via portò innumerevoli anime a Dio.

Non fu questa un'invenzione genialissima?

Ma non si deve credere però che la faccenda sia andata liscia.

Il santo incontrò molte difficoltà che bisognò vincere faticosamente e dolorosamente e noi potremmo addurre parecchi esempi, ma ci limitiamo ad uno.

S. Carlo Borromeo, pur amico di S. Filippo, dubitò che il nuovo stile... ascetico non fosse buono ed incaricò un suo agente in Roma, quando egli era già a Milano, di avvertire il Santo del danno che aveva fatto e che poteva fare con il suo comportamento libero, le sue facezie, i suoi giochi.

In un certo tempo, ci fu una vera guerra, perciò, contro S. Filippo ma egli tenne duro e vinse.

Il giocoliere di Dio.

La libertà dei figli di Dio, anche nella forma esteriore della pietà, come sentita da Filippo, sconfinò nel gioco e il Santo divenne il « giocoliere di Dio».

Diamo alla parola giocoliere il significato originario di uno che pratica il gioco, quello naturale e spontaneo, e non quello venuto dopo, professionale, pensato ed elaborato, come il gioco del prestigiatore.

I giochi che praticò S. Filippo furono innumerevoli e di svariatissime forme ed ebbero la finalità lontana del bene ma spesso ebbero anche la finalità immediata, prossima, dell'insegnamento, della formazione, dell'educazione, specialmente nei riguardi dei giovani.

I giochi sono come la pasta, con la quale si può fare il semplice pane o grissini o biscotti di vario genere.

Col gioco si possono fare anche i quattrini come fanno i giocolieri di circo e di fiere che, poveretti, non fanno male a nessuno: campano ed aiutano a campare con un po' di allegria, quando riescono a tenere allegri: quando non riescono non nuocciono a persona.

S. Filippo come giocoliere di Dio insegnò anche uno spirito di gioco e così fondò una scuola, in senso largo, aprì una tradizione e perciò veramente lo possiamo chiamare il giocoliere di Dio.

Riuniremo, in questa nostra trattazione, i giochi di San Filippo in diversi gruppi, secondo il loro carattere, lo scopo immediato, per quanto è possibile una divisione in questa materia e perciò metteremo innanzi molti di quei giochi che vorremmo chiamare i giochi «puri» o giochi della sanità.

Questi ultimi sono un'esigenza dello spirito e della sanità e perciò noi li abbiamo chiamati giochi puri, cioè il gioco per il gioco.

Perché poi essi sono un'esigenza della sanità?

Lo spirito affaticato dal pensiero, dalle preoccupazioni, teso dolorosamente nella lotta della vita, ha bisogno di ristoro, di distensione.

Tale distensione dello spirito teso e lo svagarlo, il distrarlo dalle cure opprimenti di ogni giorno, noi chiamiamo ricreazione, in quanto porta l'anima alla primitiva freschezza di energie.

La ricreazione, come si vede, è per riposare il corpo e per riposare lo spirito: è quindi un'esigenza naturale, santa, in funzione della nuova tensione, del nuovo logoramento che riporterà l'attività ripresa, come il sonno è in funzione della nuova veglia faticosa.

Guardiamo questa legge di vita nel bambino. Se domandiamo ad un bambino: perché giochi? Ci risponderà gioco per giocare.

Se il bambino se ne potesse rendere conto risponderebbe: gioco perché ne sento bisogno per vivere, per essere sano.

Ora occorre sapere che l'uomo, l'adulto è ancora un bambino, solamente un bambino grande, cresciuto: similmente il bambino è un uomo ma che deve ancora crescere.

L'adulto e il bambino hanno tutti e due le stesse esigenze perché tutti e due uomini.

Pertanto come l'uomo mangia, il bambino mangia: così il bambino gioca e l'uomo gioca.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it