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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







IL PRINCIPE DELLA GIOIA

I cultori della gioia.

Dacché mondo è mondo, la gioia in se stessa e nelle sue molteplici manifestazioni di riso, di gioco, di beffa, di spiritosità, di umorismo, di facezia, di arguzia, ha avuto, diciamo così, i suoi clienti.

Senza un po' di gioia non si potrebbe vivere e tutti ne cerchiamo, almeno una stilla.

In fondo la gioia è espressione di quella felicità alla quale tutti necessariamente tendiamo: essa è necessaria alla vita dello spirito come l'aria alla vita materiale.

La gioia, oltre i clienti ordinari, e cioè tutti gli uomini, ha avuto i suoi cultori e questi sono tutti coloro che si sono dedicati a meglio conoscerla, a coltivarla, a potenziarla, a diffonderla, come un autentico bene ed a difenderla dai nemici che pur essa ha.

Un editore coraggioso e geniale A. F. Formiggini, per esempio, nel 1922 iniziò la pubblicazione dei «Classici del Ridere » molto oppurtunamente e con grande successo, per consenso generale.

Tutti questi cultori della gioia collaborarono più o meno a questa nobile missione, secondo la loro capacità e molti ne fecero un'arte, una attività dell'intera loro esistenza.

S. Filippo ha superato tutti costoro di ogni tempo, di ogni luogo ed ha fatto una cosa nuova, quasi incredibile: ha vissuto la gioia per se stessa, ha sistemato, organizzato la su vita in funzione di gioia, anche nei suoi discepoli ed è divenuto perciò il maestro insuperabile, il principe di questa grande disciplina.

La gioia pervade tutte le sue attività, tutti i momenti dell'esistenza ed è come un lievito che agisce benefico in tutto il suo essere.

La sua gioia non sgorga a scatti o diversa in diversi momenti, ma fluisce a getto continuo come una fonte. Nessun avvenimento esterno, anche doloroso, come le perdite, le persecuzioni ed i dolori di ogni genere possono distruggerla o solo attenuarla o turbarla.

La stessa morte perde il suo aspetto lugubre alla sua presenza o al suo contatto e si riveste di uno splendore come il sole.

Questo principato di gioia, per Filippo, è conosciuto da tutti e non è finito con la sua morte, come finiscono tutti i principati, ma si è cambiato in un principato spirituale, in un'eredità e permane anche oggi come una tradizione ferma, resistente ai secoli, alla maniera della gesta di antichi eroi, immortalata in canti popolari che tutti ripetono.

Cultori o maestri di gioia, nelle varie espressioni, finiscono con la morte ed anche la loro gioia svanisce oppure ne rimane il ricordo in carte che pochissimi conoscono.

Chi oggi ha cognizione de “La Secchia Rapita” che pure costò tanta fatica all'autore Alessandro Tassoni? Chi conosce le poesie giocose di Guadagnoli e così le opere di comici, satirici?

I letterati, i critici le vanno a scovare nelle biblioteche per farvi noiosi studi di critica e anatomizzarle come i medici fanno dei cadaveri.

Gli studenti poi che debbono farne materia di esame, chi sa quante volte maledicono quella comicità elaborata e artificiale e mandano accidenti a chi l'ha inventata.

La gioia di S. Filippo non è studiata, elaborata, nasce e cresce da sè e viene fuori alla più piccola occasione, come un albero carico di frutti li lascia cadere al più lieve alito di vento.

Questa naturalezza della gioia in tutte le sue espressioni è anche quella che spiega, per la maggior parte almeno, la gloria umana di S. Filippo.

S. Filippo è, certo, un grande santo ed ha fatto veramente opere straordinarie, ma sarebbero ben pochi quelli che lo conoscerebbero, come è avvenuto di altri grandi santi, se non ci fosse stata quella sua gioia e festività straordinaria.

Ci sono stati santi grandissimi come S. Bernardo, per esempio, ma chi lo conosce? Gli uomini di chiesa, religiosi e religiose, cristiani studiosi: ma tutti costoro sono una minoranza.

S. Filippo, entrando dappertutto col bagliore dei suoi giuochi, porta con sè tutto il resto.

La festosità per S. Filippo è come una nave che solca i secoli e ne perpetua la presenza nel mondo.

Così egli che non cercava la gloria con le sue facezie, come gli scrittori profani, ma il bene, ha avuto anche la gloria.

Coloro che han giocato e fatto ridere, per puri interessi umani, han visto finire gloria e interessi.

Un poeta, un giovane e due morenti...

Diamo una prima prova di quanto veniamo dicendo, con alcuni esempi.

Johan Wolfango Goethe, grandissimo poeta, nacque il 1749, ben due secoli dopo Filippo: era tedesco ed avrebbe dovuto essere di religione luterana, ma non sappiamo di preciso che cosa credesse e se avesse una credenza: sicuramente credeva in se stesso.

I tedeschi poi sono brava gente, quando vogliono, ma vogliano o non vogliano, hanno gli occhi della mente avvolti nelle tenebre nordiche, come dice lo stesso Goethe.

Or costui venne due volte in Italia e si fermò abbastanza anche in Roma, dove ebbe luogo il suo incontro con Filippo: incontro ideale, spirituale ma intimo e vero.

La conoscenza della personalità di Filippo, del suo stile di vita contribuiscono grandemente a disgelare la mente del tedesco, idolatra di se stesso, ed accendere il suo cuore.

Egli lasciò ricordo, per i secoli futuri, di questo suo incontro spirituale col santo fiorentino e romano, in un libro famoso.

In questo libro, egli tesse le lodi di Filippo con le più belle parole: dice che ha lasciato una grande fama di sé e ch'è un santo che edifica e rallegra e noi, potremmo dire, che cambia le persone...

Sapete come finisce il festoso e ammirato ricordo del santo? Il tedesco, il luterano, il grand'uomo che venera se stesso, festeggia Filippo, il 26 maggio 1787 e lo elegge come suo patrono.

Ora la testimonianza di un giovane, molto anteriore che, sotto un certa punto di vista, è anche più importante perché nel giovane parla la natura umana.

Quando S. Filippo era nel pieno della sua attività, un giorno, un chierico non edificante, che noi conosceremo meglio dopo, Marcello Ferro, entrò nella Chiesa della Minerva e gironzolava curioso piuttosto che devoto.

Egli vede un altro giovinetto dal volto luminoso di bontà, gli si accosta e chiede

- Che fai qui? Aspetti qualcuno?

- Si, aspetto un certo P. Filippo da San Jeronimo: egli ci ha dato appuntamento qui ed io sono uno dei suoi: fra poco egli verrà con altri.

Il giovane anonimo dà alcune informazioni su Filippo, sulla sua attività, sul suo amore per i giovani e termina così: « Se tu lo conoscessi, gli parlassi, beato! » Le parole conclusive del fanciullo sono come di un innamorato.

Filippo poco dopo arrivò, Marcello gli parlò, ne fu preso e diventò un figliolo spirituale di Filippo, un suo seguace, un innamorato anche lui, per sempre.

Nel movimento suscitato da Filippo, c'entrava anche del canto, della musica, come vedremo meglio dopo, ed uno dei cantori di Castel Sant'Angelo, un certo Bastiano o Sebastiano, che cantava pure all'Oratorio di Filippo, si ammalò e moriva fra terribili paure.

E' chiamato il Santo al capezzale del morente e si presenta affabile sereno e dice, come spesso usava, entrando: « che c'è, che c'è? ».

Bastarono queste poche parole di famigliarità per calmare il morente.

L'ammalato guardando Filippo in viso cominciò a gridare: «Viva il Padre Filippo, viva l'Oratorio, benedetto il giorno che conobbi il P. Filippo... » «Oh! P. Filippo », invocava lentamente, continuamente, lieto, Bastiano, e ringraziava. Preso poi come da un impeto di gioia intonò una di quelle laudi, che si cantavano nell'Oratorio, di cui i versi più belli dicono così

Gesù, Gesù, Gesù,

Ognun chiami Gesù.

Una vecchia piena di malanni, Caterina Corradina, se ne moriva anch'essa e come Filippo lo seppe andò a visitarla: condusse alcuni cantori che intonarono una dolce canzone.

La vecchia giubilava ed in quel giubilo, poco dopo, chiudeva gli occhi e moriva.

Come la vecchia, come il musico ancor nel vigore degli anni, i figlioli spirituali di Filippo passavano da questa vita all'altra, nella serenità, nella gioia come se la morte avesse perduto il suo potere.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it