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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







CON I PROFESSORI DI SANTITA' ...

Beghe sante...

Al tempo di Clemente VIII, i quattro cardinali Bellarmino, Baronio, Tarugi, e Borromeo Federico, che rifulgevano per una vita più bella, erano chiamati, un po' per spiritosità, un po' per affettuosa malignità: « professori di timorata coscienza ».

Questo titolo c'è parso bello, fuori però da ogni gioco, per indicare quei personaggi che hanno messo tutto il loro impegno ad acquistare la santità, come altri a professare altre professioni umane.

Ed ora giustifichiamo l'espressione: sante beghe.

I santi, prima di essere santi, sono uomini e l'umanità, si modifica, si purifica ed anche si fa spesso sentire.

La santità inoltre non è una cosa come il vestito che si confeziona e si indossa bello e completo.

La santità è un vestito che si cuce addosso, punto per punto, ed in questa operazione la sensibilità non resta estranea.

Prima dunque che si sia arrivati a buon punto, ci sono, ci possono essere, delle... sante beghe, tra quelli poi che saranno santi perfetti.

Beghe però in buona fede, con buone intenzioni, errori di visuale, attriti di temperamento.

Vedere dunque come se la siano cavata in tante questioni, certi santi e specialmente S. Filippo, è cosa che diverte utilmente ed istruisce, perché anche in queste circostanze essi hanno saputo trovare una bella soluzione finale.

Con l'uomo dalla forza di leone.

L'episodio più grave di tanti litigi fu quello con S. Carlo Borromeo, che poi era un lottatore nato.

Erano amici S. Filippo e S. Carlo, anzi ammiratori l'uno dell'altro, e proprio per questa vìa dell'ammirazione, S. Carlo cercò, per anni, di attirare Filippo ed i suoi a Milano, per servirsene nel ministero.

Cominciò tosi una schermaglia, una manovra reciproca che si può riassumere in queste brevi espressioni.

- Venite, P. Filippo, a Milano: starete bene. Tanto pensava e scriveva S. Carlo.

- Vengo, rispondeva Filippo, ma non ora: attendetemi.

- Venite almeno per qualche mese P. Filippo e poi tornerete a Roma.

- Benissimo! Grazie! Ma ora sono troppo preso. Un giochetto così riassunto durò moltissimo tempo.

Si trovò, in fine, una via di compromesso: Filippo mandò alcuni dei suoi ma col pensiero preciso, che pure a Milano, restassero suoi, mentre il Cardinale pensava diversamente.

Il nodo venne finalmente al pettine e S. Carlo s'accorse che i compagni di Filippo volevano ancora dipendere dal Santo e perciò l'Arcivescovo di Milano, risentito, fa dire a Filippo: «Vengo che assai differenti sono le intenzioni mie da quelle di codesti Padri. Essi vogliono dipendere da loro stessi ed io desidero che tutto stia nella mia volontà, non altro volendo io fare che un sodalizio di uomini pronti ad ogni mio cenno, però di preti dell'Oratorio.

Questa presa di posizione senza equivoci, fece compiere a Filippo un atto risoluto: senza informare nessuno, neppure il Cardinale, ordinò ai Padri di Milano, che, appena ricevuta la lettera, tornassero a Roma.

S. Carlo chiamò Filippo in quell'occasione «uomo senza misericordia, senza cuore». Ciò accadde nel 1576. Restarono tosi i due per sempre? Macché! Erano due santi che avevano litigato...

Nel 1579, S. Carlo venne a Roma e fu una festa per tutti e due, tanto è vero che il 4 ottobre, l'Arcivescovo di Milano celebrò la Messa nella Chiesa di S. Filippo e poi restò a pranzo in comunità, trattenendosi una giornata intera.

Non mancò il solito gioco alla S. Filippo: il Santo fece improvvisare un discorsivo al più timido dei suoi compagni, Giulio Saviolo che, naturalmente, avrà avuto un gran tremore di gambe.

Ma le nuvole si addensarono presto, nel 1581, per un caso nuovo in cui vennero a giocare due fattori: una certa condotta diplomatica di S. Carlo ed un equivoco.

Guglielmo V, duca di Baviera, chiese a S. Carlo due bravi preti, esperti di liturgia, per tener fronte ai protestanti nel suo ducato.

Chi meglio dei preti del P. Filippo, può lavorare in questo bel ministero? pensava S. Carlo.

Sapendo però gli umori di Filippo, dette ordine al suo fiduciario in Roma di cercare due preti per quel santo bisogno.

Il fiduciario invece di cercare lui e, come appare da tante circostanze, per suggerimento del Cardinale, fece designare dal Papa due preti di S. Filippo senza che questi ne sapesse niente.

Al Pontefice, pensava il Cardinale, Filippo non potrà dir di no, come ha fatto a me.

Il fiduciario si mosse, ottenne tutto e, felice, scrisse a S, Carlo che la commissione era conclusa bene ed il Papa aveva accolto il suo desiderio ed i due preti dell'Oratorio sarebbero presto partiti.

Gregorio XIII, ch'era allora Papa, fece sapere a Filippo che i due preti designati dell'Oratorio andassero a Milano, per poi proseguire per la Baviera.

Il Santo, ch'era restato all'oscuro di tutto, ricevette la notizia come un colpo in testa: in quei momenti poi la Congregazione dell'Oratorio, da poco nata, avrebbe subìto una grande perdita con i due preti designati, ch'erano tra i migliori.

Filippo corre dal Papa ed espone con tanta forza la situazione, che il Papa aderisce alla sua proposta: invece dei due sacerdoti oratoriani, andranno due sacerdoti liberi, ospiti però della Congregazione in S. Girolamo della Carità.

I due soggetti designati, interpellati, accettano, ma poi si pentono e dicono: noi in Baviera? Mai più!

Il fiduciario di S. Carlo, quando vide l'affare andato a male, non sapendo dell'intervento di Filippo presso il Papa, del cambiamento di persone e tutto il resto, montò su tutte le furie, e scrisse all'Arcivescovo di Milano, presentando Filippo ed i suoi come dei disobbedienti, come dei ribelli ad un ordine del Papa!

S. Carlo, credendo ora, di avere il coltello per il manico, scrisse al fiduciario formulando un atto di accusa contro Filippo ed i suoi compagni, dicendo, che erano di molto delicato spirito... cioè scrupolosi!

Ma era un fiera ironia e voleva dire che il Santo era di poco spirito religioso.

Il fiduciario avuta la lettera, la portò al Papa, il quale la mandò poi per conoscenza, come diremmo noi oggi, al Santo, in S. Girolamo della Carità.

Essere accusati di disobbedienza al Papa e da un Cardinale era un colpo grave.

Il Santo però aveva buon gioco, in quanto non si sapeva come le cose erano andate e come il rifiuto era avvenuto da parte dei due preti liberi, i quali per altro, potevano avere anche buone ragioni.

S. Filippo, quindi, si giustificò col fiduciario e con San Carlo, che, forse, non fu del tutto persuaso ed accusò Filippo ed i suoi di «sensualità ».

La parola, nel contesto e nel frasario ascetico, voleva dire attaccamento alle cose sensibili, ai beni di questo mondo ed ai propri comodi.

Il Santo però senza reticenze non si giustifica, perché non ce n'è bisogno ma ribatte l'accusa con un'altra accusa al Cardinale e dice: «quanto alla sensualità che dice di noi, mi perdoni S. Signoria Illustrissima, perché ha nome di essere non solo sensuale, ma ladra e questo lo diceva il vescovo di Rimini e di Vercelli, e molti altri perché quando può avere un soggetto, non si cura di scoprire un altare per coprirne un altro: amicus Socrates, amicus Plato, sed magis amica veritas».

Un bel tiro di Filippo ed un altro... del Cardinale.

S. Carlo, perduta ogni speranza di aiuto da Filippo per la sua Milano, fece da sé e fondò un nuovo istituto diocesano: gli «Oblati di S. Ambrogio », che poi, dopo la morte del fondatore si chiamarono: «Oblati dei Ss. Ambrogio e Carlo ». Il nuovo istituto era sulle misure, per dire così, di quello dei preti dell'Oratorio, ma da servire solo per la diocesi di Milano e ciò fu nel 1578.

L'Arcivescovo scrisse le regole per i suoi Oblati e le portò a Roma: egli voleva udire il parere di uomini esperti ed ottenerne l'approvazione.

S. Carlo portò le regole prima di tutto a S. Filippo, che egli non aveva mai cessato di stimare come uomo di spirito, uomo di Dio.

Il Santo però tante ne disse che poté scusarsi, la sua umiltà fu più forte della sua rinnovata amicizia per il Cardinale.

- Allora, disse tuttavia il Cardinale, Padre, venite almeno con me in carrozza: faremo una passeggiata e parleremo delle regole per via.

- Sì, Monsignore Illustrissimo, disse il Santo, ma a patto che la carrozza deve portarci dove voglio io.

Una delle sue, avrà pensato il Cardinale, ma acconsenti. Si arrivò tosi, dietro le indicazioni date da S. Filippo al cocchiere, ad un convento di Cappuccini detto: «San Bonaventura».

S. Filippo fece chiamare un religioso che oggi noi conosciamo sotto il nome di S. Felice da Cantalice, ma che allora era un povero laico che sapeva fare due cose solamente: questuare e curare un poco l'orto: era un tipo ameno anche lui, vero figlio di S. Francesco, ma intanto era ignorantissimo.

S. Filippo che lo conosceva bene e lo amava, fece chiamare Fra Felice e gli disse come qualmente il Signor Cardinale di Milano aveva scritto una regola per persone religiose e, che lui, Fra Felice; doveva leggerla e dire il suo parere.

- Leggerla? Ma io non so leggere...

- Te la fai leggere e ti farai segnare qualche appunto. Durante tutte le fasi precedenti di questa gita ed il discorso seguito, l'uomo Carlo Borromeo, che poi non conosceva Fra Felice, avrà avuto voglia di dirne quattro a S. Filippo, ma il S. Carlo fece tacere l'uomo Carlo ed il Cardinale acconsenti.

Alla conclusione della cosa ed alla partenza di S. Carlo per Milano, si poté vedere che Filippo s'era diretto bene e l'umiltà e la virtù di S. Carlo furono premiate: Felice, il laico analfabeta, suggerì delle osservazioni, che un letterato non avrebbe fatto.

Teo da Siena.

Questo nuovo personaggio, oggi così poco conosciuto ma al suo tempo famosissimo, ebbe dei contatti curiosi con S. Filippo.

Si chiamava Matteo Guerra e quel cognome gli stava bene, perché ebbe a combattere e fece `bizzarrie di ogni genere.

Iniziò la sua carriera come domestico presso certe suore, per governare gli animali, poi fece il cuoiaio.

Volle farsi cappuccino ma non fu accettato e, dopo tante vicende, fu preso come infermiere.

In seguito cadde da una scala, si ruppe una gamba e restò sciancato per tutta la vita.

Si dette alla vita spirituale e, lui laico, analfabeta, fondò un istituto religioso di sacerdoti detto del Sacro Chiodo di Gesù Crocifisso: fondò ancora una Congregazione della Dottrina Cristiana, un seminario di giovanetti di condizione civile.

Dotò moltissime ragazze povere e le maritò, togliendole al pericolo della prostituzione.

Godette l'amicizia dei più grandi del suo tempo. Fin da giovinetto si rivelò un originale.

Come fattorino e apprendista cuoiaio, mandato dal padrone a comperare della frutta, per una certa somma, comperò la peggiore che trovò, da un contadinello che gli faceva compassione.

A tavola, quando l'uomo vide quella frutta, montò su tutte le furie, ma il piccolo Teo non si perdette d'animo e disse: Maestro, se aveste visto com'era povero quel giovinetto, con le vesti stracciate, le guance patite! Faceva penai

Io poi immaginai il dolore dei suoi, se non avesse venduto quella brutta merce.

Teo proseguì su questo tono con tanta abilità, che il cuoiaio si placò, gli volle maggiormente bene.

Andato in casa d'un certo Tantucci, usciva di notte e perché ciò non avvenisse più, il padrone prese a chiudere la porta di casa.

Teo saltava dalla finestra ed andava via: il padrone ebbe dei sospetti gravi e lo spiò: scoprì così che andava all'Oratorio di S. Bernardino, dove si faceva la disciplina e si recitavano i sette salmi penitenziali.

Ecco una delle sue trovate di quando era infermiere nell'ospedale.

Un malato, evidentemente fissato o addirittura pazzo, si era messo in testa di essere morto e quando gli portavano da mangiare rifiutava e diceva: « i morti non mangiano ».

Se gli facevano osservare che però i morti non parlano, mentre lui parlava, rispondeva che egli era un morto speciale che parlava per fare intendere ai vivi che era un morto davvero.

Chiedeva inoltre, il poveretto, di essere sepolto.

I medici disperavano di farlo rinsavire ed ecco che a questo punto interviene l'infermiere Teo.

Fa mettere egli in una bara il malato e lo fa portare in chiesa: in un'altra bara, molto ampia dove c'erano delle provviste da mangiare, a tarda sera si corica lui Teso, accanto all'altro.

Ad un certo momento della notte, Teo dice al malato oh, quando mi vogliono seppellire costoro? Io già puzzo di morto e tu che fai?

Il malato alza la testa e dice a Teo:

- Chi sei tu e come ti trovi qui?

- Io sono un morbo ed aspetto che mi seppelliscano. Intanto aveva cominciato a mangiare.

- Come sei morto e mangi?

- Vedi che sono morto davvero, perché sono nella bara: mangio e così mi seppelliranno più presto: se tu non mangi, non ti seppelliranno mai: ad ogni modo, io sarò seppellito prima di te perché mangio: mangia ancor tu per l'ultima volta.

Il pazzo abboccò all'amo, si ristorò, poi si riposò, fu portato al piano di sopra e -poi guarì.

Teo insegna agli spirituali e predica al Papa.

Due volte Teo venne a Roma per difendersi innanzi al Pontefice, perché nemici e molti, come chiunque fa il bene, ne aveva anche lui.

Teo fece capo a Filippo, l'oracolo di Roma, e ne fu ospite una volta.

Ebbe una sorpresa una sera durante il famoso esercizio dell'Oratorio.

Parlava S. Filippo e tutti erano intenti ad ascoltarlo, ma, inaspettatamente il Santo si levò, chiamò l'ospite e gli disse

- Teo tocca a voi!

- In che cosa?

- Dovete parlare voi e proseguire il discorso che ho iniziato io.

- Ma Padre, tosi di sorpresa! Non so che dire.

- Su via senza tanti complimenti! Non vedete che tutti attendono?

Teo parlò, e noi pensiamo che ne avesse anche voglia, perché, in quanto a parlantina, era molto esperto. Dovette aver successo, come argomentiamo dal fatto che ne lasciarono memoria scritta, dalla quale attingiamo. Un'altra parlata Teo dovette fare dinanzi a Gregorio XIII, in Vaticano, nel 1585.

Preceduto da grande fama di santità e di fondatore, Teo fu ricevuto dal Pontefice con una certa solennità: il biografo dice che il Papa era circondato da cardinali.

Gregorio molto umilmente, ad un certo punto dice a Teo:

- Teo, diteci qualche parola di edificazione.

- Grazie, Padre santo, ma io sono un povero ignorante.

- Fa niente! Parlate lo stesso: diteci ciò che Dio v'ispira.

Teo si fece in mezzo e, prima di tutto, chiese ad uno che gli era vicino

- Datemi il libro.

- Quale libro?

- Come quale libro? il libro dico.

- La Santa Bibbia ?

- Datemi il libro che si legge di dentro e di fuori e dal quale traggo tutti i miei discorsi.

Capirono, voleva un Crocifisso e lo portarono.

Teco lo prese, lo fissò profondamente, specialmente nelle piaghe e poi incominciò a ragionare con tanta profondità del valore del Sangue di Cristo, che si poté vedere come egli fosse profondamente studioso di quel libro.

Facendo poi cadere a proposito le sue parole, mostrò come tutto ciò che la Chiesa possedeva era frutto del Sangue di Cristo e come spendendo male il danaro della Chiesa stessa, destinato ad uso sacro e per i poveri, si profanava quel Sangue prezioso.

Parve un rimprovero, un ammonimento e ci fu chi si offese.

Il Papa, umile, disse: « Questo servo di Dio ha toccato il punto ».

Un incidente con Filippo.

Una sera, dunque, come sempre, forse più del solito, Filippo per far credere all'ospite che egli non era quel santo che credevano o dicevano, si mostrò particolarmente allegro: rideva e faceva ridere e parlava con la sua solita libertà.

Teo che s'aspettava chi sa quale colloquio di vita interiore, prima restò disilluso, poi quasi si scandalizzò e cominciò a pensare: ma questo non è un santo! Sarà, tutto al più, un buon sacerdote, ma un santo no! E poi anche un buon sacerdote non ride così come ride lui, non dice favole, non prende in giro la gente, e giù in questa maniera.

Andò turbato a letto Teo, ma Filippo così esperto nel leggere in volto, si accorse, forse, dalla faccia dell'ospite, del suo cambiamento interno.

Il mattino seguente, Teo si volle confessare, prima della Comunione, come facevano generalmente tutti gli « spirituali» e si confessò, ma tacque di quei pensieracci che gli erano balenati alla mente: ma più che pensieri, riteniamo, erano impressioni e non peccati gravi: non c'era dunque obbligo di confessarli, ma sarebbe stato bene anche accusarsene.

Alla fine della confessione, Filippo chiese all'insolito penitente

- Teo avete detto tutto?

- Tutto, P. Filippo; non ho più nulla da aggiungere.

- No, Teo, non avete detto tutto: completo io la confessione: voi avete fatto cattivi pensieri sul mio conto. Sciorinò cosi dinanzi al povero Teo, come se ne avesse preso appunti, tutti quei molesti pensieri e poi concluse tieni a mente Teo: nelle tue confessioni, devi essere sempre sincero_ senza alcun rispetto umano.

Teo comprese allora che Filippo non solo era un santo ma un grande santo e la loro amicizia ne fu rinsaldata. Filippo poi compose una... poesia di un solo verso, per tenere allegro Teo e gli altri, e come incitamento a far meglio.

C'era stata in Siena una santa donna, fondatrice delle suore Cappuccine, e questa suora si chiamava Passitea. Filippo per mantenere umile Teo gli disse... in poesia ascolta Teo perché suor Passitea è migliore di te.

Ma ecco la poesia - bisticcio

Odi Tea: Passitea passa Teo!

Tutta la lunga consuetudine di amicizia tra Filippo e Teo si concluse, su questa terra, in modo meraviglioso. Sulle ore sei del giorno 26 Maggio 1595, secondo il computo antico, Teo dormiva in Siena, quando ad un momento vide arrivare Filippo, il cui volto gli era familiare, sostare nella sua camera, lieto, paterno, secondo il solito, come chi arriva per un commiato.

Il Santo disse semplicemente: la pace sia con te o fratello! Addio. Io me ne vado in luogo migliore, addio.

Teo, nato il 1538, mori all'età di 63 anni ed andò anche lui in luogo migliore.

Con Federico Borromeo.

Federico, nel 1586, nella sua venuta a Roma, fu preso da una grande malinconia: egli non era ancora cardinale. La dimora nella città eterna e la vita che si faceva in curia lo annoiavano a morte e perciò bramava di ritirarsi nella solitudine del lago Maggiore, dov'era il ben noto castello dei Borromeo e là dedicarsi allo studio ed alla pietà. Tra quello che egli sentiva e quello che gli dicevano le persone attorno a lui, si trovò in una grande perplessità, in una tenebra interiore.

Nel suo incontro con Filippo,egli versò nel cuore del Santo la sua amarezza.

Filippo comprese che se il giovane si andava a rinchiudere nella solitudine, ad immergersi negli studi, era perduto: restando invece a Roma, avrebbe potuto realizzare una vita di studio e di pietà, ma anche di attività benefica. Il Santo parlò dolcemente: Federico comprese, si acquietò al consiglio e riprese la sua gioia: fu una prima vittoria.

Federico fu fatto poi cardinale e siccome era l'ora di mandare un altro arcivescovo a Milano, la scelta cadde sul cugino di S. Carlo.

Federico ne fu terrorizzato: di andare arcivescovo a Milano, di prendere una così grande responsabilità, non se la sentiva.

Anche questa volta, il giovane cardinale chiese aiuto e conforto a Filippo ed il Santo gli suggerì di fare l'obbedienza.

Per dargli sicurezza e conforto ancora, gli consigliò che quella mattina, celebrando la Messa, giunto alla consumazione, si fermasse alquanto e facesse al Signore questa protesta: «Tu vedi, o Signore, che io non vorrei questo carico sulle mie spalle: Tu lo vedi. Se me lo dai, io Ti chiamerò nel giorno del giudizio e Tu mi dovrai rispondere, mi scuserò di tutto ciò di cui Tu mi accuserai e tu, non io sarai obbligato a rispondere».

Cosi pregò Federico e, confessa egli stesso, ne ebbe conforto e consolazione.

Filippo ebbe tosi il merito di dare a Milano un altro grande e santo arcivescovo, emulo di S. Carlo.

Nella sua nuova condizione poi, e con la larghezza di mezzi che aveva Federico, poté dare sfogo alla sua passione per gli studi e fondare e condurre a buon punto la grande Bibblioteca Ambrosiana, che lo onora più che se avesse scritto molti libri.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it