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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







LA VITTORIA DI FILIPPO SULLA VECCHIAIA GLI ULTIMI SPRAZZI

Filippo proclamato vittorioso del dolore nel mondo intero.

Non c'è, credo, nel mondo intero, persona alcuna che non ceda alla tristezza, alla malinconia, all'abbattimento, nelle difficoltà e nelle angustie di una tarda vecchiezza, specialmente se gravata di malattie.

Filippo, in questo lungo periodo, non cede di un pollice a qualsiasi forma di scoraggiamento: malattie più o meno gravi si susseguirono dal 1592, ma la sua vena di gioia e di gioco, rimane ferma come nella gioventù.

Che? Egli delle malattie stesse faceva occasione di gioco.

Il suo stesso organismo si rendeva complice di questa sua vena di umorismo, di guisa che offriva sorprese, che poi diventavano beffe.

La mattina pareva morto e non parlava e la sera riceveva persone e celiava.

In una crisi lunga e penosa, la febbre fu altissima e la tosse insistente per quaranta giorni.

Una sera, il medico Gerolamo Cordella l'ha lasciato boccheggiante, disperando ormai della vita.

L'indomani il medico arriva, calmo, sicuro di trovarlo morto, ma non appena lo guarda in viso, si meraviglia, e anche Filippo si rende conto di questa meraviglia e gli dice

- Sta pur sicuro, Cordella, che io non morirò di questa malattia.

Alla fine di novembre, è di nuovo moribondo e vede che i suoi penitenti si sbandano e cercano altri confessori. Egli, con la sicurezza di chi da un appuntamento, parla così

- Abbiate pazienza, figlioli. Per Natale udrò le vostre confessioni.

A Natale udì le confessioni di tutti, ch'erano ben molti. In un'altra crisi, lettere partono dalla Vallicella a quei di Napoli e ad altre persone e dicono che Filippo è moribondo, ma dopo qualche giorno debbono scrivere invece che sta bene.

Il controllo di se stesso tuttavia era rigoroso e non si illudeva quando gli altri, invece, s'illudevano.

Poco meno di due mesi prima della morte, egli si presenta in tali condizioni fisiche che' promette di vivere ancora alcuni anni: al contrario, proprio in quelle condizioni, vede la sua fine vicinissima.

In tali circostanze, un giorno, l'abate Maffa gli dice sicuro: Padre, non dubitate che Dio vi farà vivere lungo tempo ancora.

Come noi, quando non accettiamo un parere degli altri, diciamo scherzando: vuoi scommettere che non è così? egli risponde all'abate:

- Se ti basta l'animo di farmi passare quest'anno, ti voglio dare una bella cosa.

Nella terza decade del mese di aprile è gravissimo: neppure gli altri s'illudono: non può neppure celebrare la santa Messa.

Egli dice ai suoi sconfortati:

- Il primo maggio (mese in cui morì) io mi alzerò e celebrerò, perché quel giorno è la festa dei santi Filippo e Giacomo, mio onomastico.

Puntualmente il primo maggio celebrò e voleva seguitare a celebrare ininterrottamente, ma i medici gli imposero tre giorni di riposo, non celebrando, ed egli obbedì.

Il giorno 5 però, fatta l'obbedienza, riprese a celebrare e celebrò per alcuni giorni.

Nuova crisi però con manifestazioni nuove: grandi e frequenti sbocchi di sangue.

- Ora se ne muore il nostro Padre, dice il Baronio e bisogna dargli l'Estrema Unzione.

Il cardinale Federico Borromeo, quando il malato mostra un po' più di energia, gli amministra il Viatico.

Gli sbocchi di sangue però riprendono, ed uno che gli sta vicino, probabilmente quello che gli teneva la catinella per raccogliere il sangue, è sgomento e lo mostra nel viso.

Filippo lo guarda in faccia, si accorge di quello sgomento e dice allegro:

- Hai paura eh? Non ho paura io.

Il giorno 13 maggio, dodici giorni prima della morte, di mattina, i medici che lo assistono arrivano prestissimo e lo trovano lieto, faceto ed egli dice loro stuzzicandoli:

- Guardatem Non è vero che io sono sano? E li derideva.

Quel giorno 13, riprese a dire la Messa e sapete fino a quando la disse? Fino al giorno della sua morte.

Solo la Messa disse? Macché! Quel giorno confessa, conversa, disposto a ricevere ogni nuovo venuto, fino all'ultimo.

C'è un particolare di quell'ultima Messa: ad un certo momento, egli cominciò a cantare, cosa davvero non solita.

Tutti si guardavano in faccia e pensavano: ma che succede, è impazzito P. Filippo?

No, egli era in un'estasi, in un mare di gioia.

Ma l'incredibile delle sorprese in questo ultimo giorno è la dichiarazione fatta a Filippo stesso dal medico Cordelia, presente Gallonio

- Il P. Filippo da dieci anni in qua non è stato mai così bene come ora.

Filippo non credette a questa dichiarazione, come si rileva da circostanze che sarebbe lungo riportare.

La sera di questo ultimo giorno si conchiude con un atto di spavalderia burlona.

Verso le diciotto, Filippo recitò quella parte dell'Ufficio divino chiamata Mattutino, anticipandola dal giorno seguente: accompagnavano in quella recitazione il cardinal Cusano, Gerolamo Panfili, Spinello Benci.

Alla fine si levarono tutti e, rientrando dalla loggia in camera, il cardinal Cusano gli dette il braccio per aiutarlo a salire uno scalino, ma egli, con gesto deciso, ricusò l'aiuto e disse come risentito, ma rîdendo

- Credete che io non sia gagliardo?

Alcune ore dopo, nella seconda parte della notte sui giorni 25-26, egli moriva placidamente.

In quello stesso anno 1595, prima ancora che Filippo morisse, uno degli uomini più dotti del tempo, Gabriele Paleotto, pubblicò un libro intitolato così in italiano «Della beatitudine della vecchiezza». Egli leva in alto, innanzi al mondo intero, la figura di Filippo, come quella del vegliardo saggio che attraversa vittorioso l'ultimo, aborrito tratto del percorso umano, della deprecata vecchiezza.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it