Santo Rosario on line


Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







IL PAZZO E' PROCLAMATO MAESTRO FILOSOFO ED EROE

Maestro.

Il riso e il gioco, nella nuova formulazione di Filippo Neri, nati piccoli e cresciuti nell'ostilità e nel disprezzo, nei primi tempi, come tutte le cose belle e sante, guadagnarono terreno, poi vinsero, poi stravinsero e poi dal piccolo presepe di S. Girolamo della Carità strariparono nel mondo intero.

La pazzia di S. Filippo contagiò, per dire così, il mondo benignamente e Filippo apparve il maestro di un nuovo costume di vita spirituale.

In breve tempo, le Congregazioni dell'Oratorio, a somiglianza di quella di Roma, sorsero in molti luoghi e diventarono centri della spiritualità gioiosa di Filippo.

Queste nuove Congregazioni crebbero a centinaia, ed anche oggi molte restano, non solo, ma riprendono, dopo l'ondata della rivoluzione francese e tutto il male che venne in seguito.

Dove non fu possibile la nascita di Congregazioni, si stabilirono Oratori e cioè gruppi di uomini di buona volontà, non conviventi, che praticavano la vita spirituale come l'aveva insegnata il Santo.

Ci limitiamo a segnalare alcuni esempi di soli Oratorii ed alcune di queste personalità che si misera nella scia di Filippo.

Giovanni Leonardi, poi canonizzato anche lui (15411609) ch'ebbe la ventura di avvicinare Filippo e conoscere l'opera sua in Roma, fu anche ospite del Santo.

Gli voleva bene S. Filippo, lo trattava molto familiarmente e scherzosamente e una volta gli disse:

- Tu sei un santo, ma cerca di mantenerti come sei. Leonardi organizzò presto una convivenza di giovani, che egli dirigeva e formava e poi sarebbe diventata la Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio.

Ecco come egli a principio esercitava i suoi confratelli. Li mandava spesso con le vesti logore e rattoppate per la città, a chiedere elemosine alle porte degli artigiani e di altri, dai quali venivano spesso burlati e anche maltrattati, con parole e gesti ingiuriosi.

Oomandò un giorno a Giovanbattista Cioni di andare a casa di Giovanni Fornaini, di pregarlo di dargli per amor di Dio un fascio di legna e portarlo così a spalla per mezzo alla città.

Un'altra volta gli impose che, spogliatosi fino alla cintura, con le mani legate dietro, andasse per le pubbliche strade insieme con un fratello, il quale con una scopa gli battesse le spalle.

Obbedì egli prontamente, ma aveva appena posto il piede fuori di casa che lo fece subito tornare indietro. Spesso chiamava uno, mentre stava a mensa, in mezzo al refettorio, affinché dicesse tutte le sue colpe: lo lasciava poi così ginocchioni, fino a tanto che fosse terminato il mangiare e anche oltre e, alla fine, voleva sapere da lui ciò che gli era passato in mente in quel tempo. Talvolta avrebbe comandato ad uno che andasse nel mezzo della pubblica piazza, quando vi era maggior frequenza di popolo e qui in ginocchio s'accusasse ad alta voce di tutti i suoi peccati: ma poi l'avrebbe fatto richiamare dicendo che non voleva che scandalizzasse tutto il popolo, ma facesse, quella stessa azione alla presenza dei fratelli dell'Oratorio.

Abbiamo già ricordato un certo Turchetti Pensabene, tipo curioso e amabilissimo, di una semplicità angelica. Costui esordi nella via della santità come mulattiere dei Romiti Camaldolesi, i quali avevano una terribile mula, la quale menava calci e mordeva che era una bellezza.

Quei romiti comandarono a Pensabene di condurre la mula alla fiera, che si teneva in un paese vicino e venderla.

Pensabene andò, ma a tutti quelli che s'accostavano per comprare la mula egli diceva tutte le virtù che essa aveva, tra le quali quelle di tirar calci e mordere.

Pensate bene se vendette la mula...

Egli era un tipo fatto apposta per imitare i giochi più audaci di Filippo.

Venuto a Roma, conobbe S. Filippo, partecipò alle pratiche dell'Oratorio e, dopo molte altre peripezie, si unì al P. Enrico Pietra nell'opera della Dottrina Cristiana e vi compì un apostolato meraviglioso.

In Fermo, dove egli stette un certo tempo, introdusse gli esercizi spirituali praticati da S. Filippo, imitando anche i modi più brucianti di mortificazione: per esempio, imponeva ai suoi compagni che uscissero per la città e andassero in piazza chi con una testa di morto in mano, chi con un cappellaccio alla foggia antica e in altre maniere, per attirare lo scherno.

Più tardi, un altro grande, S. Giuseppe Cottolengo 11786-1842) è tanto preso dall'esempio di S. Filippo che vuol ricopiarlo in tutto, e il suo maggior biografo in un lungo capitolo di oltre venti pagine della vita intitolato: - Il Cottolengo e la perfetta letizia - ci presenta il Santo piemontese in una documentata rassomiglianza col Santo fiorentino.

Il Cottolengo si definiva un «orso » pur lui che aveva trovato il modo di elaborare la gioia in poveri minorati di corpo e di mente.

Se gli dicevano che era un santo, rispondeva: «santo delle coma»!

Un tale aveva scritto sulla busta di una lettera a lui diretta il suo cognome sbagliato e cioè: « Canonico Cotanengo » invece di Cottolengo.

Egli lesse ad alta voce l'indirizzo e si divertì un mondo a dire allegramente: «ecco una che mi conosce 1 Sono uno che Contaniente!

Un giorno uscì perfino fuori la casa e fece un largo giro, sopra un asino, goffamente con la berretta in testa, mentre un altro prete, pur lui con la berretta da chiesa, guidava l'asino come staffiere, come se si trattasse di un cavallo di lusso.

Come S. Filippo, giocava con i fanciulli nella « Piccola casa» e il suo motto era: « Poverelli ma allegri».

Un altra- ancor più tardi (1815-1888) Giovanni Bosco si assimilò in tutto lo spirito di S. Filippo.

Non possiamo raccogliere episodi particolari, tanti essi sono e ci limitiamo ad una scena avvenuta in chiesa. Una volta, Don Bosco nella piccola città di Alba, in Piemonte, tesseva il panegirico di S. Filippo e s'inoltrava .a descriverlo drammaticamente, al suo ingresso in Roma, tacendo il nome, per creare la sorpresa nell'uditorio, come portava il modo letterario del tempo.

Quando Don Bosco ebbe finito la descrizione e disse il nome del giovane: Filippo Neri, più di uno commentò sottovoce: Giovanni Bosco, Giovanni Bosco!

Venendo più vicino a noi, Don Luigi Guanella (1842-1915) ha rivissuto S. Filippo in una maniera più drammatica e si resta incerto a scegliere questo o quell'episodio.

Il 26 maggio 1903, Don Guanella si trovava a Roma e scrisse ai suoi figlioli di lassù: «Cari amici, oggi S. Filippo, anniversario della mia ordinazione (sacerdotale) vi auguro e vi benedico tutti, col patto di essere savii, santi, sani... In Domino state allegri, asinelli tutti, che lo sto bene pater asellorum » (padre degli asinelli).

Non c'era discorso in cui non entrasse il nome di S. Filippo.

Il sacerdote Leonardo Mazzucchi, superiore generale dei « Servi della Carità » cioè la Congregazione fondata dal Guanella, così si esprime: « Il serafico e letiziante San Filippo Neri gli veniva immancabilmente sulla bocca e nella penna per invitare se ed i suoi a giubilare ancora». Di poco posteriore a questo Don Luigi, un altro Don Luigi, conosciuto più comunemente col cognome di Don Orione (1872-1940) ebbe in S. Filippo il maestro e il genio ispiratore.

Lesse e rilesse la vita di S. Filippo Neri scritta dal Capecelatro, e in Tortona si vede la copia che egli usò, tutta segnata a matita.

Tutti quei segni, scrive Don Luigi Orlandi, dicono quanto Don Orione abbia fatta sua la spiritualità gioiosa filippina.

Se avessi tempo, egli aggiunse, potrei sviluppare uno studio dal titolo: «La spiritualità Filippina nel servo di Dio Don Luigi Orione ».

Quando si Grattò di fondare in Roma un Istituto educativo e prendere possesso, per dire così, della città eterna, egli non ci pensò due volte e chiamò quell'istituto S. Filippo Neri.

La nuova opera ebbe presto a sostenere grandi lotte e dovette chiudere i battenti.

In quei momenti dolorosi, il Servo di Dio, scrisse all'ingegnere Leonori, tra le altre cose: « sono andato a ringraziare S. Filippo... L'Istituto S. Filippo Neri ci metterà nulla a risorgere. La SS. Vergine e il suo caro Compatrono di Roma sorrideranno di coloro che l'hanno creduto finito ». Fu una profezia: oggi l'Istituto è un grande Istituto, uno dei primi della città, col suo vecchio nome: «Istituto San Filippo Neri ».

Chi non ha sentito parlare di Don Giovanni Calabria, partito ieri, si può dire, per il Paradiso, fondatore in Verona dell'opera: « Buoni Fanciulli »?

Egli, per rendere S. Filippo vivo, presente, tra. i suoi « Buoni Fanciulli », tra le altre cose, fece scrivere sulle mura del refettorio le massime di S. Filippo Neri ai giovani.

Nei suoi continui trattenimenti con i piccoli, rievocava episodi di S. Filippo: dove infatti ne avrebbe potuto trovare più opportuni per quell'età?

Nei primi tempi dell'Opera, quando il numero ancora lo consentiva, egli conduceva i giovanetti in massa a partecipare ad una delle più caratteristiche manifestazioni filippine, la meravigliosa pratica della « Visita alle Sette Chiese ».

Non possiamo emettere il ricordo di una donna inglese, Eugénie Strong, che visse lungamente in Italia, dama di grande capacità intellettuale e artistica, conosciuta in tutta l'Europa e che, per un certo tempo, dominò in Roma, con un suo salotto di intellettuali, morta nel 1943. Innamorata dell'Italia, di Roma e di S. Filippo, scrisse una magistrale guida della «Chiesa Nuova», il tempio edificato dal nostro Santo.

Nella sua dimora in Roma, aveva una testa di S. Filippo, in cera, una copia, forse, dello stampo preso subito dopo la morte del Santo, collocata in una custodia e messa in bella mostra, per testimoniare il suo affetto, la sua venerazione per S. Filippo.

Un uomo di grande fede cattolica e di grande slancio nell'attività sociale, Giovanni Grosoli Piroci, ebbe ad affrontare terribili lotte e incontrò delusioni, insuccessi, e perdette quasi tutto il suo patrimonio.

Egli trovò ancora coraggio e serenità nel suo amore a S. Filippo e fece porre nella Chiesa Nuova, proprio dinanzi alla tomba del Santo questa testimonianza: « A S. Filippo - Potentissimo a rendere gioconde - Pur nelle avversità terrene - Le vie del Signore - Giovanni Grosoli Piroci - Con animo grato - Pose – XXVI maggio MCMXXI».

Non passa anno, che, sotto un titolo o un altro, non venga fuori un libro, un opuscolo, che ci presenta Filippo come il patrono, l'ispiratore, il santo della gioia.

Don Giovanni Minozzi, apostolo infaticabile di giovani, ha pubblicato nel 1959 un volumetto rapido, lirico, biografico di S. Filippo, che egli presenta alla gioventù .come l'uomo dalla « giovialità più fascinosa e più dolce ».

Joyous Heart presenta S. Filippo ai giovani americani come il maestro più grande di gioia in una lussuosa edizione uscita nel 1957.

Perfino una rivista per fanciulli «Vita vera», che si pubblica in Napoli, ha svolto in vari! numeri la vita del Santo illustrata graziosamente.

Il pazzo è proclamato filosofo.

L'umanista Agostino Valier, autore di un centinaio di opere tra edite e inedite, come il Paleotto, di cui è fatta parola innanzi, ammiratore e devoto di S. Filippo, scrisse in latino un'opera che poi ebbe anche due edizioni italiane, dal titolo: «Filippo ossia dialogo della letizia cristiana».

E' un libro di grande valore: un dialogo ad imitazionedi quelli di Platone.

Gli interlocutori del dialogo sono tutti grandi personalità come Federico Borromeo, Agostino Cusano, Silvio Antoniano, ed altri.

Essi sono presentati in solenne seduta, intorno a Filippo, e discutono su quale sia la vera letizia cristiana.

In quest'opera, Filippo viene chiamato: Socrate - Nostro Socrate - Socrate cristiano.

Ognuno sa che il Socrate greco fu veramente il più saggio degli uomini antichi, direi il santo del mondo pagano. Egli fu pure il più grande maestro.

Non si poteva esaltare Filippo di più, che chiamarlo, come fa il Valier, Socrate, con l'aggiunta di una grandezza soprannaturale.

Ecco dove giunse colui che esordi come un pazzo e come pazzo, secondo il giudizio del mondo, visse e operò. Ora anche il mondo riconosce che Filippo era Socrate.

Il Pazzo è proclamato eroe.

Era il 12 marzo 1622 e un folla incessante, come una marea, si dirigeva verso S. Pietro, dove il pontefice Gregorio XV, circondato da un grande stuolo di cardinali, vescovi, generali di Ordini religiosi ed altri prelati, era impegnato in una grande cerimonia. Ad un momento, fu letto un documento solenne, e poi, alla fine della lettura, un velo cadde da un quadro ed apparve l'effigie di S. Filippo, morto ben ventisette anni innanzi. Al cadere del velo ed all'apparire della dolce immagine così familiare ai romani, un applauso risuonò nella vasta piazza: Viva S. Filippo! Che cosa c'era stato? Forse una commemorazione? No! Una cosa ben più grande! Il Pontefice, nella sua autorità di Vicario di Cristo, aveva canonizzato Filippo Neri, come si dice con parola liturgica, cioè lo aveva riconosciuto, dichiarato santo... E che significa dichiarar santo? Significa riconoscere un uomo dalle virtù eroiche: un eroe. Il Santo è veramente l'eroe più completo, più grande.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it