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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







MONELLO TRA I MONELLI

Elogio del monello.

Anche monello Filippo?

Anche, anzi principalmente monello, ma non era colpa sua!

Come abbiamo detto innanzi, ed anche ampiamente, egli era restato fanciullo per innocenza della sua vita e la freschezza della sua anima: ora restando fanciullo, si resta anche monello, perché, più o meno, tutti i fanciulli sono monelli.

Forse è colpa dei pedagoghi meticolosi e delle mamme rabbiose, se noi alla parola monello diamo il significato di ragazzo impertinente, ribelle, maleducato, e ciò è tanto vero che quasi sempre, nella realtà della vita, si dà del monello al ragazzo col sorriso sulle labbra: dunque la parola ma nello, più veramente è un complimento affettuoso, una carezza!

Forse il vocabolo birichino è più vicino alla realtà, perché il birichino è un fanciullo intelligente, un po' furbo, che si diverte a molestare gli altri, per divertirsi e divertire.

Che male c'è in tutto ciò?

Questo è un primo aspetto buono del monello: un ragazzo poco intelligente, poco pronto, poco vivo, poco ragazzo insomma, non può essere un monello.

Quale ragazzo sano può non essere monello?

Che il Santo intendesse così la cosa, si può rilevare dalle parole che egli rivolgeva ai fanciulli in tante occasioni: burlate, burlate!

A creare la figura del monello, ragazzo cattivo, ha contribuito la figura del ragazzo «bene educato», cioè il ragazzo istruito a muoversi secondo certe regole, come uno che recita sul palcoscenico, un piccolo uomo complimentoso e tutto contegno, che non sa dare un pizzicotto ad un compagno e fa gli inchini e i movimenti in perfetto stile: un ragazzo falsificato.

Tanti dei giochi, che faceva Filippo e dei quali abbiamo già fatto discorso innanzi, come protrebbero chiamarli i pedagoghi stilizzati che non monellerie?

Ma diamo ancora qualche saggio di giochi perfettamente monelleschi.

Egli aveva intorno un gruppo di medici valenti, alcuni dei quali, come Andrea Cesalpino, che lo curavano, non solo con assiduità, ma anche con devozione: essi però o non riuscivano a capire il suo male o non trovavano i rimedi adatti ed egli li maltrattava... affettuosamente, per nascondere l'origine vera dei suoi mali.

Una volta pareva morente ed i medici erano intorno preoccupati, ma ecco che egli si risveglia, si riprende, si mostra guarito in una maniera prodigiosa e dice sorridente:

- Balordi l Volevate guarirmi? Io ho altri rimedi più efficaci dei vostri!

I medici accettavano la cosa come un complimento. Un'altra volta, dopo una crisi similmente gravissima, nella quale i medici hanno usato i rimedi che l'arte suggeriva ad essi, si nota una ripresa grande, e quei medici sono soddisfatti: Filippo nota la loro soddisfazione e rivolto ad essi dice:

- Ma credete che siate stati voi a guarirmi? Ma non è vero! Ecco qui questo reliquiario! Esso mi ha guarito! Un'altra volta li canzonava in una maniera più viva e diceva:

- Prego Iddio di illuminarvi, per farvi capire il mio male.

Si direbbe che quei medici gli si affezionavano in misura che egli li maltrattava.

Un'altra monelleria di stile perfetto fu quella, non scattata improvvisa, ma fatta con premeditazione, ad un Papa che gli voleva tanto bene ed era Clemente VIII.

Questo Pontefice si trovava a letto ed il Santo andò a visitarlo: il Papa era in preda ad un'assalto violento di chiragra.

Entrato in camera, come il solito, senza etichetta alcuna, egli avanza, ma il Papa che ne conosce i modi, dice allarmato

- P. Filippo, non vi accostate, non vi accostate... Filippo sorride e seguita ad avanzare.

- Vi ho detto fermatevi, P. Filippo: non posso essere toccato.

- Beatissimo Padre non dubitate! E intanto avanzava.

- Per carità, prosegue il Papa, sempre più preoccupato, non toccate neppure il letto: ogni piccolo urto rende più acuto il mio dolore.

Ma quest'ultime parole cadevano nel silenzio di Filippo che, fatto un balzo deciso, come uno che si lancia sulla preda, afferra la mano del sofferente e la stringe, prima che possa essere ritirata.

Non è questa una monelleria?

Comunque non ne fu niente di male: il Papa si senti guarito e per molto tempo ed a molte persone narrò l'episodio, con grande dimostrazione di affetto per Filippo.

La commedia dell'impiccagione.

C'erano in Ponte, come si diceva allora, e cioè presso ponte sant'Angelo, una volta, delle forche preparate, forse per qualche esecuzione capitale.

Il Santo passa per di là con un gruppo di ragazzi e dice a uno:

- Va su quella forca e sali fino alla punta.

- Tu, dice ad un altro, stringiti a quel legno. - Tu, ad un terzo, passa per tre volte di sotto. L'estensore del ricordo, forse Francesco Zazzara, come rileviamo dalla grafla, chiama «solenne» l'episodio: si comprende che fece grande impressione a lui ed agli altri. Non c'è altro nel documento, ma ciò che non è detto, s'indovina: Filippo voleva simulare un'impiccagione.

E' facile immaginare il chiasso attorno, l'emozione di chi non sapeva ed immaginava un'impiccato autentico e le risa, le beffe di quelli che sapevano.

Ma tutto finì, come una rappresentazione a lieto fine, nel divertimento generale.

Passiamo ad alcuni episodi che dànno subito la comprensione piena del comportamento di Filippo con i ragazzi: comportamento di amicizia, come tra pari.

Il campo preferito era il colle Gianicolo, che si leva subito dopo la riva destra del Tevere.

Filippo dà l'appuntamento ad un gruppo di ragazzi:

- Figlioli, domani andremo al Gianicolo: avvisate i compagni: venite qui, andremo insieme.

- A che ora Padre?

- E' d'estate, lo vedete e fa molto caldo: venite quando l'aria rinfresca.

- Padre Filippo, Padre Filippo, gridavano i fanciulli sotto la finestra, l'indomani.

Filippo si butta il mantello addosso e scende frettoloso. Altri ragazzi arrivano, altri s'incontrano per via ed è un grande chiasso, un vociare confuso.

La gente si volge a guardare lo spettacolo, vede Filippo in mezzo e gode.

Andando, chi afferra il Santo per una mano, chi per l'altra, chi gli va innanzi, chi gli si accosta quanto più può ai fianchi, chi lo prende per un lembo del mantello e tutti, a gara, cercano di dirgli qualche cosa e di attirare la sua attenzione.

Egli trova il modo di dar soddisfazione a tutti, magari con un sorriso, con un cenno, con uno sguardo.

Si arriva su al Gianicolo molto presto e cominciano le proposte.

- Padre Filippo, giochiamo alle piastrelle? dicono alcuni.

- No, a pallamaglio, dicono altri. - No, a correre...

- A nasconderci...

Pare impossibile dominare quel disordine, ma Filippo in breve lo incanala, lo domina.

- Questa volta, dice egli, giochiamo alle piastrelle: più tardi o domani, giocheremo a pallamaglio.

- Io sto con voi, Padre Filippo come compagno di gioco, dice Marcellino.

- No, oggi, perché sei stato con me l'altro giorno oggi sta con me Franceschino.

Il gioco procede animato e Filippo, qualche volta, finge di tirare male, di sbagliare, per perdere, ma gli altri non se ne accorgono.

- Padre Filippo, dice uno soddisfatto, ho vinto io. Egli gode come se avesse vinto lui due volte.

S. Filippo mentre gioca, domina con l'occhio il campo... di battaglia e vede Pierino un po' lontano dagli altri, silenzioso: va presso il giovinetto e gli dice:

- Beh, Pierino, che ti senti? A che pensi? Vieni con me, gioca anche tu.

- Date anche una piastrella a Pierino e mettete un altro dall'altra parte.

Egli s'allontana con uno scappellotto al ragazzo dicendogli: allegramente!

Egli va dietro un -cespuglio, dietro un albero, un muricciolo. Prega!

I ragazzi, presi dal gioco, non avvertono la sua assenza, ma dopo un certo tempo, per un incidente qualsiasi, s'accorgono che P. Filippo non c'è.

- Padre Filippo, padre Filippo, chiamano quasi a coro ed a vicenda si chiedono

- Dov'è Padre Filippo? E' andato via?

- Son qui, son qui, grida egli e sbuca subito sorridendo.

Il gioco segue ancora, poi si canta, poi si prega e ci si riposa sull'erba fresca, mentre P. Filippo dice parole belle. perché essi siano fanciulli buoni.

Al ritorno in città s'è un po' stanchi, ma festosi.

I monelli sono accusati: Filippo fa l'avvocato.

E' vecchio ormai Filippo... ma è come se fosse giovane e resta sempre il grande amico dei fanciulli.

Essi vengono, talvolta, e si fermano nel cortile, ma il Santo non compare.

Chiamiamolo, chiamiamolo, si cominciano a dire i ragazzi.

- P. Filippooooo... P. Filippooooo... P. Filippooooo! E' un coro di chiasso.

- Che volete?, dice Filippo sporgendosi dalla finestra.

- Venite con noi, stiamo qui, vogliamo giocare insieme.

Il vecchio scende e si rimette a fare il monello. Talvolta i fanciulli invadono la casa e si mettono a giocare innanzi alla sua stanza: è un pandemonio. Compare un Padre della Comunità e comanda ai ragazzi di andar via, minaccia, dice che andrà a prendere il bastone, ma essi non se ne curano.

Arriva un fratello laico seccatissimo e li apostrofa: Maleducati: voi non fate riposare il Padre; vi do una buona lezione, ma essi proseguono come se non avessero udito.

Talvolta qualcuno di questi protestanti entra in camera e dice la sua protesta concitata, vibrata, esprimendo anche meraviglia che il Padre permetta tanto disordine.

Quando la scenetta è finita, Filippo esce fuori, si rivolge ai ragazzi e dice

- Lasciateli dire, burlate pure, saltate, state allegramente: io non voglio altro da voi se non che non facciate peccati.

Un'altra volta, arriva un gran signore, tutto serio, compunto, come chi sa di dover comparire davanti ad un uomo venerato da tutta Roma.

Non appena egli avverte quel chiasso, che davvero non s'aspettava, nel corridoio, dinanzi alla camera del Santo, è preso da un movimento di sdegno.

- Padre Filippo, dice, arrivato alla presenza di lui, ma come non sentite questo diavolerio? Come fate a sopportarlo? Io impazzirei!

- Io no, invece! Ci godo e mi pare di diventare giovane e più saggio. Sopporterei che mi tagliassero le legna addosso purché non facciano peccato.

La gesta meravigliosa di Filippo, con i ragazzi, fu ricordata da una lapide posta sul Gianicolo, luogo più frequentato dal Santo, accanto ad una quercia famosa alla cui ombra Filippo spesso riposava, e Torquato Tasso sostava pensoso meditando la morte che egli sentiva non lontana.

L'epigrafe, redatta da un uomo di genio e di cuore, dice così

All'ombra di questa quercia Torquato Tasso vicino ai sospirati allori e alla morte ripensava silenzioso le miserie sue tutte e Filippo Neri tra liete grida si faceva co' fanciulli fanciullo sapientemente.

Tra i fiori di serra, all'aria libera.

Questi fiori di serra, riparati e difesi da ogni minimo contatto nocivo, sono i novizi degli istituti religiosi.

E' difficile, per un laico, raffigurarsi bene la vita di un novizio: uscito dal mondo ed entrato in religione, il novizio è sottoposto ad una vera segregazione, dolce, affettuosa segregazione, ma sempre segregazione.

II novizio deve uscire dal noviziato un altro: non solo un uomo che ha lasciato il mondo, ma che dev'essere 1'a postolo del mondo.

Per questa ragione, seguendo le istruzioni del Diritto Canonico, i Superiori sono estremamente gelosi dei novizi. Gli stessi religiosi dell'istituto non possono avere molti contatti con i novizi: il loro maestro è colui col quale essi comunicano.

Immaginate poi se si permettono avvicinamenti con laici o con religiosi di altri istituti!

Solo i parenti strettissimi, come quelli di famiglia e in determinati giorni, e col contagocce, possono comunicare col novizio.

Per Filippo non c'era, invece, porta chiusa per nessun noviziato.

Sappiamo anzi che i superiori dei Domenicani della Minerva in Roma, affidavano talvolta a Filippo i loro novizi per delle scampagnate.

Quelle figure di giovani che raramente si vedevano nelle vie e solo per motivi religiosi, come processioni, andavano ad occhi bassi, composte nella persona, irrigidite, silenziose.

Ora, intorno a Filippo, essi ripigliavano i loro movimenti di buoni monelli, attorno al buon monello maggiore. Si andava, si andava e poi, all'ora del pranzo ci si fermava in un posto prestabilito.

I fagottini, contenenti una buona colazione, si aprivano e si appoggiavano sulla buona mensa dell'erbetta e Filippo dirigeva, come un buon maestro, il suo complesso musicale: egli era tutto occhi.

Un novizio là, in fondo, non sa smettere il suo comportamento rigido, di convento e forse è un poco scrupoloso mangia lentamente, come un ammalato che soffre di inappetenza.

- Fra Gabriele, gli grida Filippo: coraggio! Sappi che io mi ingrasso a vederti mangiare: se tu seguiti a mangiare come fai, mi fai dimagrire!

- Perché non bevi? Dice ad un altro che ha il bicchiere ancora pieno; sappi che la Santa Scrittura ci insegna che il vino e la musica rallegrano il cuore.

- E tu, parla, Fra Paolino, dice ad un altro tutto silezioso! Sappi che in campagna sono permesse anche le parole allegre e le sciocchezze... moderate.

Ad ogni intervento del Santo, gli altri rumoreggiano ma discretamente e tutti sono incoraggiati a dire delle spiritosità.

- Padre, Fra Gabriele, vuol essere ammirato come penitente, dice uno.

- Fra Giovanni, beve per due se nessuno lo vede: non lo guardiamo, dice un altro.

Così, nell'animazione crescente, il gioco diventa fitto e le beccate fraterne si scambiano numerose.

Filippo pure fa onore al suo grado di buon capo monello, ma sa dosare le sue parole e variare la conversazione, passando opportunamente dalla facezia alla edificazione.

- Fra Pio, chiede ad un suo vicino, quando sarai sacerdote, che ministeri preferiresti: la predicazione, l'insegnamento, le confessioni, la missione?

- Quello che vuole l'obbedienza, Padre!

- Va bene ciò: è fuori questione, ma io domando come tuo gustol

- Io vorrei fare il predicatore.

- Ottima scelta, ma molto difficile... Il predicatore deve prima saper praticare le cose che dice, perché diversamente faresti come un tale padre Zappata, che predicava bene ma razzolava male!

- Io vorrei andare missionario, salta a dire Fra Giulio. - Il missionario lo volevo fare anch'io, volevo andare in India, ma Dio mi ha voluto in Roma. Il missionario si può fare dappertutto.

- Fra Giulio, osserva un compagno spiritoso, dovrebbe andare missionario fra i cannibali.

- Anche quelli sono uomini, conclude Filippo.

In questa guisa, tra una battuta e l'altra, egli esce in un'interrogazione che fa pensare

- Vorrei sapere ora da tutti voi: siete contenti di esservi fatti religiosi?

- Contentissimiii... Siii...

- Avete ragione: la vocazione è una grazia grande, un privilegio, ma da sola non basta.

- Perché non basta? chiedono due o tre nello stesso tempo.

- Perché bisogna perseverare.

E' impossibile, pur sulla traccia dei documenti e dei processi, ricostruire una gita di questo genere, in tutta la sua varietà.

Basti dire che avvengono le cose più impensate: ad un certo momento, sulla via del ritorno, ci si ferma davanti ad un monumento sacro e Filippo spiega, commenta, dicendo delle bellissime cose.

- Vedete questa chiesa quasi completamente distrutta? dice passando innanzi a certe rovine al lato delle terme di Caracalla. Era dedicata ai Santi Nereo ed Achilleo...

E qui, giù la breve storia dei martiri gloriosi. Dopo una certa tappa, Filippo propone: cantiamo... - Va bene, cantiamo, dicono a coro!

Cantiamo, dice qui Fra Anselmo:

«Io dico spesso al mio cuore,

solo amando Dio l'alma non muore ».

Si prosegue sulla via del ritorno: un po' si chiacchiera, un po' si dice il Rosario, o ci si riposa.

Presso qualche fonte, chi beve, chi guazza con le mani nell'acqua, e chi fa una piccola doccia non richiesta, ad un compagno.

La sera, al ritorno i novizi si mostrano più allegri e più buoni.

- Grazie Padre Filippo: buona notte! A quando una altra passeggiata?

- Avete troppo fretta figlioli: parlatene al vostro Padre Maestro.

Passò del tempo, nella notte del 26 maggio 1595, Filippo morì e la mattina il popolo romano cominciò a riversarsi nella chiesa.

Ad un certo momento si vide farsi innanzi una schiera di vesti bianche e nere: si aprirono per forza la strada e si buttarono in ginocchio attorno al catafalco dove Filippo riposava e piansero dirottamente.

Era il noviziato dei Domenicani della Minerva.

Il miglior compagno.

In tutte le occasioni dell'attività di Filippo, specialmente in mezzo ai giovani, entrano diversi fattori a creare l'atmosfera di gioia, ma l'anima era sempre lui.

Rivediamo una scena, che ci descrive Francesco Zazzara, ancora giovanetto, ma che in seguito diventerà sacerdote e Padre dell'Oratorio.

Egli ed altri compagni stavano quasi sempre attorno a Filippo, il quale, di tanto in tanto diceva ad essi

- Ed ora andate un po' fuori a prendere un po' d'aria fate una. passeggiata, ma da bravi, mi raccomando.

- Io non voglio andare, voglio stare qui con voi, Padre, dice Francesco.

- Beh, restate tutti: o tutti a passeggio o tutti qui. Gli altri restano scontenti.

La scena si ripeteva, e si rinnovava la situazione incresciosa, ed allora i compagni dicevano al Santo, per un certo spirito... dispettoso:

- Padre, comandate però che venga anche Francesco: per forza!

Francesco, che non aveva voglia di uscire, cercava di prendere da solo il Padre e supplicava:

- Padre, non mi date licenza di andare: trattenetemi qui: preferisco stare con voi.

Talvolta Filippo lo contentava ed il giovanetto restava, talvolta gli comandava di andare con gli altri.

Che un giovanotto di buona salute, esuberante, preferisse una stanza ai liberi campi, che preferisse la compagnia di un vecchio a quella di compagni chiassosi, pare un miracolo.

Ma non è un miracolo, è solamente un fatto bellissimo e che cioè Filippo, ancor vecchio, era sempre il compagno migliore dei giovani.

In un lampeggiare di genialità il Santo esplode in una delle più grandi verità.

Le grandi scoperte, molto spesso, più che frutto di studio, sono irruzioni, lampi di verità che scattano come folgore dalle occulte capacità dello spirito.

Ne abbiamo numerosissimi esempi, ma qui ci limitiamo a qualcuno.

Archimede, il grande matematico e fisico di Siracusa, che mori 212 anni avanti Cristo, stava esaminando, un giorno, un oggetto, per vedere se fosse oro vero o falso, quando pensando al peso di quell'oggetto, in un baleno, con gli occhi dello spirito, comprese, intuì che tutti i corpi hanno un peso specifico.

Ebbe tanta gioia, che dette un grido e disse: « ho trovato »! come avrebbe gridato un ragazzo che avesse trovato una grossa somma di danaro.

Si narra che un altro scienziato avrebbe scoperto quella grande verità che tutti gli oggetti tendono verso la terra e cioè la legge della gravità, sapete come e perché? Perché un frutto, sarà stata una pera, una mela, gli cadde sul viso, mentre riposava sotto un albero.

Un altro, forse, avrebbe detto facetamente: guardate! Questa pera si è voluta gentilmente offrire, perché io la mangiassi.

Quello scienziato, invece, nel folgorare del suo genio, intuì la grande verità detta legge di gravità.

Filippo, una volta, si sarà trovato in una situazione un po' diversa dal solito: possiamo supporre che fosse meno ben disposto di altre volte, e che si fosse seccato che i giovanetti sotto la sua camera facessero il solito chiasso: aveva anch'egli i suoi nervetti, che non sempre reggevano pazienti!

Si alzò dunque, corse alla finestra e disse energico - Eh... ragazzi, statevi...

Ma ecco, mentre diceva queste parole la sua mente si aprì, si accese, brillò, ed un altro pensiero successe subito: ma come faranno questi poveri ragazzi a starsene, come io pretendo ora? Non possono! E' un bisogno che essi hanno: quel loro chiasso non dipende dalla loro volontà. Se fossero quieti, se stessero fermi, essi ne soffrirebbero nella salute. Ebbe subito un senso di pena, si penti del richiamo, volle correggersi e disse a mezza voce

- Sì, sì, statevi, se potete.

Rise placato, soddisfatto: non era stato cattivo con i fanciulli, come sarebbe stato imponendo duramente di star fermi.

Rientrato in camera, con la mente ancora accesa di quel bagliore interno, ed ora, con la guida della ragione... ragionante comprese che il movimento dei giovani è un'esigenza vitale, una condizione di crescenza, di salute, di vita. Era arrivato a scoprire ciò che la scienza pedagogica formulò faticosamente solo parecchio tempo dopo.

La sua formula di verità intuita era piena.

Anche i ragazzi eccedono e talvolta possono muoversi troppo ed allora il movimento diventerebbe nocivo e perciò l'intervento dell'autorità è necessario, per moderare.

La paroletta: « statevi », indica la prima parte della formula ed essa è giustificata.

La seconda parte però: «se potete» modera e tiene la prima parte nei giusti limiti.

La bellissima formula di S. Filippo invita genitori, educatori ad essere comprensivi con i ragazzi, ad essere pazienti, a non sacrificare la salute pur nel dovere di vigilare e moderare.

Ancora una volta Filippo fu l'avvocato dei ragazzi, contro educatori troppo esigenti.

Statevi se potete ... diceva S. Filippo, è la riflessione che mette in pace la coscienza delle mamme arrabbiate contro i figli chiassosi.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it