Santo Rosario on line


Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







MONETA FALSA E MONETA BUONA

Il diavolo.

È un valore il riso, che può essere largamente falsificato come la moneta: ora il riso autentico è unico, mentre le falsificazione sono molte, come la verità è una e le menzogne tante.

Perché il riso autentico è unico? Perché procede dal bene, ch'è sempre lo stesso.

Pensiamo un uomo, tranquillo nella sua coscienza, sano di corpo, provvisto di ogni bene, dall'amicizia ai danari. Quest'uomo non ha più nulla da desiderare: il suo godimento, il suo riso è completo.

Ora immaginiamo ancora che a questo felice vengano tolti lentamente, uno per uno, tutti i beni, come ad una gallina si tolgano tutte le penne: viene così piano piano al colmo dei suoi mali, ma gli resta una speranza, piccola sì, ma pur viva, che egli potrà rifarsi di tutto e riprendere la sua esistenza di prima.

Questa speranza, per quanto tenue, è ancora un bene ma ecco, ad un momento, anche questa speranza viene meno e arriva la morte.

Se l'attimo in cui viene la morte si potesse fissare, prolungare eternamente, in guisa che morte e vita restassero avvinti a quell'uomo, egli vivrebbe la morte e morirebbe continuamente.

Ciò non può avvenire per l'uomo, perché, all'atto della morte, il corpo si scioglie dall'anima e resta la sola morte. Ciò che non può avvenire per l'uomo è avvenuto per il demonio: essendo spirito e non avendo un corpo dal quale staccarsi, l'attimo in cui egli peccò e perdette Dio, e cioé ogni bene, l'attimo della sua morte restò fissato e perciò egli vive la sua morte.

Il diavolo non ride, non può ridere neanche di un risolino come quello abbozzato negli uomini, perché non c'è in lui ombra di bene.

Ciò ch'è avvenuto per l'angelo decaduto, avverrà per l'uomo dannato dopo la risurrezione dei corpi.

Si ristabilisce la vita allora, nella rinnovata riunione dell'anima e del corpo, ma questa vita, nella disperazione di ogni bene, è vita di morte.

La morte uccide così eternamente la vita: e la vita si alimenta della morte.

Pertanto solo il diavolo non ride e solo il dannato non riderà.

Fantasie! dirà qualcuno senza fede.

Intanto però, tutti hanno una certa paura di un oscuro avvenire e chi non crede rischia di fare un'esperienza che durerà tutta l'eternità.

Tanto abbiamo voluto premettere perché ognuno dei nostri lettori si guardi dall'essere ingannato con quella moneta falsa che poi porta al destino del diavolo.

Il riso autentico.

Il concetto e il nome di riso possono coprire una merce che non è riso davvero e, talvolta, è proprio il contrario.

Il riso dello scerno, del pazzo, dell'ubriaco, del buffone, del superbo, del crudele, sono degenerazioni, maschere di riso.

Il riso autentico, purissimo, si vede in tutta la sua luminosa spiritualità e purezza solamente nei Santi: essi sono i più ricchi di riso perché più ricchi di bene: il loro riso è una luce tutta chiara, in cui non è ombra di oscurità.

È vero che anche nei santi la manifestazione fisiologica di riso e le altre espressioni del riso interno spesso non appaiono, ma ciò avviene perché essi sanno contenersi, controllarsi, e non sciupano, per dire così, esternamente la ricchezza interiore.

Fissateli, un po' questi Santi: le linee del volto sono riposate, lo sguardo è dolce, l'atteggiamento calmo, la serenità completa.

Questo è il riso, il vero riso, l'intima festa dell'anima. Questo riso dei Santi, custodito interiormente e talvolta trasparente appena in tutta la persona e in tutte le attività, si può paragonare alla luce di certe potentissime lampade elettriche resa blanda, tenue, direi quasi umile, intima, da un globo di candida porcellana: se levate il globo, la luce di quella lampada vi inonderà, vi accecherà.

Provatevi a conoscere un Santo, un Curato d'Ars, un S. Giovanni Bosco, per esempio, parlategli, toglietegli, nella confidenza e nella fiducia, quel globo di riservatezza, che esso ha, ed il Santo verserà nell'anima vostra un fiume di pace che voi non avete mai conosciuto.

I Santi, direte voi, sono pertanto sempre felici nel possesso della pace, della gioia, anche in questo mondo? I Santi non conoscono il dolore, la sofferenza? Nessuno può sottrarsi alla legge della sofferenza e del dolore di ordine materiale o di altro ordine, e nemmeno i Santi, finché sono in questo mondo, ma essi sanno elaborare in bene tutti i mali dell'esistenza nel fuoco dell'amore e nella speranza incrollabile.

L’'insegnamento di S. Paolo Apostolo in queste parole: « I patimenti del tempo presente non sono degni d'essere confrontati con la gloria che si manifesterà in noi ».

E perché? Perché le cose che si vedono sono temporanee, quelle, invece, che non si vedono sono eterne.

San Francesco d'Assisi, poeta, con due versi che valgono più di un lungo canto ci spiega il mistero del dolore gioioso:

Tanto è il bene che mi aspetto

Che ogni pena m'è diletto.


Pare che egli ci guazzasse, insomma, nella sofferenza fisica, pensando a quella realtà che dura sempre.

S. Filippo, secondo il suo stile, tradusse in un gesto lo stesso pensiero, quando di fronte alla proposta di un grande onore terreno, in una esplosione di gioia, prese il suo berretto, lo lanciò per l'aria, come fanno i ragazzi, giocando, e disse: «Paradiso, Paradiso!

Le spine pungono e non sono buone a farne oggetto alcuno, però messe nel fuoco producono calore e servono a cuocere le vivande, che sostengono la vita.

Il riso spurio.

Ma dobbiamo mettere il nostro lettore in guardia contro un fenomeno di illusione, che seduce la maggior parte degli uomini, per via di certe somiglianze esterne. La prima di queste somiglianze è che il riso vero e quello falso dànno tutti e due, in un certo momento, godimento: qui è il tranello.

Il riso falso, proveniente da un falso bene, è quello dei sensi, il quale è comune con le bestie, come abbiamo accennato.

Noi pure siamo bestie, animali, benché ragionevoli, e l'animalità si fa sentire fortemente.

Tutti o quasi tutti, molte volte, ci comportiamo proprio come gli animali e ciò accade quando facciamo il male: ma ci sono moltissime persone che si dimenticano completamente e presto di essere anche ragionevoli e lasciano stare la ragione nel cranio, inoperosa, come una cosa inservibile, buttata nel solaio.

Sotto l'impulso dell'animalità imperante, perciò, questi uomini così imprudenti si mettono alla ricerca del riso solamente nei beni materiali e in quei piaceri puramente bestiali, dei quali abbiamo fatto cenno innanzi.

Essi, pessimi viaggiatori della vita, fanno come quei viaggiatori ordinari di ogni giorno che, nella fretta e nella furia, nella inconsideratezza più stolta, prendono un treno per un altro e quando s'accorgono che quello non è il loro treno, non sanno come rimediare.

Il treno della vita, una volta arrivato alla fine, non consente ritorno.

Eppure sarebbe tanto facile discernere il bene vero da quello falso e quindi il riso vero da quello falso, badando ad alcune differenze.

Il godimento, il piacere del falso bene, nasce, si svolge, si esaurisce nella materia, nell'animalità come una fiammata di un mucchio di paglia, che presto diventa cenere nera.

Il riso, la gioia, il godimento nato da un bene vero, nasce, si sviluppa nello spirito e dura sempre: esso si proietta anche nel corpo.

Oltre questa differenza di origine tra bene vero e bene falso, v'è una differenza di carattere assai rilevante.

Il riso dal bene falso è grossolano, inebria e finisce per nauseare, come certi dolci, che finiscono per procurare disgusto.

Il godimento dal bene vero poi è come la dolcezza fine e delicata che viene dal pane, che non reca mai disgusto, per tutta la vita e serve a facilitare l'alimentazione, rendendola gradita.

L'insegnamento di un cane.

Ma la fine dei due procedimenti svela il loro essere opposto, contrario.

E qui ci soccorre una favoletta di quel grande Esopo al quale nessuno ha mai pensato di erigere un monumento, mentre nelle piazze, nei giardini di ogni grande città, si vedono monumenti a ciarlatani e perfino a malfattori ed assassini, presentati come grandi uomini.

Ci racconta, dunque, questo grande pensatore, moralizzatore della società, come un cane s'era procurato un bel pezzo di carne, e, per mangiarlo indisturbato, lontano dal luogo del furto, doveva attraversare un fiume.

Ad un certo momento, l'ignorante, vide la sua immagine nello specchio dell'acqua e credette che fosse un altro cane vivo e vero come lui, con della carne autentica come quella che egli teneva tra i denti.

Spinto dall'avidità e abituato a fare il prepotente, volle prendere anche il pezzo di carne dell'altro cane e lasciò cadere la carne vera, che stringeva con i denti.

L'attimo in cui il cane vide la carne nello specchio di acqua e cercò di afferrarla, dovette essere di grande gioia, di grande piacere, seppure di piacere canino.

Ma quel piacere durò come un baleno, e nell'attimo immediatamente seguente, il cane sciocco ebbe una disillusione amarissima: né l'una né l'altra carne.

Quel cane, pensiamo, ci capitò una sola volta, ma gli uomini, nelle stesse circostanze, ci capitano infinite volte e non si correggono mai.

Essi, infatti, disgustati e disillusi di un falso piacere, si buttano su un altro similmente falso e poi su un altro ancora e così sempre per tutta la vita.

Inoltre, questi piaceri sensuali, materiali, come una merce qualsiasi si pagano cari, come i gioielli falsi venduti da un imbroglione.

Questi piaceri falsi logorano, per tenere loro dietro, e si vede che, ad un certo momento i cacciatori di piaceri, di riso falso finiscono nella miseria, per lo sperpero di danaro, o nelle cliniche, negli ospedali di malattie mentali, di malattie veneree e simili luoghi.

Ci sono ancora altri che si credono più furbi, vogliono arrivare più presto al godimento dei falsi piaceri, e, nella mancanza di mezzi o nell'insofferenza dell'aspettativa, come chi si butta per vie scorciatoie, si dànno a tutte le male arti, come ruberie, imbrogli, inganni e, nella maggior parte dei casi vanno a finire nelle carceri.

Altro esempio è quello dei contrabbandieri, i quali, per fare un guadagno più grande e più rapido, non seguono le vie ordinarie del commercio, ma poi un giorno o l'altro cadono nella trappola e il gioco finisce male.

Si vede allora e, se n'accorgono essi stessi, che, invece di essere i più furbi sono stati i più stupidi.

La più grande stupidità infatti è quella di fare il male per avere il bene come chi volesse cogliere i fichi dall'albero di sorbo.

Molti di questi stupidi cacciatori di falso bene e di falso piacere arrivano alla disperazione e si ammazzano: i suicidi sono, per lo più, i disillusi, i disperati dei piaceri sensuali.

Costoro sono poi gli stupidi in grado superlativo: fanno come coloro che, per esempio, avendo un grosso mal di denti dal quale non sanno liberarsi o vogliono liberarsi presto, invece di cavarsi il dente, fracassano le mascelle con una martellata.

Tutto ciò solamente in questa vita, prima di arrivare al traguardo, ma poi tutti arrivano al traguardo dell'esistenza, anche coloro, se ci sono, che possono sfuggire alle conseguenze ordinarie dei falsi piaceri e passare tutta l'esistenza da gaudenti, da mondani fortunati.

Il traguardo della vita è la morte.

Allora il corpo, quello che elaborava il piacere, il falso riso, come un macinino che elabora e riduce in polvere le droghe inebrianti, si scioglie...

Allora il distacco tra il buono e il cattivo, tra il riso falso e quello vero, appare completo, sostanziale, definitivo. L'uomo buono arriva anche lui al traguardo, perché tutti muoiono.

E' da osservare intanto che il buono ha goduto, anche in questa vita più del cattivo, e, perché un po' di bene l'hanno tutti, e, perché quel tanto di male che egli ha dovuto affrontare l'ha elaborato in bene, con la pazienza e con l'offerta al Signore delle sue sofferenze.

Ma per lui cominciano ora, dopo la morte, il bene e la felicità che durano sempre, mentre per il cattivo, ora, vengono i guai senza fine e il pianto eterno.

Dice un sapiente proverbio che « ride bene chi ride l'ultimo».

Il santo, il buono, ride ultimo e ride per sempre: ha riso bene.

L'uomo al di sotto delle bestie.

Ma dobbiamo rispondere a qualche domanda, che più di un lettore avrà formulata nelle pagine precedenti: le domande sono queste.

Da quanto s'è detto, si deve concludere forse che il piacere è un male?

Si deve concludere che il riso, il piacere, resta confinato nello spirito e che l'uomo completo, così come si presenta, spirito e corpo, deve rimanere estranea ad ogni anche legittimo piacere e godimento, che si afferra nel corpo?.

Si deve concludere infine che quest'uomo buono, per restare tale, deve rimanere lontano da ogni sorta di gioia e deve vivere come un piagnone?

Ritenere ciò sarebbe come arrivare a delle conclusioni, che non sono, in nessun modo, nelle premesse.

Il piacere, per se stesso, non è né buono né cattivo moralmente.

Il piacere è una capacità propria della sensibilità e aiuta a compiere un'opera buona, un dovere, oppure spinge ad osservare una legge di natura.

Il piacere, anche nel bene è come un lubrificante che fa scorrere meglio le ruote e spieghiamo meglio la questione con un esempio.

Chi farebbe quell'operazione, che noi diciamo mangiare e bere, cioè riempirsi lo stomaco come un sacco, di certe materie e di certe bevande, se non ci fosse il gusto? E ne abbiamo noi stessi l'esperienza.

Quando, a tavola, noi siamo sazi e magari, in certi giorni, abbiamo mangiato anche qualche dolce e bevuto un caffé e non sentiamo più stimolo di fame ed arriva un vicino che comincia a mangiare un piatto di pasta asciutta, ci disgusta.

Quel piacere, che si sviluppa col gusto, non ci fa accorgere della grossolanità dell'atto di mangiare e così noi compiamo il dovere di mangiare che diversamente non compiremmo: se non avessimo gusto tutti moriremmo di fame.

Quale animale mangerebbe, se non sentisse fame cioè non avesse gusto?

Il gusto lo spinge a compiere una legge naturale, che il bruto non conosce.

Il piacere, per tanto, per se stesso non ha nessun valore morale e cioè non è ne buono né cattivo e diventa buono o cattivo se l'intenzione è buona o cattiva.

Tra il piacere che prova uno scienziato, un mistico, un santo, nel mangiare un pezzo di agnello profumato di erbe odorose e che i romani chiamano abbacchio, ed il piacere che prova un gatto nel mangiare un topolino tenero, fragrante di latte materno, non c'è nessuna differenza moralment e.

Nell'uomo, il piacere resta moralizzato dalla moralità dell'atto che si compie: se uno mangia, per il dovere di mangiare, di vivere, quel piacere, che se ne prova, è santificato dalla santità dell'intenzione di vivere per la gloria di Dio e per il bene del prossimo.

Ma gli uomini hanno una possibilità che le bestie non hanno.

Le bestie, quando sono soddisfatte, non mangiano più.

Si direbbe che il piacere, nelle bestie è sempre morale. Gli uomini possono separare il piacere dal dovere. Anche sazio, un goloso, può ricercare il piacere del gusto, senza più il bisogno del mangiare, anzi, quando il mangiare gli riesce nocivo.

Il piacere per il piacere fa cadere gli uomini al di sotto delle bestie.

Il santo fa servire il piacere al dovere, ma egli non serve il piacere: egli è un uomo libero che sottomette il piacere, lo modera, lo regge, lo mantiene nell'ordine morale, come un buon cocchiere mantiene all'obbedienza il suo cavallo governandolo fortemente con la briglia.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it