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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







ALCUNI GIOCHI DELLA SANITA'

La tintura per la barba.

Apriamo questa nuova sezione del nostro libro con un episodio della tarda vecchiezza che dimostra la perenne freschezza della sua anima lieta, pur in quell'età e tra i molti acciacchi di salute che non lo lasciarono mai.

Passava dinanzi alla Chiesa Nuova, fatta edificare dal Santo recentemente, in carrozza, il Cardinale Michele Bonelli, nipote di S. Pio V.

Il Cardinale aveva conosciuto Filippo, quando egli era ancora novizio tra i Domenicani della casa della Minerva, in Roma: aveva imparato a venerarlo come uomo di Dio e gli s'era affezionato.

Gli era riconoscente per l'affetto che Filippo gli aveva sempre dimostrato.

Il Bonelli, arrivato ora così in alto, per un'esigenza del suo cuore, sentiva il bisogno di rendere qualche favore a Filippo, ma questi non gli chiedeva mai niente e, forse, qualche volta, dovette rifiutare favori offerti, come era accaduto tante altre volte.

Quella volta che il Cardinale passava, in quella forma piuttosto pomposa, che le norme della prelatura imponevano a quei tempi, specialmente ai Cardinali, ecco che Filippo si fa avanti fino al margine della via, e con un cenno prega il prelato per dirgli qualche cosa.

- Vorrei un piacere, inizia il Santo, ma sono certo che Vostra Signoria Illustrissima - come si usava dire allora ai Cardinali - non me lo farà: ne sono certo.

Il Cardinale, che vide nella richiesta di Filippo l'occasione buona tante volte cercata invano, rispose subito, si profferse, senza neppure chiedere cenno di che cosa si trattasse.

- Perché non dovrei farle il piacere che mi chiede, P. Filippo?

- Eppure, no, questo piacere Vostra Signoria non me lo farà...

- Vostra Reverenza parli, dica subito perché io sono tanto contento di servirla.

Il Santo dopo che ebbe portato alla massima tensione, la curiosità del Cardinale, alla fine disse: Vorrei che Vostra Signoria Illustrissima mi trovasse un segreto per far diventare nera questa barba bianca.

Uno scoppio di risa si udì da parte di quelli che accompagnavano il Prelato in carrozza, del cocchiere e di qualche curioso che intanto s'era fermato vicino.

Il Bonelli, certo, non si offese, perché conosceva troppo Filippo e lo amava, ma dovette sentirsi un po' disilluso, e con un cenno dette ordine al cocchiere di proseguire svelto.

Il Santo, a sua volta rideva da sornione, perché s'era divertito.

Il finto disperato.

Un giorno, insolitamente solo per la via, Filippo scorse due frati Domenicani che camminavano innanzi a lui: subito un lampo gli passò per la mente ed ideò uno scherzo ai due religiosi. Perché? Per quella esigenza della sanità, come da noi descritta, che ha bisogno di esplodere in gesti e parole di gioia.

Colpì Filippo il momento in cui i due religiosi erano un pò discosti tra di loro, prese la rincorsa, passò in mezzo ad essi, dicendo a voce alta e concitata: Io sono disperato!...

E passò oltre come una freccia, quasi avesse gran cosa da fare.

Nessuno più dei due Domenicani, i quali generalmente hanno la testa piena come una pentola ricolma, della teologia di S. Tommaso, poteva comprendere la gravità del grido angosciato « Io sono disperato ».

Non sperare più in Dio è già un grave peccato, ma poi è un principio di perdizione anche in questo mondo, oltre che nell'altro.

I due religiosi dunque, compresi della condizione del povero disperato, affrettarono il passo, lo trattennero, se lo misero in mezzo e seguitarono a camminare insieme ed a ragionare.

- Perché questa disperazione? diceva uno.

- Che ricavate disperando? Male in questo mondo e nell'altro.

- Con la disperazione si va all'inferno.

- Son disperato!...

- Ma diteci, di grazia per quale ragione siete disperato!...

- A tutto c'è rimedio a questo mondo! Coraggio! Spiegatevi!

- Se possiamo aiutarvi, lo faremo volentieri, ma diteci in che modo.

- Sono disperato.

Il dialogo seguitò in questo modo per un pezzo, e Filippo rispondeva sempre e solo: sono disperato!

Chi avesse guardato Filippo in faccia, avrebbe visto però che il suo viso non era congestionato, ma placido ed un leggero sorriso increspava di tanto in tanto le labbra un sorriso tra quello del sornione e dell'ingenuo.

I due domenicani, dopo parecchio, disperavano essi alla loro volta, di persuadere il disperato, quando Filippo disse, fermo, deciso:

- Si, sono disperato di me stesso, ma spero in Dio. Nella fonte da cui attingiamo, non è detto come restarono i due religiosi, in un primo momento, ma pensiamo che il Santo li conquistò subito, come sapeva fare lui e non si amareggiarono, né si offesero di essere stati beffati.

L'imprecatore impenitente.

L'imprecazione, ch'è della cattiveria umana e si trova dovunque, in Roma è tanto comune come la bestemmia in Toscana.

Sono due pessime costumanze, ma i Santi, talvolta, sanno capovolgere l'imprecazione, mettendola con i piedi all'insù e facendola diventare buona.

La forma di imprecazione, in Roma, più generale, è questa detta in dialetto romanesco: «che ti possino ammazzà!» E' sentita anche come offesa ed è origine talvolta di litigi e questioni anche gravissime.

Essa, però, nell'uso comune che se ne fa, ha perduto il suo significato cattivo ed è diventata un'esclamazione o qualche cosa di simile.

Non è raro perciò che vedendo una bella ragazza, uno dica: Ammazzala quanto è bella! Oppure mangiando un buon piatto di pasta asciutta, uno esclami: ammazzala quanto è buona!

La gente si confessa delle imprecazioni come di peccato.

S. Filippo fece delle imprecazioni, un'espressione di benevolenza, di augurio santo e, in certo modo, di catechesi. Ecco come si svolgevano le scenette: un amico arriva. - O Giambattista, come stai? Perché non ti sei fatto vedere prima? Che ti possano ammazzare!... ma per la fede sai, per Gesù Cristo, soggiungeva dopo con voce più debole e sorridente.

Gli auguri di questo genere cambiavano molto spesso e talvolta diceva: che ti possano bruciare vivo... col fuoco di S. Antonio... ma sai tu qual'è il fuoco di S. Antonio? è il fuoco dell'amore di Dio.

Una volta ne fece una grossa e tale che nessuno ne ha osato una simile.

Si trovava egli in Vaticano nell'anticamera del Pontefice Gregorio XIV in attesa di udienza particolare.

Ecco che, ad un momento, il Papa compare sulla porta ed in modo familiare gli dice: « O P. Filippo ben venuto». - O Santo Padre che possiate essere ammazzato... per Gesù Cristo.

Il Papa sorrise di compiacimento con l'ingenuità di un bambino che avesse ricevuto un dolce presto messo in bocca.

Vita e morte messa ai voti - Un moribondo che vuole il vino

Bartolomeo Fugini, nell'agosto 1590, fu colpito da fortissima febbre pestilenziale e si ridusse in poco tempo agli estremi.

Moribondo, le donne lo segnavano con la candela benedetta nella festa della Purificazione, per difenderlo, secondo un'antica usanza, contro gli spiriti cattivi; il barbiere fu chiamato di urgenza per il salasso alle gambe con le coppette, piccoli vasi di vetro che si usavano per tirare sangue.

Questi e altri rimedi tornarono vani.

Il P. Angelo Velli che l'assisteva, somministrati i Sacramenti, si ritirò e così pure il medico che disse: è finito. A casa Filippo domandò al P. Angelo Velli come stesse l'ammalato.

- Padre se ne va presto: appena, forse, arriverà a domani mattina come ha detto il medico.

C'erano presenti parecchie persone e Filippo disse lieto: voi volete che muoia o che non muoia?

- Padre vorremmo che non morisse!

- Orsù dite questa sera per lui cinque Pater, cinque Ave Maria.

Il far dipendere la vita o la morte di un uomo dalla volontà dei presenti era una cosa nuova ed abbastanza comica, e la richiesta dei cinque Pater Noster e delle cinque Avemaria dava appena una tinta di religiosità alla scena. In realtà, il Santo nascose, con la trovata stravagante della... votazione, la certezza del miracolo che stava per compiere.

I presenti poi si illusero che erano stati essi ad ottenere la salute a Bartolomeo con le brevi preghiere.

Era ancora qualche cosa come il tranello e la beffa. Nella notte l'ammalato galoppa verso la salute.

Il medico curante, ch'era poi Angelo Vettori, una celebrità, la mattina, sicuro che Bartolomeo fosse morto, mandò a vedere, tanto per formalità.

Vettori sente che l'ammalato non è morto e, meravigliato, corre.

- Come stai? chiese.

- Bene.

- Che cosa ti senti?

- Niente.

- Che cosa vuoi?

- Un poco di vino.

- «Questa non è cosa naturale, borbottò Vettori; bisogna che ci sia qualche cosa qua». E se ne andò.

Un debole per le barbe.

Per le barbe degli altri e per quella sua ma di quest'ultima parleremo in altro posto, perchè in un altro ordine di idee.

L'ultimo dei Papi coi quali ebbe a fare S. Filippo fu Clemente VIII.

La loro amicizia, perchè si trattava di questo più che altro, rimontava a quando Clemente era ancora Ippolito Aldobrandini e frequentava la Vallicella.

Un quadretto fa comprendere, più di una descrizione, la natura dei rapporti tra i due.

È un giorno di udienza e Filippo va pure lui, ma mentre gli altri s'indugiano a fare genuflessioni e comportarsi secondo il cerimoniale, il Santo va difilato innanzi, senza genuflessione, si leva un momento il berretto, si inchina un poco, e dice con grande semplicità

- Buon giorno... Mi copro io, aggiunge e si rimette il berretto.

- Voi siete il padrone, risponde il Papa.

Quando non ci sono altri, ma solo qualche compagno di Filippo, egli seduto accanto a Clemente gli prende le mani, le accarezza, poi gli fa carezze sul viso, gli accarezza la barba.

Il Papa lascia fare soddisfatto.

Perché tutto ciò? Per quell'intima esigenza per cui una madre carezza il figlio: uno sfogo dell'amore. Quanto abbiamo detto è testimoniato nel processo da chi si trovò insieme.

Tutto ciò però, se con grande naturalezza, pur con tanto rispetto che nessuno avrebbe potuto pensare ad atto poco rispettoso, irriverente, e meravigliarsi.

Che meraviglia poi, quando si sapeva che Clemente, talvolta, era lui a baciare la mano al Santo?

Un'altra barba maltrattata.

La Chiesa della Vallicella, fondata da Filippo stesso, come s'era avviata ad essere una delle più maestose di proporzioni, così si avviò presto ad essere una delle più ricche di opere di arte e di preziose reliquie.

Ottenne il Santo dal Cardinale Agostino Cusano il dono dei corpi di due martiri, Papia e Mauro, che si trovavano nella diaconia di S. Adriano.

Il giorno che se ne fece la traslazione dalla chiesa di S. Adriano, fu grande giorno e tutto il popolo partecipò all'avvenimento.

Ci fu un corteo quale mai o raramente visto, e Filippo aspettava sulla porta della chiesa: era il giorno 11 febbraio 1590.

Man mano che il momento dell'arrivo delle reliquie si avvicinava, Filippo si sentiva sempre più in preda ad uno di quegli stati mistici contro i quali doveva lottare, come nella S. Messa, per restare padrone di se stesso, e per non perdere il contatto col mondo esteriore.

La guardia svizzera faceva servizio di onore e di ordine e proprio innanzi alla chiesa, un soldato, tutto rigido, come se fosse di pietra, offriva una bella barba al bisogno di Filippo di svagarsi, di distendersi.

Afferrò dunque la barba, certo non delicatamente, e la tirava.

Il soldato non poteva muoversi e subiva, non poco contrariato, mentre i vicini ridevano: quel riso si propagò presto come un'ondata.

Quelli più distanti, che non avevano potuto vedere, domandavano: che baccano è questo? Perché questo ridere? - Ma come non hai visto? Il P. Filippo ha tirato la barba ad una guardia ed il poveretto non ha potuto reagire, anche perché il P. Filippo è il P. Filippo...

La breve notizia, comunicata sotto voce arrivò presto a tutti ed un fremito di riso agitò il corteo.

Baci, pizzicotti e ceffoni al demonio.

La Congregazione religiosa dei Barnabiti, di recente istituzione, non aveva ancora una casa in Roma e per trovarne una, il superiore generale mandò a Roma un religioso molto capace, P. Tito degli Alessi, ed un compagno.

S. Filippo ricevette i due che si diressero a lui per aiuto, con molta benevolenza e li accolse perfino in casa.

Il P. Tito nelle sue relazioni al Superiore non faceva che parlare di Filippo con grande elogio.

Il P. Generale alla sua volta, rispondendo, aveva espressione commovente di gratitudine, di affetto per il nostro Santo: una volta gli fu consegnata una di queste lettere. Il Santo, che ormai sapeva il contenuto, prese la lettera e la cominciò a carezzare come se fosse stata un bambino, a baciucchiarla, a mettersela sul cuore e stringerla come in un abbraccio.

I due barnabiti presenti ed altre persone di casa vedendo quella scena graziosa, abilmente commentata da espressioni del volto e parole opportune, pensavano ad un atto di umiltà del Santo od a qualche cosa di simile e si commovevano anch'essi, si edificavano.

Niente di questa filosofia: S. Filippo esprimeva semplicemente con un gioco ciò che altri avrebbe espresso con parole convenzionali o di rito.

Antonio Gallonio, uno dei prediletti del Santo, candido e semplice, un giorno passò accanto a Filippo, il quale lo guardò in una maniera tanto severa che il poveretto ne sentì un grandissimo dolore.

Egli si sentiva innocente e fu preso così all'improvviso che non pensò nemmeno lontanamente ad uno degli scherzi abituali e delle finte bravate, e si sentì profondamente offeso.

Mentre cercava la ragione di questo trattamento del Padre tanto amato, ecco ché si sente chiamare

- Antonio, Antonio, vieni qua!

- Ma che volete Padre, rispose il poveretto, mentre si aspettava il resto della scena precedente?

- Vieni qui, presto che voglio darti un bacio. Appena arrivato quel bravo figliolo, Filippo lo prende per il capo e lo bacia teneramente, come una madre e chiede di essere baciato!

Ma, alla fine, come in questo caso ed in tanti altri, quando la bizzarria era passata o quando aveva fatto cilecca, ed in un certo modo, egli voleva chiedere scusa, esclamava, come uno che rimprovera se stesso: io sono balordo, sai!

Talvolta mentre o si stava seduti vicino o si andava insieme per la casa e per la via, in grande tranquillità, ecco che il vicino gridava: ahi!... come per una trafittura improvvisa, e guardava in viso il Santo, come interrogando.

Che cosa era successo? Era arrivato l'estro nel cervello di Filippo e subito aveva dato uno o due pizzicotti, nel luogo strategicamente più opportuno: in un fianco, sulle costole, nel collo.

Filippo allo sguardo interrogatore rispondeva similmente con uno sguardo di meraviglia, ma nello stesso tempo festoso, che diceva tante cose, ma tutte care come, per esempio, che quel pizzicotto era stato una dimostrazione di affetto.

Uguale al pizzicotto era il ceffone, deposto specialmente sulle guance o dietro al capo.

Talvolta gli veniva a portata di mano qualcuno che si trovava in una piccola crisi di malinconia, di preoccupazione, in una condizione di spirito non normale, non serena. Bisognava scuotere quel tale da quel malessere spirituale.

- Si udiva improvviso un « paf » e nello stesso tempo un ceffone cadeva su una guancia o, come surrogato del ceffone, una percossa su la parte più disponibile del corpo!

Il maltrattato si volgeva a Filippo, sorpreso e sconvolto nel viso, come per dire: perché questo? che cosa ho fatto? ma questi non sono scherzi!...

Il Santo alla sua volta, con un'aria ingenua, come chi sentisse pienamente innocente, diceva:

- Perché ti lamenti? Non ti ho fatto niente.

- Come niente? Ho sentito io, ho sentito.

- Ma no, hai sentito male; io non ho dato a te ma al demonio.

Era un bel modo di giustificare un rimedio un po' costoso e di far ricadere sul demonio, come presunto autore di uno stato malinconico, la colpa di ogni cosa.

Talvolta invece di schiaffi o pizzicotti usava piccoli capolavori di destrezza e di genialità, che però pungevano come spillo.

Uno dei suoi giovani, richiamato talvolta per una monelleria od altra piccola colpa giovanile, si scusava sempre, negava e mai confessava la sua colpa.

Un giorno Filippo lo vede arrivare e dice scherzoso - Ecco che arriva Eva!

- Come Eva? Quello è Luciano, rispondeva uno dei presenti.

- Non è vero: si chiama Eva, rispondeva Filippo, con convinzione.

- Se mai, Padre, si potrebbe chiamare... Evo, ma non Eva, perché è un uomo, rispondeva l'interlocutore.

- Si chiama Eva invece e sai perché? Perché quella sciocca di Eva, dopo aver fatto il grosso peccato di cogliere, mangiare e poi offrire ad Adamo il frutto proibito, al rimprovero del Signore, invece di accusarsi e chiedere perdono, cercò di scusarsi, di giustificarsi dicendo: il serpente mi ha ingannato.

Da una prima volta il nomignolo di Eva venne distribuito con una certa profusione, ma sempre con successo.

I due ladroni.

Ed ora, a conclusione di questo capo, un episodio dei primi tempi di Filippo in S. Girolamo della Carità, in cui si vede che la pace profonda che regna nel cuore dei santi, anche nella sofferenza fisica, è capace di vincere ogni più grave malvagità.

Appunto nella casa detta s'erano intrufolati, tra il personale che badava alla sagrestia, due apostati, due frati sfratati, scappati dai loro conventi.

Il capo del personale di tutta la casa e della chiesa un tal Vincenzo Teccosi, medico, si dette ad organizzare una persecuzione contro Filippo, per riuscire a ciò a cui non era riuscito da solo.

I due furfanti, messi su dal Teccosi, iniziarono col mettere in ridicolo il Santo: fingevano di piangere, di commuoversii, di sospirare come a Filippo avveniva durante la Messa.

Passarono al peggio: gli nascondevano le vesti sacre, prima di pararsi per la celebrazione e poi, alle ripetute richieste, davano le più brutte e perfino indecenti: gli nascondevano la chiave dei Tabernacolo per non fargli distribuire la santa Comunione, lo screditavano in mezzo al pubblico e cercavano di allontanare i penitenti dal suo confessionale.

Talvolta, passandogli accanto, come fanno i peggiori monelli, lo urtavano, cercando di farlo cadere.

Filippo pativa molto, ma non scattava e seguitava per la sua via.

Una tale condotta, ch'era una vittoria, esasperava sempre più il Teccosi e i suoi aguzzini.

Un giorno, sotto questa pressione di rabbia, uno dei due scomunicati incontra Filippo e lo investe in maniera del tutto insolita, come un selvaggio: dava l'impressione di voler ricorrere alle mani e ci sarebbe arrivato, forse, se non fosse capitata cosa del tutto inaspettata.

Arriva l'altro compare, l'altro scomunicato e vede la scena: lo sfratato suo collega si dimena come un energumeno e pare un veno posseduto dal diavolo: Filippo è di fronte, sofferente sì ma dignitoso.

Quel tanto di pietà umana che restava ancora nello scomunicato arrivato dopo, si ribellò e comprese, come in un momento di luce, la vigliaccheria di cui anch'egli s'era reso colpevole, tante volte.

Crediamo che, forse, intervenne un raggio di grazia: Filippo gli appare com'è, un santo, un martire ed egli si scaglia contro il complice del giorno prima, lo afferra per il collo, lo butta per terra ed è per strozzarlo...

Ci sarebbe riuscito, ma Filippo interviene e, giovane com'era, riesce a strapparlo dalle unghie del suo improvvisato, ma ancor feroce difensore.

Questo fu il primo atto.

Poco tempo dopo, l'apostata difensore di Filippo, ritornato in sè, riprese l'abito religioso, ritornò al suo convento e fece penitenza.

Il medico Teccosi anche lui si ricredette, si pentì, e non potendo più resistere al rimorso, un bel giorno, mentre Filippo era con altri, irruppe in mezzo, si gettò ai piedi di lui, chiese perdono, gli prese la mano e la baciò e pianse. Divenne figliolo spirituale di Filippo e non passava giorno che non lo vedesse per averne ordini, consigli, per confessarsi.

Arrivato a morte, Teccosi già cristiano edificante sotto la guida del Santo, volle lasciargli, come attestato di riconoscenza, un legato di cento scudi, somma non piccola per quei tempi, ed anche altra roba.

Il Santo, quando venne a conoscenza dell'atto generoso del suo figliolo spirituale, dette tutto alle nipoti di lui e non volle accettare.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it