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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







UNO STILE DI GIOIA

Non bisogna credere che oltre gli episodi riportati e che riporteremo, non vi siano altre manifestazioni di gioia nella vita del Santo.

V'è in lui uno stile di gioia, vorrei dire, al quale non si sottraggono le più varie circostanze della sua multiforme attività, come non vi è espressione che si sottragga allo stile di uno scrittore.

Molte volte, un sorriso, una carezza, un gesto, un semplice cenno, un atteggiamento del volto sprigionano una fiamma di gioia.

Raccogliamo in questo capo, alcuni di questi momenti, di queste fiamme, che non possono trovare posto in altre parti del volume.

Il giovane dal collare.

V'è un giovane che tiene troppo alla sua eleganza per poter restare tra le fila degli « spirituali» e si compiace di un collare tutto ricci, increspature, una bellissima gorgiera insomma.

Filippo lo vuol liberare da quella miseria e gli va vicino, gli passa una mano intorno al collo, comincia ad accarezzarlo e ciò fa varie volte.

Alla fine gli dice: ti farei più spesso carezze, se questo tuo collare non mi raspassel

Il giovanotto capi e, l'indomani, tornò senza quel collare che raspava, non già le mani del Santo, ma la serietà del giovane stesso.

Una pazzarella.

Non era una pazzarella Ersilia Bucca, una giovane sposa che portava una creatura nel seno.

Non si sa per quali manifestazioni, la poveretta era divenuta di umor nero, tutta affanno, perché temeva di dover morire nel prossimo parto e non trovava mezzo di liberarsi da questo incubo.

Un giorno la giovane sposa, tornando dalla chiesa a casa, incontra presso la pila dell'acqua santa Filippo, il quale era stato informato del travaglio.

Si volge a lei e dice paterno, scherzoso, beffando:

- Guarda questa pazzarella, guarda che s'è messa in testa.

Questa presa in giro, come un raggio di sole, spazzò via la nuvolaglia da quell'anima.

Pose poi la mano sulla testa della sofferente ed aggiunse

- Non dubitare.

Ersilia tornò a casa festante ed ebbe poi un parto felice.

La balia di Dio.

Pietro Focile e Sulpizia Sirleti erano due coniugi, che avevano una figlioletta di tre anni, la quale si ammalò presto a morte.

La madre inconsolabile pregava il Santo di compiere il miracolo della sanità della piccola, ma egli sapeva che Dio la voleva in Paradiso e lo disse chiaramente alla madre.

E' difficilissimo trovare una frase, una parola di conforto, in simili casi: le parole che si dicono comunemente sono frasi fatte, luoghi comuni inefficaci.

- Quietati, che Dio la vuole, disse Filippo e ti basti di essere stata la balia di Dio.

Parole e pensiero sublime! Certo il dolore sensibile restò nel cuore della donna, ma il pensiero suggerito dal santo che in fondo, quella piccina, prima di essere figlia di lei e del padre, era figlia di Dio e che sarebbe andata in Paradiso e ch'era stato un grande onore per lei, Sulpizia, essere stata come la balia di Dio, questo pensiero illuminò il dolore della donna, lo santificò, lo superò.

La cosa passò diversamente con il padre, Pietro Focile la piccola era morta ormai e il povero padre era sempre in lacrime e si doleva con Filippo.

- Che hai, balordo, che sei tanto afflitto? gli chiede Filippo.

- M'è morta, la mia figliola ed io non ho altri figli.

- Quietati, balordo, e non ti affliggere più perché avrai un figlio che ti darà gran da fare.

Venne il figlio, a cui fu imposto il nome di Bartolo, ma vennero anche i dispiaceri che quel figlio, anche da giovane procurò alla famiglia, fino a che morì.

Lo stesso Focile depose ció nel processo quando il figlio era già morto.

Quel a balordo » lanciato così famigliarmente e quella predizione di guai fece pensare a Pietro ciò che i figli costano di cure e di dolore, e forse, suggerì la considerazione che anche la piccola Chiara poteva recare dispiaceri ai genitori, se fosse vissuta.

La serenità nel cuore di Pietro fu completa.

Un « balordo» che non lo era.

Giovanni Battista Guerra era uno dei fratelli laici più bravi della congregazione e un capo mastro così bravo che faceva anche le parti di architetto: era lui che conduceva innanzi la grande fabbrica di quella che fu poi la Chiesa Nuova.

Un giorno, il poveretto, cadde da una scala altissima e giaceva moribondo, senza parola, senza conoscenza. Tutti quelli che erano accorsi e che si trovavano sul lavoro erano sgomenti, ma Filippo cercava di animarli incitando a pregare.

Arriva il medico famoso Angelo Vettori, chiamato di urgenza, e dopo aver visto e tastato, si volge a Filippo e dice triste:

- Padre, nessuna speranza di vita!

Le parole del medico accrebbero lo sgomento, che, a sua volta, fece disperare i presenti.

Filippo voleva vincere quello sgomento, quella disperazione, che toglieva ogni fiducia in Dio, ogni capacità di pregare ed allora si volse al medico, trattandolo come un monello, che ne abbia detta una grossa e disse:

- Tu sei un balordo, Angelo! Io non voglio che costui muoia: voglio che si finisca questa chiesa.

L'energica risposta di Filippo infuse coraggio ed animò i presenti a fare ciò che bisognava fare in simili circostanze: Guerra guarì.

Colui che riferisce è lo stesso Angelo Vettori.

Uno che vuole ammazzare...

Antonio Fantini è un rigattiere, ma anche persona devota, discepolo di Filippo, ed ha una moglie giovine e bella. Un domestico di un gentiluomo del Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, insidia la bella donna insistentemente e pericolosamente.

Fantini se n'accorge, decide di ammazzare quel cattivo, prepara lo spadone e dispone tutte le altre cose in una concitazione grande, in una grande tenebra interiore.

Prima di passare a sì terribile impresa, egli però vuol confidarsi con Filippo... come per aver consiglio e benedizione... e magari confessarsi!

Va, infatti, e trova il Santo in camera sua fra tre o quattro persone: egli non se ne cura, entra come se non vi fosse nessuno, si getta ai piedi di Filippo e dice di voler ammazzare...

E qui narrò la breve storia, come poteva, in quel momento di eccitazione.

Filippo sorride e parla con gli occhi, con il volto: tutta una grande parola di pace, direi, emana dalla sua persona. Tutto l'atteggiamento di Filippo fa comprendere che la cosa non è da prendersi sul serio: egli fa scaricare a l'uomo la sua grande ira, come se fosse una massa di elettricità, poi dice calmo:

- Non è niente Antonio, non è niente!

Alla fine gli pone la mano sul capo e lo vede ripartire sereno.

Non ne fu niente: forse la gelosia aveva suggerito al povero Fantini paure o timori che non esistevano.

Una gentildonna vinta.

Lavinia de' Rustici, prima moglie del nobile romano Fabrizio Massimo, non vedeva bene che il marito le dicesse mirabilia di Filippo, che lo avvicinasse tanto e fosse uno dei discepoli più devoti.

Essa personalmente si riufiutava anche di vedere Filippo e, in fondo, ne diceva male: lo riteneva un devoto qualsiasi, come ce ne sono tanti, se non addirittura un bigotto.

Alle preghiere del marito sempre ripetute di avvicinare il Santo e poi far come voleva lei, la donna rispondeva con rifiuti recisi, con parole non rispettose, ma finalmente la curiosità, potente per tutti ma più potente per i cuori femminili, promise a Fabrizio di veder Filippo, come se avesse fatta una grazia ed andò.

Non sappiamo come la cosa passasse ma quel primo e non lungo incontro bastò per far cadere la donna spregiudicata nelle reti del mago.

Conquistata una volta per sempre, molto spesso prese a fare la Comunione, pratica rara in quel tempo, ed a visitare Filippo, lieta di seguire i suoi consigli: come attesta il marito Fabrizio, essa fece un gran profitto nella vita spirituale.

Un gesto, una parola...

Un giorno Filippo esce dal confessionale e vede quel buon figliolo Giulio Savira, che già conosciamo, immerso in un grande pianto.

- Ma che ti succede Giulio? Non ti ho visto mai piangere come un fanciullo.

II Santo comprende che la morte aveva rapito la madre e allora non cerca le parole per consolare quell'afflitto, come generalmente si usa, ma compie uno di quei gesti che sdrammatizzano le situazioni più complicate.

Egli ha in mano la sua lunga corona e subito la getta al collo di Giulio, si toglie la berretta da prete di capo e la pone in testa di lui e tutto ciò nel bel mezzo della chiesa, fra tante persone che vedevano.

- Non piangere più! Tua madre è andata in Paradiso e tu sei accettato subito in Congregazione: sta allegramente.

Giulio cessò di piangere e tornò subito sereno, come era sempre.

Ciò attesta lo stesso Savira.

Una zitella che non l'era.

La nobildonna Costanza, sposa di Virgilio Crescenzi, fece pregare il Santo di recarsi da lei perché il marito era ammalato.

Filippo andò e la donna in pianto gli andò incontro. Contrariamente a ciò che pensavano gli altri ed anche i medici, egli sapeva che il Signor Virgilio sarebbe morto. Non volle ingannare la moglie e neppure dire parole inutili: d'altra parte, sarebbe stato duro dirle che il marito sarebbe certamente morto.

- Zitella raia, fa il santo, bisogna contentarsi di quello che piace a Dio.

Nel tornare a casa, in carrozza, accompagnato dal figlio di Virgilio stesso, Filippo gli disse che non trovava parole e modo di pregare perché l'ammalato guarisse.

Era un modo per fare intendere anche a lui, e più chiaramente, che bisognava disporsi a fare la volontà di Dio per la morte del padre.

E' un bel modo di dare la gioia anche quello di disporre l'animo a fare la volontà del Signore.

I fiori di martiri.

Al tempo di Filippo, infieriva la persecuzione del governo inglese contro la Chiesa ed i cattolici.

I giovani chierici inglesi del collegio vicino a S. Girolamo della Carità, prima di partire per la loro patria, dove avrebbero trovato certamente dolori, sofferenze, e forse, la morte, venivano a chiedere la benedizione al Santo. Questa tradizione, molto attendibile, ha trovato espressione anche nella iconografia filippina.

Il momento della partenza era di grande sofferenza interiore, ma Filippo illuminava e santificava quella sofferenza dicendo ai partenti le parole dell'inno liturgico per i Santi Innocenti: « Salvete, flores Martjrum » vi saluto o Sori di martiri.

La visione del martirio per Cristo come quello dei Santi Innocenti, gittata improvvisa dinanzi alla mente dei giovani, dissipava ogni ombra in quell'ora di grande sofferenza.

Zia Rosa stizzosa.

Una povera donna era stata provata duramente e per lungo tempo: il marito dopo essere stato carcerato per debiti, come allora usava, ed aver avuto altri travagli, ora era morto e la Rosa era sola e bisognosa.

La donna, in una grande tristezza e poi in una irritazione incredibile, non poteva veder cosa o udir parlare ed era sempre come un cane arrabbiato.

Non poteva pregare: non poteva confessarsi, era quasi come in uno stato di disperazione: riuscì a confidarsi col P. Angelo Velli, uomo di santa vita e tra i più cari compagni di S. Filippo, ma non ebbe giovamento alcuno.

La Rosa, una mattina, era tanto fuori di se ed infuriata, che il povero Angelo Velli non trovò di meglio che mandarla subito a S. Filippo.

Il Santo, come la vide comparire, comprese subito, e senza tanti complimenti le disse: vien qui zia Rosa, perché sei tanto stizzosa e mettiti in ginocchio.

Parlò il Santo in una maniera imperiosa, senza tutte quelle forme che lasciavano tempo alla donna di sbizzarrirsi, la costrinse ad inginocchiarsi, le mise la mano sul capo e poi parlò, parlò...

Zia Rosa ascoltava e Dio solo sa quello che fu detto questo è certo che la poveretta senti cadere la sua tristezza come ci si libera da una camicia di forza, e cominciò ad avvertire un benessere, una allegrezza, una leggerezza di vita, un rinnovamento e una grande devozione.

Un mutamento radicale, insomma: tali cose deponeva la paziente stessa, nel processo, il 4 giugno 1610, quindici anni dopo la morte del Santo.

La cosa più importante a sapere è che questa nuova felice condizione durò fino alla morte.

Una matta di nuovo genere.

Non era una matta no, questa donna anzi madonna Bradamante come si diceva allora.

Ma era solo una grande sofferente.

Disperando di ogni mezzo naturale, al colmo del male, la poveretta mandò a chiamare P. Filippo come facevano tanti altri, per casi più o meno gravi o disperati.

Il Santo comprese che Bradamante era veramente molto malata e soffriva assai, ma volle nascondere come usava sempre, il suo potere carismatico, gittando il merito del prodigio su altre persone o cose.

Come egli dunque la vide con il capo fasciato, con volto lieto, come chi ride di una cosa buffa, le disse:

- Matta, che vuoi tu fare di tanti panni in testa? La donna si tolse quei panni, ma il toglierli e sentir sparire il dolore fu una cosa sola.

Titoli a buon mercato.

Giovanni Manzoli, penitente del Santo, era ammalato e fu mandato il sacerdote Mattia Maffei ad assisterlo nel difficile momento dell'agonia.

Quando il sacerdote vide che Manzoli aveva perduto la parola ed era alla fine, tornò da Filippo e riferì che il moribondo non sarebbe arrivato al mattino.

L'indomani, il Santo fa chiamare di nuovo Mattia e gli ordina di andare dal malato e vedere se era vivo o morto. - Penso che sia morto, Padre, e sarà inutile andare, ma tuttavia andrò.

- Comunque sia, va, prendi informazioni sicure: ti raccomando.

Il messaggero va e gli dicono che Giovanni è morto: egli non crede neppure necessario salire su: la notizia della morte è sicura e pacifica.

- Padre, riferì il Maffei, è come ho detto io, come si supponeva: Manzoli è morto.

- Ma tu l'hai visto con i tuoi occhi? - No! Ma è come se l'avessi visto io. - Bestiaccia, torna ancora ed assicurati: cerca di vedere se dorme o se è morto, ma vedi tu e non ti fidare di altri.

Mattia, questa seconda volta, trovò che Manzoli era a letto si, ma vivo, ben vivo.

Ritornato mortificato da Filippo, fece uno sforzo per riferire che il malato non era morto.

- Sei una bestiaccia che non sai fare i servizi, ringraziò Filippo.

Modi decisivi.

Una sera, si faceva l'Oratorio, ed ecco che entra un certo Stefano da Rimini calzolaio, non meglio conosciuto. Dà egli un'occhiata al locale e scorge delle persone per bene: faccie chiare, rassicuranti, vestiti decenti e tutta un'aria distinta.

Non osa entrare Stefano, vecchio soldato, uomo litigioso, con tanti nemici e con più di un peccatuccio sulla coscienza...

Se mi riconoscono, diceva egli fra se stesso, mi metteranno fuori, e cercava di non essere notato.

Filippo, che dominava però ed ispezionava la sala, col suo occhio sempre in giro, lo notò, comprese molte cose ed andò rapido verso di lui.

Senza dire parola, assolutamente niente, lo prese per il collo, lo tirò con decisione, lo condusse alle prime file. L'uomo fu tanto confortato, acquistò tanta fiducia, che divenne un assiduo frequentatore dell'Oratorio e riuscì ad essere persona di grande virtù, di grande carità: pervenne anzi ad una certa santità: poverissimo come era, del guadagno della settimana, tolto il necessario, dava il resto ai poveri.

Gioielli.

Sono veri gioielli certe espressioni, certi motti, che splendono da se stessi, pur senza la cornice di un episodio. Vecchio, malato, sempre nelle fatiche, nelle veglie, nelle astinenze, talvolta quelli che gli volevano bene ed erano premurosi della sua salute, lo esortavano ad aversi dei riguardi, moderarsi nel lavoro, mangiare in modo da nutrirsi sufficientemente e poi dormire un poco di più.

Come giustificare il suo proposito di voler sempre fare così? Sarebbe stato poi scortesia opporre un no nudo e crudo.

- Il Paradiso non è fatto per i poltroni, rispondeva egli. Giustizia era fatta.

Ci fu, tra i discepoli e penitenti del Santo, un certo Turchetti Pensabene uomo di grande valore, che poi venne in fama di santità e fondò opere di bene ad imitazione dell'Oratorio.

Filippo vedendolo venire, gli diceva sorridente: Pensabene, facci sentire una pensabenata.

Era un saluto e un modo di far festa, più efficace di molte parole.

Nel colloquio stesso con Dio la sua vena di gioia rimane freschissima e prende forma di gioco quasi impertinente, eppure umilissimo.

Bisogna sapere che nelle sue tante malattie, leggere o gravi, il Santo pregava di guarire, per convertirsi, diventare un angelo, come disse una volta.

Guarito però, gli pareva di non essersi mai convertito... Perché? Per quello stesso fenomeno per cui un dotto, quanto più diventa dotto, tanto più vede l'immensità della scienza e l'immensità, della sua ignoranza.

Il Santo pertanto, quanto più diventa santo ed approfondiste il mistero di Dio, tanto più si vede peccatore di fronte alla santità di Dio stesso.

Negli ultimi tempi, pertanto, non diceva più di voler guarire per convertirsi, ma pregava in questo modo: Signore se io guarisco, per quanto riguarda me, farò sempre peggio... se tu non m'aiuti.

Filippo: in mano al boia.

Ogni uomo, in quanto tale, teoreticamente, è capace di ogni bene e di ogni male: ogni uomo può diventare o un grande santo, o un grande assassino.

Filippo nella sua grande umiltà e nella profonda conoscenza del cuore umano, si direbbe che aveva quasi paura di diventare un bandito degno di morte.

Ecco dunque come egli pensa in forma di dramma questa terribile possibilità.

Era con lui il medico Angelo Vettori ed egli dice: «che diresti, Angelo, se un giorno tu mi vedessi col boia di dietro che mi frustasse e voi e gli altri diresti: è questo quel Padre Filippetto. Quanto pareva buono!

Signorilità e amore in gioia.

Documento bellissimo dello stile di gioia del Santo è una letterina, che egli indirizzò ad una giovane sposa, che si chiamava Fiora Ragni, ma era conosciuta più co-. munemente col nome di madonna (signora) Fiora.

Filippo imposta sul nome Fiora la sua letterina e, sempre giocando su quel nome, arriva a pensieri altissimi di spiritualità ed a sentimenti di un amore paterno ben grande. Ecco la lettera

« Ancorché io non scriva a nessuno, non posso mancare alla mia quasi figliola primogenita madonna Fiora, la quale desidero fiorisca: anzi che dopo il fiore produca buon frutto, frutto d'umiltà, frutto di pazienza, frutto di tutte le virtù, albergo e ricettacolo dello Spirito Santo: e così suol essere chi si comunica spesso. Il che quando non fosse, non vi vorrei per figliola; e se pur figliola, figliola ingrata, e di sorte che al giorno del giudizio vorrei essere contro di voi. Dio ciò non permetta; ma sì bene vi faccia flore fruttuoso come di sopra ho detto e tutto fuoco, onde il poverello vostro padre, si possa riscaldare, che si muore dal freddo. Non altro. Tutto vostro.

Roma alli 27 di giugno 1572 Filippo Neri.

Il dono della volontà.

E' difficile consolare i malati e dare loro una linea sicura di condotta nel travaglio della sofferenza, ma Filippo riusciva benissimo.

Qualche volta, egli per rassicurare il sofferente contro le tentazioni, specialmente nei momenti terribili dell'agonia, proponeva ad essi:

- Mi vuoi donare tu la tua volontà? - Ma sì, Padre, lo fo molto volentieri.

- Ebbene quando verrà il demonio per tentarti ed invitarti a qualche male, oppure vorrà spingerti a non sperare, tu gli dirai: io non ho più volontà ma l'ho donata a Padre Filippo.

Io poi la tua volontà l'offrirò a Dio.

Un consiglio a doppio effetto.

Una signora si trovava ad una specie di bivio tra la vita spirituale e la vita mondana e molte incertezze l'angustiavano e tra le altre questa, se conveniva ad una buona cristiana portare i tacchi alti delle scarpe, come allora usavano le mondane e come oggi usano mondane e non mondane...

Filippo, dopo aver ascoltato, quanto la donna diceva, con molta serietà, tra compunta ed agitata, rispose:

- Signora, guardi di non cadere.

Un'amabile e pungente verità.

Filippo soffrì molti mali ed anche gravi ed i medici di allora usavano rimedi dolorosi, come salassi, bottoni infuocati e cose simili.

Una volta, al colmo della crisi di una malattia, i medici, come estremo rimedio, usarono appunto il rimedio del bottone infuocato.

Essi pensavano che il Santo, nell'incoscienza in cui essi lo ritenevano, avesse trovato beneficio del rimedio, ma non avesse sentito dolore.

Quando al termine della crisi, uno dei medici gli domandò come si sentisse, che avesse... Egli rispose:

- Io non ho altro male se non quello che mi avete fatto voi.

Una penitenza che fa male alla borsa.

Tra i seguaci di Filippo, s'era intruppato un signore anziano, certo Alessandro Boria il quale, lavorando, s'era fatta una bella fortuna ed ora voleva proseguire la sua vita badando un po' all'anima.

Anche lui fu preso dal gusto, in cui può entrare un po' di compiacimento umano, di fare delle penitenze, come portare il cilicio, fare delle veglie, dei digiuni e simili pratiche.

Anch'egli, come altri, un giorno disse al Santo, con aria compunta:

- Padre Filippo, indicatemi una penitenza buona per me, perché voglio farmi santo! Volentieri digiunerei, per esempio.

- Niente digiuni, caro, ma piuttosto elemosine.

Il Borla, per quanto buono, doveva essere un po' attaccato al danaro e le parole del Santo colpivano direttamente la borsa, ma egli senti il colpo nel cuore.

Quella penitenza, per una persona come lui, era pà penosa di tre digiuni insieme.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it