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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







IL RISO E IL GIOCO VANNO ALLA BATTAGLIA E VINCONO

L'esercito contrario al riso e al gioco.

- Questa è grossa davvero: il riso ed il gioco sono diventati ora dei personaggi, anzi dei guerrieri?...

- Il riso e il gioco non sono dei personaggi, ma sono valori, e valori più preziosi del valore della moneta, la quale tuttavia ha tanti nemici, come i ladri... dai quali deve essere difesa.

Ma chiarirò con un esempio queste proposizioni, che paiono così strane.

Immaginate un uomo, il più pacifico di questo mondo, che non farebbe male nemmeno alla famosa mosca, e che, non solo non ha nemici nella società ma, è ben voluto e crepa di buona salute.

Ora la salute, valore preziosissimo, ed il corpo stesso, tutto di questo pacioccone sono insidiati, attaccati da eserciti, per dire così di milioni e milioni di nemici, i quali sono dappertutto e non danno tregua.

Questi soldati nemici della salute, del corpo e della vita in genere, che un tempo non si conoscevano, sono tanto piccoli che non si possono vedere ad occhio nudo, sono stati scoperti da poco e dagli scienziati sono chiamati microbi.

Come gli eserciti degli uomini si dividono e si suddividono in tante categorie: fanteria, cavalleria, genieri, avieri ecc., secondo il compito che hanno nel combattere i nemici, così questi eserciti di microbi, nemici del corpo e della salute, hanno il compito di attaccare chi i polmoni e produrre la tisi; chi il sangue e produrre tosi la febbre terzana; chi i branchi e generare la bronchite; chi gli occhi, la bocca e produrre tanti malanni e perfino cancri.

Gli scienziati, che hanno scoperto alcune specie di questi nemici della salute e del corpo, si chiamano batteriologi perché certi microbi, molto importanti, sono detti batteri.

La maggior parte di questi soldatini invisibili non si vedono ad occhio nudo, o con microscopi usuali, e alcuni non sono stati ancora scoperti ed essi se la ridono della caccia che gli uomini danno loro inutilmente.

Per conservare la salute e mantenere in efficienza il corpo, bisogna combattere contro questi nemici e non farli entrare nel corpo, o, una volta entrati, cercare di cacciarli e ucciderli usando l'arma, cioè il rimedio contro di loro.

Il chinino, per esempio, è un'arma potente per combattere il microbo della malaria.

I medici, che conoscono in parte questi nemici e la loro strategia, sono quasi come dei generali che dirigono la battaglia per distruggerli od espellerli dall'organismo.

I selvaggi, i contadini ignoranti, che non credono all'esistenza dei microbi, soldati nemici della salute, perché non li vedono, ne diventano vittime.

Certo, però che, anche chi esegue gli ordini, dei generali... che sono i medici, gli igienisti, va soggetto all'attacco dei microbi, una è questa come ogni altra guerra: se ne dànno e se ne ricevono.

Anche la gioia, il riso hanno i loro nemici, e la società che frequentava Filippo al suo tempo era la più attaccata da microbi contrari al riso e al gioco: questa società era composta, per lo più, di uomini, giovani attaccabrighe, giocatori, oziosi, immorali e perfino sodomiti...

E perché, qualcuno domanderà, questo benedetto uomo di Filippo andava tra questa gentaglia?

Ci andava per curare e guarire questi malati, precisamente come i medici si inoltrano coraggiosamente dove si annidano i microbi del corpo e della salute materiale.

Un attacco che non fu il primo.

L'attacco, che presto diremo, non fu il primo perché Filippo, prima di essere San Filippo, era un uomo come tutti gli altri, esposto a tutti gli attacchi dei nemici.

Egli ebbe a combattere contro i nemici, specialmente del riso e del gioco, ma reagì e trionfò, sempre ubbidiente, docile alle istruzioni di quelli che lo guidavano spiritualmente, come trionfa chi, in quell'altra guerra ubbidisce alle istruzioni dei medici e degli igienisti.

Noi ne abbiamo la prova dal decorso sempre più vigoroso della vitalità del suo ridere e del suo giocare, col crescere di tutti gli altri suoi valori morali.

Ci limitiamo pertanto alla rassegna di alcuni combattimenti, dei quali egli stesso, in vario tempo confidò la storia.

Era probabilmente una sera già inoltrata ed egli, tutto assorto nella preghiera, si dirigeva verso un luogo di maggior raccoglimento, quando alcune figure di uomini gli si profilarono di contro ancora un pò lontano.

Essi guardarono, anzi fissarono il giovane: la sua statura piuttosto alta, la forma slanciata, il suo andare dignitoso, il suo volto bello e di quel candore che nel chiarore della sera acquista splendore, luminosità, li colpirono vivamente, ed essi si scambiarono tra loro qualche motto di compiacimento e di intesa: accelerarono il passo, gli arrivarono vicini, lo chiusero in mezzo.

Non c'era nulla di ostile in quel loro movimento, ma tuttavia c'era qualche cosa che dispiaceva: una decisione già presa ma nascosta.

Dopo uno scambio di battute incerte, quegli ignoti invitarono Filippo ad andare con loro.

- Perché cosa? Dove? chiedeva Filippo con lo sguardo, più che altro, e quelli dicevano parole oscure, vaghe. La conversazione si svolse così per qualche tempo e poi, rivelandosi, i tristi formularono una proposta chiarissima andare a divertirsi con loro in un luogo appartato.

La natura del divertimento non fu subito specificata, ma Filippo sospettò che non fosse tanto pulita, benché egli, forse, non avesse un concetto di certi vizi turpi, dei quali si parla sempre con parole misteriose.

Il Santo, cresciuto in ambienti moralmente sani, chiari, conosceva le comuni forme di peccato, una non immaginava a quale abisso potesse arrivare la creatura umana per tante circostanze tuttavia s'accorse che non c'era da aspettarsi nulla di buono.

Il viso di quegli uomini ora si palesava come quello di sinistri figuri.

Sfacciati com'erano, tagliarono corto e proposero a chiare note un'orribile oscenità.

Filippo ebbe paura e avrebbe voluto fuggire, ma vedeva che era impossibile e che c'era d'aspettarsi violenze o maltrattamenti.

Dovette soffrire terribilmente in quegli attimi. S'attaccò allora all'unico partito possibile di salvezza: come per uno sforzo disperato, per una subita luce interna, dopo aver certamente pregato, pensiamo, come potrebbe pregare un moribondo, cominciò a reagire, parlando.

Non disse parole di diniego, di contrasto, di polemica, di disprezzo, e tanto meno, di minaccia, ma parole dolci, insinuanti, supplichevoli che invitavano ad ascoltare, a considerare.

Gli altri a quell'umile, amorevole iniziare si sentirono involontariamente presi, ebbero interesse ad udire e ascoltarono.

Le parole dalla bocca di Filippo uscivano sempre più dolci, premurose, continue, avvincenti, e gli altri sempre più attenti!

Fu, forse, la prima volta che il suo temperamento di conquistatore si manifestò improvviso e completo; quel temperamento che poi si perfezionò e, per tutta la vita, gli consenti di affascinare i cuori, concquistarli definitivamente.

Ora egli aveva l'iniziativa e non mollò più: seguitò a parlare con calore, con impegno, che non dava agli altri tempo di pensare.

Quanto tempo? Non sappiamo, ma alla fine quei cattivi lo ammirarono, consentirono, persuasi, a quello che il giovane diceva, compresero di essere stati cattivi, si vergognarono e sentirono il bisogno di essere buoni: si separarono da buoni amici.

L'episodio finì, ma gli scapestrati di poco tempo prima, passarono ad essere i discepoli di colui che doveva essere la loro vittima.

Essi si confusero, in seguito, in una moltitudine anonima, quella che poi seguirà Filippo, divenuto un capo, per le vie di Roma, a centinaia e centinaia di persone.

Una retata.

Un altro fatto, apparentemente impossibile, ma diverso di proporzioni e di circostanze interessanti, occorre conoscere qui.

Esso accadde molto tempo dopo, forse nel 1548, ma presenta il giovane stratega in tutto lo splendore della sua genialità.

Filippo non era ancora sacerdote, ma già operaio ben conosciuto del Regno di Dio e, insieme con un sacerdote anziano, Persiano Rosa, ed altri dodici o tredici uomini, di buona volontà avevano fondato un'opera pia, che poi si chiamò: «Confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti », si occuparono poi di tante altre opere generose, ma nel primo periodo avevano solo delle pratiche di pietà, in una chiesetta detta « S. Salvatore in Campo» nei pressi della ben nota Piazza Farnese.

Tra queste opere di pietà, fu eminente l'Adorazione delle Quarantore, introdotta, per primo, dal Santo in Roma. Filippo organizzava tutto ed era sempre presente di giorno e di notte, durante tutte le Quarantore: regolava anche i turni di adoratori.

Neppure qui il suo uhnore faceto restava indietro, ma trovava una via per sbottare fuori, in una maniera però geniale e non irriverente verso l'Eucaristia.

Egli si accostava, al momento opportuno, alle spalle degli adoratori di turno e diceva: « E' finita la vostra ora di adorazione, ma non è finito il tempo di far bene ».

Nella formula breve, c'è una esortazione ascetica, ma nel contenuto sottinteso, c'è una ricchezza di umorismo. La formula infatti conteneva questo pensiero: cari amici, non fate come tanti altri che in chiesa sono santi e fuori sono diavoli: che in chiesa borbottano preghiere e fuori dicono bestemmie: come certi adoratori che, finita l'adorazione dinanzi al SS. Sacramento, vanno ad adorare il vino nelle bettole.

Ciò che noi volevamo dire in questo capo e che diremo, non ha che fare col fatto riportato, ma esso torna opportuno per certi richiami che chiariscono la tattica del Santo.

Infatti, Filippo, in moltissime occasioni passando da un argomento ad un altro, introduceva subito un pensiero luminoso, che moralizzava la situazione.

Or proprio in occasione delle Quarantore, Filippo s'era improvvisato oratore sacro... proprio come un prete.

- Ma come? Predicava? Proprio come fanno i preti?

- Precisamente!

- Ma chi gli aveva dato la licenza?

- Se l'era presa per amore di Dio.

Molte volte dunque, quando Filippo predicava ai pochi associati, andavano anche altre persone estranee o isolate o in compagnia o addirittura a gruppo: questi gruppi erano specialmente di quei giovani oziosi, sfaccendati della Roma del tempo, i quali faticavano molto a cercare tutte le buone ragioni per non annoiarsi nell'ozio e, per questo motivo, andavano anche in chiesa.

- Sai, si dicevano l'un l'altro, andiamo a divertirci nella chiesa di S. Salvatore in Campo: c'è un vero teatro.

- Come un teatro? Di che si tratta? Chiedeva un novellino della compagnia.

- Come non ancora lo sai? C'è un giovane, un certo Filippo, che predica in chiesa!

- Come, con i pantaloni, con la giacca, dietro la balaustra?

- Precisamente: ti ho detto che è un teatro, perché si muove, fa gesti, qualche volta piange e gli altri stanno ad ascoltare come tanti allocchi.

Con questi sentimenti dunque, si aggiungevano autentici giovinastri.

Episodi di questo genere si verificarono varie volte, come dice lo storico, ma di uno principalmente egli fa memoria.

Una sera, una trentina di giovani, irruppero nella piecolla chiesa e presero un atteggiamento di scherno, con mezzi sorrisi, sguardi d'intelligenza e simili trovate.

Dopo pochi momenti però, man mano che le parole arrivavano alle loro orecchie, i giovani cominciavano a smettere le monellerie, poi si facevano attenti, poi s'interessavano: erano già caduti nella rete.

Dopo la funzione furono attorno a Filippo, fecero conoscenza, s'intesero.

Il predicatore in calzoni dette loro delle istruzioni, disse dell'espressioni affettuose, dette degli appuntamenti: il Santo legava così una fune invisibile ma tenace ai loro piedi.

I trenta naturalmente, nei contatti con Filippo, cambiarono ed entrarono a far parte della santa masnada... degli «spirituali » e della società dei matti.

Tre agguati a vuoto.

Un agguato a solo. Una sera piuttosto tardi, in via, con un amico, Filippo salutò il compagno e fece per avviarsi a casa.

- No, resta con are stasera, dice l'altro: ho una camera libera e ti accomoderai alla meglio: forse avremo anche qualche cosa da mettere in bocca.

- Beh! Vengo, rispose Filippo dopo una certa esitazione.

S'era fatto ancora più tardi, perché i due amici s'indugiarono a parlare del più e del meno e finalmente Filippo si ritirò nella camera assegnata.

Forse pregava, secondo il solito, prima di mettersi a letto, quando gli parve di sentire un passo lieve, un fruscio, un movimento cauto: tese l'orecchio...

Non passò molto tempo ed egli s'accorse che il movimento si era arrestato dinanzi alla sua porta e perciò volse il capo indietro: la porta si apriva piano piano, come se si movesse da se stessa...

Nel vano della porta apparve una giovane bellissima, col sorriso carico, che sanno fare le donne specialmente in certe situazioni.

Non ci furono parole: lo sguardo, l'atteggiamento della persona, tutto diceva nella donna: vengo a stare con te!...

No... no... no... via, via dovettero essere gli sguardi, gli atteggiamenti di Filippo.

L'atto di ribellione del giovane fu così energico che la disgraziata si ritirò.

Fu il tentativo di una poveretta in preda ad un impulso di lussuria? Fu un piano preparato in due? Riteniamo che la seconda ipotesi sia la più probabile ad ogni modo la cosa andò così.

Quattro o cinque contro uno. Un giorno fra tre o quattro amici di Filippo appartenenti a quei gruppi giovanili fra i quali egli svolgeva la sua azione santa, il discorso cadde sul giovane assente.

- Veramente Filippo, disse uno, è quasi un santo...

- Non ce n'è un altro in tutta Roma, rispose un secondo.

- Voi siete degli ingenui, disse un terzo: non è possibile che un bel giovane come lui, che poi ha i suoi anni, non abbia amato o non sia stato amato e non abbia fatto quello che fanno tutti i giovani.

Ne nacque una discussione animata: chi credeva e chi non credeva alla purezza straordinaria del compagno assente: si venne alla decisione di metterlo alla prova: secondo un disegno ben preparato, trovarono un pretesto e parlarono di un'opera di bene alla quale Filippo non poteva rinunciare e lo invitarono in casa.

Precedentemente essi s'erano accordati con due sciagurate ragazze, le quali, pertanto, erano state introdotte in casa a tempo opportuno.

Dalla narrazione del racconto, si ricava che la stanza dove il Santo restò solo aveva due porte.

Gli amici, quando uscirono con un pretesto, chiusero di fuori la porta, di modo che chi era dentro non poteva aprire da quella parte.

A questo momento, i due capi del laccio invisibile, gettato intorno al collo di Filippo, dovevano essere tirati e stringere.

Chiusa la prima porta dal di fuori, dall'altra porta si avanzarono due donne procaci, decise...

Avvolsero con i loro sguardi concupiscenti il mal capitato e lo fissarono: era un invito insistente, sollecitante, ed aspettarono la risposta dell'altro nel suo sguardo.

Trovarono invece negli occhi di lui, nel suo volto, in tutta la posa della sua persona, non solo resistenza, ma reazione, ostilità.

Perdettero l'iniziativa...

I particolari che il Gallonio riporta, fanno pensare ad una narrazione diretta e minuta del Santo.

Sia stato il timore di un castigo divino, sia stato per quel tanto di pudore che c'è sempre anche nelle anime pervertite, le due donne si ritirarono in un angolo della stanza e neppure osarono fissarlo più: parevano, ora, esse delle aggredite in difesa.

Cesarea.

La più famosa delle sue prove Filippo la provò, non già da laico, come le precedenti, ma da sacerdote, per via di una donnaccia chiamata Cesarea, nome questo datole o per la sua straordinaria bellezza o perché amica di certi signorotti.

Il Gallonio, infatti, lasciò scritto che essa « era donna di alcuni signori particolari », merce riservata a chi aveva più danaro.

Donne di tal genere, a quel tempo ermo chiamate « onorate meretrici o cortigiane oneste ».

La posizione sociale di nobili, principi, marchesi, conti, che la frequentavano per turno, dava alla disgraziata, dinanzi agli occhi del pubblico, una certa nobiltà...

Non è cosa nuova: anche oggi certe attrici, cantanti, ballerine, che passano da l'uno all'altro amante con o senza la finzione del matrimonio, per divorzi consecutivi, trovano una certa celebrità, con la complicità della stampa, ed hanno una certa fama.

La sola differenza tra le oneste meretrici di un tempo e quelle di oggi, è questa che le prime. passavano con più disinvoltura da un uomo all'altro e con più coraggio, mentre quelle di oggi vi passano magari con la tintarella del divorzio.

Al tempo di cui parliamo, nella vita di Filippo, tra l'onesta meretrice Cesarea... e il nobile signore che allora la frequentava, sarà caduto il discorso sul Santo, già divenuto popolare e l'uomo di cui tutti parlavano.

Le sue virtù e specialmente la sua castità erano ammirate: c'erano però quelli che non ci . credevano.

Tra Cesarea e il suo amico, un giorno si aprì una discussione: io ci credo: non ci credo... alla castità di quel prete.

Ad un certo momento... l'imperiale meretrice, già fiera di tante conquiste, avrà detto: se mi venisse a tiro, vedresti che capitombolo farebbe il tuo Santo.

- Non ci riusciresti, avrà risposto l'altro.

Tutto ciò si ricava dalle varie deposizioni: ci fu insomma una scommessa: lo farò cadere: non lo farai cadere.. Fissati i termini della scommessa si pensò al tranello. Ad un giorno convenuto, ad un'ora determinata, qualcuno si presentò a Filippo in casa sua e fece questa ambasciata, tutto compunto e fintamente addolorato.

- P. Filippo, in via Giulia, qui vicino, c'è una donna gravissimamente ammalata e vuole il sacerdote per confessarsi.

Tutto fa supporre che il nobile scapestrato fosse nascosto in casa.

Filippo andò.

La meretrice intanto andò a prepararsi, a fare la toletta e cioè a spogliarsi delle vesti che aveva e che già coprivano poco o niente.

Si mise sul corpo una specie di velo, che velava quasi niente.

Quando essa intese che il sacerdote saliva le scale, andò a piazzarsi a capo di esse come una statua...

Filippo alzò istintivamente gli occhi e vide quel masso di carname.

Tale essa dovette apparire ad un uomo come Filippo con la sua sensibilità umana e la sua spiritualità.

Ne senti naturalmente schifo e paura, si fece il segno della Croce, voltò le spalle, fuggì, infilò la porta a volo e fu nella via.

La disgraziata, confusa, svergognata, secondo lei pur nella sua svergognatezza, pensando, forse, in un baleno, alla scommessa perduta, alle beffe del nobile amico, afferrò con violenza uno sgabello che le venne a mano e lo lanciò contro il vittorioso fuggitivo.

Se l'avesse colpito, il meno che poteva accadere era di fracassargli la testa o rompergli parecchie costole.

Non pensava, la poveraccia, che v'è Dio.

Il riso, il gioco, nella persona di Filippo, uscivano vivi da questo fiero combattimento.

Immaginiamo che fosse successo a Filippo quello che accade purtroppo, a tanti giovani e cioè che egli si fosse buttato su quel carname per godere pochi istanti di ebbrezza bestiale.

Finito l'incanto dell'ebrezza : il rimorso e la vergogna. Il riso e il gioco, le due grandi manifestazioni della gioia, della felicità, non sarebbero stati più due fuochi accesi, ma due carboni spenti.

Da quel momento potevano venire tante cose: altre cadute e così via via fino ad una morte triste.

Poteva avvenire anche un ravvedimento, ma sarebbe restato nell'anima sempre una cicatrice deformante, un ricordo amaro!

Tutta la limpidezza di un tempo sarebbe finita: l'acqua si sarebbe intorbidata.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it