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Vita di Santa Margherita Alacoque





Vita di Santa Margherita Alacoque - Parte 24



81. Il reverendo padre la rassicura insegnandole a sti­mare i doni di Dio
Mi diede grandi consolazioni e mi assicurò che non c'era nulla da temere nel comportamento di questo spirito, tanto più che non mi allontanava dall'obbe­dienza. Mi disse pure che dovevo seguire i suoi moti abbandonandogli tutto il mio essere, per così sacri­ficarmi e immolarmi a suo piacimento. Ammirando la grande bontà del nostro Dio, che non aveva desi­stito dinanzi a tanta resistenza, m'insegnò a stimare i doni di Dio e a ricevere con rispetto e umiltà le frequenti comunicazioni e gli incontri con cui mi gratificava, per i quali avrei dovuto rendere conti­nuamente grazie di fronte a una bontà così grande. Gli feci intendere che quel Sovrano della mia anima mi stava sempre così vicino, in ogni tempo e luogo, che non riuscivo a pregare oralmente, sebbene mi facessi grandi violenze, e che restavo talvolta a boc­ca aperta senza poter pronunciare una sola parola, soprattutto quando si diceva il rosario. Lui allora mi disse che non dovevo farlo più e che mi sarei dovuta accontentare di quel che era obbligatorio, aggiun­gendovi il rosario allorché mi fosse stato possibile. Avendogli raccontato qualcosa delle carezze più par­ticolari e delle unioni d'amore che ricevevo dall'A­mato dell'anima mia, e che qui non descriverò, mi disse che era un buon motivo perché mi umiliassi e perché lui ammirasse la grande misericordia di Dio nei miei confronti. Quella bontà infinita non voleva che ricevessi alcu­na consolazione, senza che mi costasse molte umi­liazioni, e questo colloquio me ne attirò in gran nu­mero, ma anche il reverendo padre ebbe molto da soffrire a causa mia. Dicevano che volevo raggirarlo con le mie illusioni e ingannarlo come gli altri, ma non se ne addolorò e proseguì a prestarmi il suo soccorso per quel poco che rimase in questa città e anche in seguito. Cento volte mi sono stupita che non mi abbandonasse come gli altri, perché il modo in cui lo trattavo avrebbe respinto chiunque altro, sebbene lui non risparmiasse nulla che potesse umi­liarmi e mortificarmi, cosa che mi faceva molto pia­cere.

82. Il puro amore unisce questi tre cuori per sempre
Una volta che venne a dire la messa nella nostra chie­sa, Nostro Signore fece a lui e anche a me una gran­dissima grazia. Infatti, quando mi avvicinai per rice­verlo nella santa comunione, mi mostrò il suo sacro Cuore come un'ardente fornace e due altri cuori che vi si univano e vi affondavano. E mi disse: « E così che il mio puro amore unisce questi tre cuori per sempre». Dopodiché mi fece capire che questa unio­ne era tutta per la gloria del suo sacro Cuore, di cui voleva che rivelassi i tesori, in modo che il reverendo padre ne facesse conoscere e ne divulgasse il vantag­gio e l'utilità. Per questo Lui voleva che noi due fos­simo come fratello e sorella, dividendoci in misura eguale i beni spirituali. Quando gli mostrai la mia mi-seria in quel campo e la disparità che c'era tra un uo­mo di così grande virtù e una povera meschina pecca­trice quale io ero, mi disse: «Le ricchezze infinite del mio cuore suppliranno e uguaglieranno tutto. Dighie­lo semplicemente e senza timore». È quanto feci al nostro primo incontro e il modo umile e riconoscente con cui il reverendo padre accolse il messaggio, insie­me a molte altre cose che gli dissi da parte del mio sovrano Maestro e che lo riguardavano, mi toccò molto e mi recò più beneficio di tutte le prediche che avessi potuto ascoltare. Gli dissi pure che Nostro Si­gnore mi concedeva le sue grazie al solo scopo di es­serne glorificato in tutte le anime alle quali io le avrei distribuite, nel modo che Lui mi avrebbe fatto sapere di gradire, per parola o per iscritto. Non dovevo, quindi, preoccuparmi di quello che avrei detto o scritto, perché vi avrebbe diffuso l'unzione della sua grazia, così producendo l'effetto che pretendeva in quelli che avrebbero accolto bene il mio messaggio. Tuttavia, io soffrivo molto perché mi ripugnava scri­vere e consegnare certi fogli a persone da cui mi ve­nivano tante umiliazioni. Il reverendo padre mi or­dinò che, qualunque pena e umiliazione avessi da sof­frire, non dovevo mai desistere dal seguire i santi moti di quello spirito, riferendo semplicemente ciò che m'ispirava o, se avessi scritto, consegnando i fo­gli alla mia superiora, per farne ciò che lei avrebbe ordinato. E questo era quanto facevo.

83. Padre La Colombière le ordina di scrivere ciò che accade in lei
Il reverendo padre mi ordinò anche di scrivere ciò che accadeva in me, cosa per la quale sentivo una ri­pugnanza mortale. Ma, poiché scrivevo solo per ob­bedire, subito dopo bruciavo quanto avevo scritto, credendo di avere sufficientemente soddisfatto l'ob­bedienza. Ne soffrivo molto e mi fecero venire scru­poli e mi proibirono di continuare ad agire così.

84. Testamento redatto da madre Greyfìé. Nostro Si­gnore la ricambia con una donazione che lei scrive col suo sangue e firma sul suo cuore a lettere di sangue
Una volta, il mio sovrano Sacrificatore mi chiese di fare a suo favore un testamento scritto o una donazione integrale e senza riserve, come già gli avevo fatto a voce, di tutto ciò che avrei potuto fare e sof­frire e di tutte le preghiere e i beni spirituali che fossero stati fatti per me, sia durante la mia vita sia dopo la mia morte.28 Mi fece chiedere alla mia supe­riora se voleva intervenire in qualità di notaio per quell'atto, dicendomi che Lui l'avrebbe ben ricom­pensata e che, se lei avesse rifiutato, dovevo rivol­germi al suo servo, il reverendo padre La Colombiè­re. La mia superiora accettò di farlo e io lo presentai all'unico Amore dell'anima mia, che me ne testimo­niò un grande piacere e mi disse che ne avrebbe di­sposto secondo i suoi disegni, a favore di chi avesse scelto. Ma poiché il suo amore mi aveva spogliata di tutto e non voleva che possedessi altre ricchezze che quelle del suo sacro Cuore, me ne fece in quello stesso momento una donazione, ordinandomi di scriverla col mio sangue, sotto dettatura. Poi la fir­mai sul mio cuore con un temperino, incidendo il suo sacro nome di Gesù. Dopodiché mi disse che si sarebbe preso cura di ricompensare al centuplo tutto il bene che mi venisse fatto, come se fosse stato fat­to a Lui, perché io non avevo più nulla da pretende­re. Come ricompensa a chi aveva redatto il testa­mento in suo favore, voleva dare la stessa che aveva dato a santa Chiara da Montefalco, e che per que­sto avrebbe aggiunto alle azioni della mia superiora i meriti infiniti delle sue. Inoltre, con l'amore del suo sacro Cuore le avrebbe fatto meritare la stessa coro­na. Questo mi diede una grande consolazione, per­ché l'amavo molto dal momento che nutriva abbon­dantemente la mia anima col pane delizioso della mortificazione e dell'umiliazione, così gradito al mio sovrano Maestro, avrei voluto che tutti potessero procurarsene. Il mio Dio mi faceva anche questa grazia di non farmi mai mancare quel cibo e la mia vita trascorreva sempre in mezzo alle sofferenze del corpo, sia per le mie continue infermità sia per altri motivi. Il mio spirito soffriva di derelizioni e scora­menti e perché vedeva offendere Dio, il quale con la sua bontà mi sosteneva sempre, sia fra le persecuzio­ni, i contrasti e le umiliazioni che mi venivano dagli uomini, sia fra le tentazioni del demonio, che mi ha molto tormentata e perseguitata. Ma non sono da sottovalutare neppure le lotte con me stessa, perché sono stata il più crudele nemico da combattere e il più difficile da vincere.