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Vita di Santa Margherita Alacoque





Vita di Santa Margherita Alacoque - Parte 9



29. L'immagine sofferente
D'altra parte, il mio divino Maestro insisteva mol­tissimo perché abbandonassi tutto e lo seguissi, e non mi dava tregua. M'infondeva un gran desiderio di conformarmi alla sua vita sofferente, a tal punto che le mie attuali sofferenze mi parevano nulla, co­sa che mi faceva raddoppiare le penitenze. Qualche volta, gettandomi ai piedi del crocifisso, gli dicevo: «Mio caro Salvatore, come sarei felice se imprime­ste in me la vostra immagine sofferente!». E Lui mi rispondeva: «E ciò che voglio, purché tu non mi opponga resistenza e vi contribuisca ». Per donargli qualche goccia del mio sangue, mi legavo le dita e vi piantavo degli aghi; in quaresima ogni giorno usavo la disciplina il più possibile per onorare i colpi di frusta della sua flagellazione. Ma per quanto a lungo mi battessi con la disciplina, non avevo abba­stanza sangue da offrire al mio buon Maestro in cambio di quello che Lui aveva versato per mio amore. Poiché era sulla schiena che mi battevo, ci mettevo sempre un po' di tempo. Nei tre giorni di Carnevale avrei voluto farmi a pezzi, per riparare agli oltraggi che i peccatori facevano alla sua divina Maestà. Digiunavo più che potevo, vivendo di pane e acqua, e davo ai poveri quello che ricevevo per nutrirmi.

30. Ardore per la santa Comunione
La mia maggiore gioia nell'allontanarmi dal mondo era pensare che avrei potuto comunicarmi spesso, mentre allora potevo farlo raramente, e mi sarei ri­tenuta la creatura più felice se solo avessi potuto farlo spesso e passare notti intere, da sola, davanti al santo Sacramento. Li mi sentivo così sicura che, pur essendo estremamente paurosa, me ne scordavo non appena mettevo piede nel luogo delle mie deli­zie più dolci. E la vigilia della comunione, per la grandezza del gesto che stavo per compiere, cadevo in un silenzio talmente profondo che non riuscivo a parlare se non facendomi violenza. E dopo che mi ero comunicata, non avrei voluto bere, mangiare, vedere né parlare, tanto erano grandi la pace e la consolazione che sentivo. Finché mi era possibile mi nascondevo, per apprendere ad amare il mio sovra­no Bene, che m'invitava a ricambiare il suo amore. Credevo che non avrei potuto amarlo, qualunque cosa facessi, se prima non avessi imparato l'orazio­ne. Tutto quanto sapevo era lui ad avermelo inse­gnato e consisteva nell'abbandonarmi a tutte le sue sante emozioni quando potevo rinchiudermi con Lui in qualche luogo discosto. Ma mi lasciavano assai poco tempo libero, perché dovevo lavorare tutto il giorno con i domestici e, la sera, si scopriva che non avevo fatto nulla che potesse contentare le persone presso cui mi trovavo. Mi urlavano contro in tal modo che non avevo coraggio di mangiare, e mi riti­ravo dove potevo godermi qualche attimo di pace, di cui avevo un gran desiderio. Mi lamentavo di continuo col mio divino Maestro, perché temevo di non poterlo compiacere in tutto ciò che facevo, tanto più che c'era una buona dose di volontà che trasformava in scelte le mie mortifi­cazioni, mentre consideravo di valore solo quanto veniva fatto per obbedienza. «Ahimè, mio Signo­re», gli dicevo, «datemi qualcuno che mi conduca a Voi». «Non ti basto io?» mi rispose. «Cosa temi? Un figlio amato quanto io amo te, potrebbe mai pe­rire tra le braccia di un Padre onnipotente?».

31. Confessione a un francescano durante il giubileo
Non sapevo cosa voleva dire aver una guida; tutta­via, avevo un gran desiderio di obbedire e la sua bontà permise che, durante un giubileo,7 venisse a casa un francescano, che vi rimase a dormire, così permettendoci di fare le nostre confessioni generali. Era da più di quindici giorni che scrivevo la mia, perché, nonostante mi confessassi non appena ne avevo l'occasione, mi pareva sempre troppo poco, a causa dei miei gravi peccati che mi producevano un dolore così grande, che non solo ne versavo molte lacrime, ma avrei pure voluto con tutto il mio cuo­re, nell'eccesso del dolore, rivelarli a tutti. I miei più grandi gemiti derivavano dal fatto che ero così cieca, da non riuscire a riconoscerli né a raccontarli tanto erano enormi. Per questo scrissi tutto ciò che riuscii a trovare nei libri che trattano della confes­sione, e mi accadde di scrivere cose che avevo addi­rittura orrore di pronunciare. Ma mi dicevo: « Forse l'ho commesso e lo ignoro o non me ne ricordo, ma è giusto che provi la vergogna di dirlo per soddisfa­re la giustizia divina». E pur vero che, se avessi commesso la maggior parte delle cose di cui mi accu­savo, sarei stata inconsolabile e lo sarei stata a mag­gior ragione per queste confessioni, se il mio divino Maestro non mi avesse assicurato che avrebbe per­donato tutto a una volontà priva di malizia. Feci dunque questa confessione e il padre mi fece saltare molti fogli senza consentirmi di leggerli. Lo pregai di lasciar soddisfare la mia coscienza, perché ero una peccatrice più grande di quanto lui pensasse. Questa confessione mi lasciò una grande pace. Gli raccontai qualcosa del modo in cui vivevo e lui mi diede molti buoni consigli. Non osavo, però, dirgli tutto, perché credevo fosse una grande vanità, cosa che temevo molto essendovi assai portato il mio carattere. Pensavo che facevo ogni cosa per quell'u­nico motivo, non sapendo affatto discernere il sentimento dall 'acquiescenza. Questo mi faceva soffrire molto, perché temevo il peccato in quanto allontanava Dio dalla mia anima. Jl buon francesca­no mi promise certi strumenti di penitenza e gli raccontai che mio fratello mi costringeva a rimanere nel mondo, anche se da quattro o cinque anni desi­deravo farmi monaca. Lui ebbe gran scrupolo di accertarsene e mi domandò se avessi sempre avuto quel progetto e, avendogli io detto che sarei morta piuttosto che cambiare, mi promise di far si che venissi soddisfatta.