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Storia di un'anima - Santa Teresa di Lisieux





IL COMANDAMENTO NUOVO DI GESÙ (1897) - Parte 2

321 - Tuttavia, mi viene qualche volta un desiderio gran­de di ascoltare qualcosa che non sia lode. Lei sa, Madre cara, che preferisco l'aceto allo zucchero; l'anima mia si stanca di un nutrimento troppo indolcito, e Gesù permette allora che le venga servita una insalatina ben agra, ben piccante, non ci manca nulla fuorché l'olio, e ciò le dà un sapore di più... Que­sta ottima insalatina mi viene servita dalle novizie quando meno me l'aspetto. Il Signore solleva il velo che nasconde le mie imperfezioni, allora le mie piccole care consorelle, veden­domi quale sono, non mi trovano più affatto di loro gusto. Con una semplicità che mi rapisce, mi dicono tutti i conflitti intimi che io provoco in esse, e quello che ad esse dispiace in me; insomma, non si peritano più che se si trattasse di una terza persona, sapendo che mi fanno un piacerone agendo così. Ah, realmente, è più che un piacere, è un banchetto delizioso che colma di gioia l'anima mia. Non posso nemmeno spiegarmi in qual modo una cosa che dispiace tanto alla natura possa diven­tar causa di una felicità così grande; se non l'avessi provato, non lo crederei. Un giorno avevo un desiderio particolare di essere umiliata, e una novizia si assunse il compito di soddi­sfarmi tanto bene che pensai subito a Semei nel momento in cui malediceva David, e riflettei: «Sì, è proprio il Signore che le ordina di dirmi tutte queste cose». E l'anima mia assaporava squisitamente il cibo amaro che le veniva servito con tanta abbondanza. È così che Dio degna prendersi cura di me. Non può darmi sempre il pane fortificato della umiliazione esterna, ma di quando in quando mi permette di «nutrirmi con le briciole che cadono dalla tavola dei figli». Com'è grande la sua mise­ricordia, potrò cantarla soltanto in Cielo!

322 - Madre amata, poiché con lei cerco di cominciare a cantarla fin dalla terra, questa misericordia infinita, debbo anco­ra dirle un gran vantaggio spirituale che ho tratto dalla missione affidatami da lei. Un tempo, quando una consorella faceva qual­che cosa che mi dispiaceva, o mi sembrava irregolare, mi dicevo: se potessi manifestarle ciò che penso, mostrarle che ha torto, quanto bene ciò mi farebbe! Da quando ho praticato un po' il mestiere le assicuro, Madre mia, che ho cambiato affatto di sen­timento. Quando mi accade di vedere una consorella commette­re una azione che mi sembra imperfetta, ho un respiro di sollie­vo e dico: che felicità! non è una novizia, non sono obbligata a riprenderla. E poi subito cerco di scusarla e di attribuirle le buone intenzioni che certamente ella ha. Da quando sono mala­ta, Madre, le premure che lei mi prodiga mi hanno ancora istrui­ta molto riguardo alla carità. Nessun farmaco le sembra troppo costoso, e se uno non riesce efficace, lei, senza stancarsi, ne pro­va un altro. Quando andavo alla ricreazione, quante attenzioni mi usava perché fossi in un posto buono, protetta dalle correnti d'aria! Insomma, se volessi dir tutto, non finirei più! Pensando a tutto ciò, mi sono detta che dovrei avere per le debolezze spirituali delle mie sorelle la compassione che lei ha per me, Madre cara, curandomi con tanto amore.

323 - Ho notato (ed è perfettamente naturale) che le con­sorelle più sante sono le più amate, ricerchiamo la loro conver­sazione, facciamo loro piaceri non richiesti; insomma, queste anime capaci di sopportare mancanze di riguardo e di delica­tezza si vedono circondate dall'affetto di tutte. Si può applica­re a loro una parola di san Giovanni della Croce, nostro Padre: «Tutti i beni mi sono stati dati quando non li ho cercati per amor proprio» Invece, le anime imperfette non sono cercate affatto; sen­za dubbio nei loro riguardi ci si limita alla cortesia religiosa, ma, forse per il timore di dir loro parole poco gentili, evitiamo la loro compagnia. Dicendo le anime imperfette, non voglio parlare soltanto delle imperfezioni spirituali, perché le più san­te saranno perfette solo in Cielo; voglio alludere alla mancanza di giudizio o di educazione, alla insofferenza che hanno certi caratteri, tutte cose che non rendono la vita troppo piacevole. So bene che queste infermità morali sono croniche, non c'è speranza di guarigione, ma so altresì che lei, Madre, non cesse­rebbe di curarmi e portarmi sollievo se anche restassi ammala­ta per tutta la vita. Ecco la conclusione che ne traggo: debbo ricercare in ricreazione, in «licenza», la compagnia delle sorel­le che mi sono meno gradevoli, fare presso queste anime ferite l'ufficio del buon Samaritano. Una parola, un sorriso amabile bastano spesso perché un'anima triste si espanda.

324 - Ma assolutamente non per raggiungere questo sco­po voglio praticare la carità, tanto più che ben presto mi sco­raggerei: una parola che potessi aver detto con la migliore intenzione, verrebbe forse interpretata tutta di traverso. Così, per non perdere tempo, voglio essere amabile con tutte (e in modo particolare con le sorelle meno amabili) per rallegrare Gesù e rispondere al consiglio che egli dà nel Vangelo su per giù in questi termini: «Quando fate un festino, non invitate soltanto i vostri parenti ed amici, per timore che essi vi invitino a loro volta, e così abbiate ricevuto la vostra ricompensa; ma invitate i poveri, gli zoppi, i paralitici, e sarete felici che essi non possano ricambiarvi, perché il Padre vostro che vede nel segreto ve ne compenserà». Quale festa potrebbe offrire una carmelitana alle sue sorel­le se non un'agape spirituale composta di carità amabile e gioio­sa? Per me, non ne conosco altra, e voglio imitare san Paolo il quale si rallegrava con coloro che trovava nella gioia; è vero altresì che piangeva con gli afflitti, e le lacrime debbono esserci qualche volta nel festino che io voglio imbandire, ma sempre cercherò che alla fine quelle lacrime si mutino in gioia, poiché il Signore ama coloro che danno con gioia.

325 - Ricordo un atto di carità che il Signore m'ispirò quand'ero ancora novizia, fu poca cosa, tuttavia il Padre nostro, il quale vede nel segreto e guarda più alla intenzione che alla grandezza dell'atto, me ne ha gia' compensata, senza attendere l'altra vita. Fu al tempo in cui suor San Pietro andava ancora nel coro e in refettorio. All'orazione della sera stava di faccia a me: alle 6 meno 10 bisognava che una religiosa si movesse per condurla in refettorio, perché le infermiere allora avevano troppe malate per venire a prenderla. Mi costava molto offrir­mi per questo piccolo servizio, perché sapevo che non era faci­le contentare questa buona suor San Pietro, la quale soffriva tanto che non gradiva cambiamenti di accompagnatrice. Eppu­re non volevo perdere un'occasione tanto bella per esercitare la carità, ricordandomi che Gesù ha detto: «Quello che farete al più piccolo dei miei l'avrete fatto a me». Mi offrii perciò umilmente per condurla, e ci volle del bello e del buono per fare accettare i miei servizi! Finalmente mi misi all'opera, e con tanta buona volontà che riuscii perfettamente. Ogni sera, quando vedevo suor San Pietro scuotere la sua clessidra, sapevo che quel gesto voleva dire: Partiamo! E incre­dibile come mi costava scomodarmi, specie all'inizio, tuttavia lo facevo immediatamente, e poi cominciava tutta una cerimonia. Bisognava smuovere e portare il panchetto in un certo qual modo, soprattutto senza fretta; dopo aveva luogo la passeggia­ta. Si trattava di seguire la povera inferma sostenendola alla cin­tola; lo facevo con quanta più dolcezza mi era possibile, ma se, per disgrazia, ella moveva un passo falso, le pareva subito che io la reggessi male e che stesse per cadere. «Ah, Dio mio! lei va troppo svelta, mi fracasserò». Se tentavo di andare ancor più lentamente: «Ma faccia attenzione, mi segua! Non la sento più la sua mano, m'ha lasciata andare, casco; ah, lo dicevo io che lei è troppo giovane!». Finalmente arrivavamo senza incidenti al refettorio; là sopravvenivano altre difficoltà, si trattava di far sedere suor San Pietro, e di agire destramente per non ferirla, bisognava tirarle su le maniche (anche questo, in un certo modo), e dopo ero libera, potevo andare. Con le sue povere mani storpiate sistemava il pane nella ciotola, come poteva. Me ne accorsi, e ogni sera, prima di lasciarla, le facevo anche que­sto piccolo servizio. Siccome lei non me l'aveva chiesto, fu mol­to commossa per la mia premura, e con questo mezzo che io non avevo cercato, guadagnai del tutto le sue buone grazie e soprattutto (l'ho saputo più tardi) perché, dopo averle tagliato il pane, le facevo il mio più bel sorriso prima di andar via.

326 - Madre cara, forse lei si meraviglierà che io le scriva questo piccolo atto di carità passato ormai da tanto tempo. L'ho raccontato perché sento che debbo cantare, a causa di esso, le misericordie del Signore. Ha degnato lasciarmene il ricordo con un profumo che m'induce a praticare la carità. Rammento qualche volta alcuni particolari che sono, per l'ani­ma mia, una brezza di primavera. Eccone uno che mi si pre­senta alla memoria: una sera d'inverno stavo assolvendo, come al solito, il mio piccolo compito, faceva freddo, era buio... A un tratto intesi in lontananza il suono armonioso di uno stru­mento musicale, e mi raffigurai un salone brillante di luci e di ori, vidi delle fanciulle eleganti le quali si trattavano graziosamente a vicenda con piglio di mondo; poi lo sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo, invece di una musica udivo ogni tanto i suoi gemiti, invece degli ori vedevo i mattoni del nostro chiostro austero, rischiarato appena da una pallida luce. Non posso esprimere ciò che avvenne nell'anima mia: il Signo­re la illuminò con i raggi della verità i quali superarono tal­mente lo sfolgorio tenebroso delle feste della terra, che non finivo di credere alla mia felicità. Ah, per goder mille anni di feste mondane, non avrei dato i dieci minuti del mio umile ufficio di carità. Se già nella sofferenza, in mezzo alla lotta, si può vivere un attimo di felicità che supera tutte le gioie della terra, pen­sando che il buon Dio ci ha sottratti al mondo, che sarà nel Cielo quando vedremo in letizia e riposo eterni la grazia incomparabile che il Signore ci ha fatta scegliendoci per «abi­tare nella sua casa», vero vestibolo del Cielo?

327 - Non sempre con trasporti di allegrezza ho praticato la carità, ma al principio della mia vita religiosa Gesù mi volle far sentire quanto è dolce vederlo nell'anima delle sue spose; così quando conducevo suor San Pietro, lo facevo con tanto amore che mi sarebbe stato impossibile far meglio se avessi dovuto condurre Gesù stesso. La pratica della carità non mi è sempre stata così dolce, lo dicevo ora, Madre cara; per darne una prova, le racconterò certi piccoli combattimenti che certa­mente la faranno sorridere. Per lungo tempo, all'orazione della sera, mi trovavo davanti a una consorella la quale aveva una buffa mania, e penso... molti lumi, perché raramente si serviva di un libro. Ecco in qual modo me ne accorgevo: appena la consorella era arrivata, si metteva a fare uno strano rumore che somigliava a quello di due conchiglie fregate una contro l'altra. Me ne accorgevo io sola, perché ho l'orecchio finissimo (un po' troppo, qualche volta). Impossibile dire, Madre mia, fino a che punto quel rumorino mi stancava: avevo gran voglia di voltar la testa e guardar la colpevole, la quale, sicuramente, non si accorgeva del suo tic, sarebbe stato l'unico modo per richiamarla alla realtà; ma in fondo al cuore sentivo che era meglio sopportar la cosa per amor di Dio e per non far dispia­cere alla consorella. Me ne stavo perciò buona buona, cercavo di unirmi al buon Dio, dimenticare il rumonno... tutto inutile, sentivo il sudore che m'inondava, ed ero costretta a fare sol­tanto un'orazione di sofferenza, ma, pur soffrendo, cercavo il modo di farlo senza irritazione, bensì in pace e gioia, almeno nel profondo dell'anima. Allora mi sforzavo d'amare il rumorino tanto sgradevole; non cercavo più di non udirlo (cosa impossibile), ma facevo attenzione ad ascoltarlo bene come se fosse stato un concerto fascinoso, e tutta l'orazione mia (che non era certo quella di quiete) trascorreva nell'offerta di quel concertino a Gesù.

328 - Un'altra volta ero alla lavanderia, davanti a una consorella la quale mi lanciava schizzi d'acqua sporca sul viso ogni volta che sollevava i fazzoletti sul lavatoio; il mio primo moto fu di fare un passo indietro, e asciugarmi la faccia: così la consorella che mi aspergeva avrebbe capito quanto mi avrebbe giovato se fosse stata un po' più calma e attenta, ma pensai subito come sarei stata sciocca a rifiutar diamanti e gemme che mi venivano offerti così generosamente, e mi guardai bene dal far trasparire il mio conflitto. Feci tutti i miei sforzi per deside­rare di ricevere tant'acqua sporca, in modo che da ultimo ave­vo preso gusto davvero a quel nuovo genere di aspersione, e promisi a me stessa di tornare un'altra volta a un posticino così felice, ove si ricevevano tanti tesori. Madre cara, lei vede che sono una piccolissima anima e non posso offrire al buon Dio che piccolissime cose. Ancora mi succede spesso di lasciarmi sfuggire quei sacrifici minuti che danno tanta pace all'anima; non me ne scoraggio, sopporto di avere un po' meno pace, e cerco di essere più vigilante un'altra volta.

329 - Il Signore è così buono con me che mi è impossibi­le aver paura di lui, mi ha dato sempre quello che ho desidera­to, o piuttosto mi ha fatto desiderare quello che mi voleva dare. Così, poco tempo prima che la prova contro la fede cominciasse, mi dicevo: veramente non ho grandi prove este­riori, e perché ne avessi di interiori bisognerebbe che il buon Dio cambiasse la mia via; non credo che lo faccia, eppure non posso vivere sempre così nel riposo... quale mezzo dunque tro­verà Gesù per mettermi alla prova? La risposta non si fece attendere e mi mostrò come colui che amo non è a corto di mezzi: senza cambiar la mia strada, mi mandò la prova che doveva mescolare una salutare amarezza a tutte le mie gioie. Ma non soltanto quando vuole provarmi, Gesù me lo fa pre­sentire e desiderare. Da grandissimo tempo avevo il desiderio, che mi pareva completamente inattuabile, di avere un fratello sacerdote; pensavo spesso che se i fratellini miei non fossero volati al Cielo, avrei avuto la felicità di vederli salire all'altare; ma poiché il buon Dio li ha scelti per farne degli angiolini, non potevo più sperare di vedere il mio sogno tradotto nella realtà. Ed ecco, Gesù non solamente mi ha fatto la grazia che deside­ravo, bensì mi ha unita con i legami dell'anima a due apostoli suoi, i quali sono divenuti fratelli miei... Voglio, Madre cara, raccontarle nei particolari in qual modo Gesù soddisfece il mio desiderio e anche lo superò, perché io non desideravo che un fratello prete il quale tutti i giorni pensasse a me sul santo altare.

330 - Fu la nostra santa Madre Teresa a mandarmi come dono profumato di festa nel 1895 il mio primo fratello. Ero alla lavanderia, molto occupata nel mio lavoro, quando Madre Agnese di Gesù, prendendomi in disparte, mi lesse una lettera che aveva ricevuto allora. Un giovane seminarista, ispirato, dice­va lui, da santa Teresa, chiedeva una sorella la quale si dedicas­se in modo particolare alla salvezza dell'anima sua e l'aiutasse con preghiere e sacrifici quando fosse missionario, affinché egli potesse essere strumento di salvezza per molte anime. Pro­metteva un ricordo costante, quando avesse potuto offrire il santo sacrificio, per colei che divenisse sua sorella. Madre Agnese di Gesù mi disse che voleva me come sorella del futuro missionario. Madre mia, dirle la mia felicità sarebbe cosa impossibile. Il mio desiderio soddisfatto in modo insperato mi fece nascere nel cuore una gioia che chiamerò infantile, perché debbo risa­lire ai giorni della mia infanzia per trovare il ricordo di quelle gioie tanto vive che l'anima è troppo piccola per contenerie; da anni non avevo gustato un tal genere di felicità. Sentivo che sotto questo aspetto l'anima mia era nuova, come se fossero state toccate per la prima volta delle corde musicali dimentica­te fino allora.

331 - Capivo gli obblighi che m'imponevo, perciò mi misi all'opera cercando di raddoppiare di fervore. Bisogna ricono­scere che, da principio, non ebbi consolazioni per incitare il mio zelo; dopo aver scritto una gradevole lettera piena di affet­to, di sentimenti nobili, per ringraziare madre Agnese di Gesù, il mio giovane fratello non dette più segno di vita fino al luglio seguente, mandò soltanto il suo biglietto da visita nel novem­bre per dire che entrava in caserma. A lei, Madre cara, il Signore aveva riservato di compiere l'opera cominciata. Senza dubbio si possono aiutare i missionari con la preghiera e col sacrificio, pure talvolta, quando piace a Gesù di unire due anime per la sua gloria, permette che di quando in quando possano comunicarsi i loro pensieri, ed incitarsi a vicenda ad amare Dio maggiormente; ma per questo è necessaria una volontà espressa dell'autorità, perché mi pare che altrimenti questa corrispondenza farebbe più male che bene, se non al missionario, almeno alla carmelitana continuamente indotta dal suo genere di vita a ripiegarsi su se medesima. Allora, invece di unirla al buon Dio, questa corrispondenza (sia pure a distanza) che ella avrebbe ricercata, le occuperebbe lo spirito; immagi­nando monti e mari, non farebbe altro che procurarsi, sotto pretesto di zelo, una distrazione inutile. Per me, in questa come in tutte le altre cose, sento necessario, affinché le mie lettere facciano bene, che siano scritte per obbedienza, e io provi piuttosto ripugnanza che piacere scrivendole. Così quando parlo con una novizia cerco di farlo mortificandomi, evito di rivolgerle domande che soddisferebbero la mia curiosità; se essa comincia un discorso interessante e poi passa a un altro che mi annoia, senz'aver finito il primo, mi guardo bene dal ricordarle l'argomento che ha lasciato a mezzo, perché mi pare che non possiamo far punto bene quando ricerchiamo noi stessi.

332 - Madre diletta, m'accorgo che non mi correggerò mai: eccomi ancora una volta arrivata ben lontana dal mio argomento, con tutte le mie dissertazioni; mi scusi, la prego, e permetta che ricominci alla prossima occasione poiché non posso fare altrimenti! Lei agisce come il Signore, il quale non si stanca di ascoltare quando gli dico con tutta semplicità le mie pene e le mie gioie quasi che lui non le sappia già. Anche lei, Madre, conosce da gran tempo ciò che penso e tutti gli avvenimenti un po' degni di memoria della mia vita; non potrei dunque informarla di cose nuove. Non posso fare a meno di ridere pensando che le scrivo scrupolosamente tante cose che lei sa bene quanto me. In sostanza, Madre cara, io le obbedi­sco, e se ora non trova interesse nella lettura di queste pagine, forse la distrarranno nei suoi vecchi giorni e le serviranno in seguito per accendere il fuoco, così non avrò perduto il mio tempo... Ma mi piace di parlare come una bambina; non cre­da, Madre, che io ricerchi quale utilità possa avere il mio pove­ro lavoro; poiché lo faccio per obbedienza, mi basta di per sé, e non mi affliggerei affatto se lei lo bruciasse davanti ai miei occhi prima di averlo letto.

333 - È tempo che io riprenda la storia dei miei fratelli, i quali occupano ora un posto così grande nella mia vita. L'anno scorso alla fine di maggio, mi ricordo che ella un giorno mi fece chiamare prima del refettorio. Il cuore mi batteva forte quando entrai da lei; mi domandavo che cosa potesse aver da dirmi, perché era la prima volta che mi faceva chiamare così. Dopo avermi detto di sedere, ecco ciò che mi propose: «Vuole occuparsi degli interessi spirituali di un missionario, il quale deve essere ordinato sacerdote, e partire prossimamente?». E poi, Madre, mi lesse la lettera di quel giovane Padre, affin­ché io sapessi esattamente ciò che egli chiedeva. Il mio primo sentimento fu di gioia, che cedette subito al timore. Le spiegai che, avendo già offerto i miei meriti per un futuro apostolo, credevo di non poterlo fare anche secondo le intenzioni di un altro e che, del resto, vi erano molte religiose migliori di me le quali avrebbero potuto rispondere al suo desiderio. Tutte le mie obiezioni furono inutili, lei mi rispose che si possono ave­re vari fratelli. Allora le domandai se l'obbedienza non poteva raddoppiare i meriti. Lei mi rispose di sì, dicendomi varie cose che mi mostravano come io potessi accettare senza scrupoli un altro fratello. In fondo, Madre mia, io la pensavo come lei, e poiché «lo zelo di una carmelitana deve abbracciare il mon­do», io penso di potere essere utile a più di due missionari, e non potrei dimenticare di pregare per tutti, senza tralasciare i semplici sacerdoti la cui missione talvolta è difficile quanto quella degli apostoli i quali predicano agli infedeli. Insomma, voglio esser figlia della Chiesa com'era la nostra Madre santa Teresa e pregare secondo le intenzioni del Santo Padre, sapen­do che queste intenzioni abbracciano l'universo. Tale è lo sco­po generale della mia vita, ma questo non mi avrebbe impedi­to di pregare e di unirmi in modo particolare alle opere dei miei piccoli cari angeli, se fossero stati sacerdoti. Ed ecco in qual modo mi sono unita spiritualmente agli apostoli che Gesù mi ha dato come fratelli: tutto quello che mi appartiene, appartiene a ciascuno di loro, sento bene che il Signore è troppo buono per far le parti, è così ricco che dà, senza misura, tutto quello che gli chiedo... Ma non creda, Madre mia, che mi perda in lunghe enumerazioni.

334 - Da quando ho due fratelli e le mie sorelline novizie, se volessi chiedere in particolare per ciascun'anima ciò di cui ha bisogno, temerei molto di dimenticare qualcosa d'impor­tante. Alle anime semplici non occorrono mezzi complicati. Poiché io sono tra quelle, un mattino, durante il ringraziamen­to, Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione. Mi ha fatto capire questa parola dei Cantici: «Attirami! noi correremo all'odore dei tuoi profumi» Gesù, dun­que non è nemmeno necessario dire: «Attirando me, attira le anime che amo!». Questa semplice parola: «Attirami!», basta. Signore, lo capisco, quando un'anima si è lasciata captare dall'odore inebriante dei tuoi profumi, non saprebbe correre da sola, tutte le anime che ama sono trascinate a seguirla; ciò avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso te. A somiglianza di un tor­rente che si getta impetuoso nell'oceano, e travolge dietro di sé tutto ciò che ha trovato sul suo passaggio, così, Gesù mio, l'anima che si sprofonda nell'oceano del tuo amore, attira con sé tutti i tesori che possiede...

335 - Signore, lo sai: non ho altri tesori se non le anime che a te è piaciuto unire alla mia; questi tesori me li hai affidati tu. Oso perciò far mie le parole che tu rivolgesti al Padre cele­ste nell'ultima sera che ti vide ancora sulla terra, viaggiatore e mortale. Gesù, mio amato, non so quando finirà il mio esilio... Per più di una sera ancora canterò in terra straniera le tue misericordie, ma verrà finalmente anche per me la sera ultima; allora vorrei poterti dire, o Dio mio: «Ti ho glorificato sulla terra; ho compiuto l'opera che mi hai dato da fare; ho fatto conoscere il tuo nome a coloro che mi hai dato: erano tuoi, e me li hai dati. Ora conosco che tutto ciò che mi hai dato viene da te; perché ho comunicato loro le parole che mi hai comuni­cate, le hanno ricevute ed hanno creduto che mi hai mandato tu. Prego per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Io non sono più nel mondo; essi vi sono, ed io ritorno a te. Padre San­to, conserva a causa del tuo nome quelli che mi hai dato. Ven­go ora a te, ed affinché la gioia che viene da te sia perfetta in essi, dico questo finché sono ancora nel mondo. Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di conservarli dal male. Essi non sono del mondo, come anch'io non sono del mondo. Non pre­go solamente per essi, bensì anche per quelli che crederanno in te attraverso quanto udranno da loro. Padre mio, desidero che dove io sarò, quelli che tu mi hai dato siano con me, e che il mondo conosca che tu li hai amati come hai amato me».

336 - Sì, Signore, questo vorrei ripetere dopo di te, prima di volarmene tra le tue braccia. E forse temerità? Ma no, da lungo tempo mi hai permesso di essere audace con te. Come il padre del figliuol prodigo al suo maggiore, tu hai detto a me: «Tutto ciò che è mio, è tuo». Le tue parole, Gesù, sono dun­que mie, ed io posso servirmene per attirare sulle anime unite con me i favori del Padre celeste. Ma, Signore, quando dico che dove sarò io desidero che ci siano anche coloro che tu mi hai dato, non pretendo che essi non possano arrivare ad una gloria ben più alta di quella che ti piacerà dare a me, voglio chiederti semplicemente che un giorno ci troviamo tutti riuniti nel tuo bel Cielo. Lo sai, mio Dio, non ho desiderato mai se non di amarti, non ambisco ad altra gloria. Il tuo amore mi ha prevenuta fin dall'infanzia, è cresciuto con me, ed ora è un abisso del quale non posso scandagliare la profondità. L'amore attira l'amore, così, Gesù mio, il mio si slancia verso di te, vorrebbe colmare l'abisso che l'attira, ma ahimè! è meno che una goccia di rugia­da perduta nell'oceano! Per amarti come tu mi ami, mi è necessario far mio il tuo stesso amore, soltanto allora trovo il riposo. O Gesù, è forse una illusione, ma mi sembra che tu non possa colmare un'anima con più amore di quanto hai dato alla mia; per questo oso chiederti di «amare coloro che mi hai dato come hai amato me stessa». Un giorno, in Cielo, se io scoprirò che tu li ami più di me, me ne rallegrerò riconoscen­do fin da ora che quelle anime meritano l'amor tuo ben più della mia; ma quaggiù non posso concepire un'immensità di amore più grande di quello che ti è piaciuto prodigarmi gratui­tamente, senza mio merito alcuno.

337 - Madre mia cara, torno a lei finalmente; sono tutta stupita di ciò che ho scritto, perché non ne avevo l'intenzione, ma poiché è scritto, bisogna che rimanga. Tuttavia, prima di riprendere la storia dei miei fratelli, voglio dirle, Madre mia, che non applico a quelli, bensì alle mie piccole sorelle, le prime parole prese dal Vangelo: «Ho comunicato a loro le parole che tu mi hai comunicato...» perché non mi credo capace di istruire dei missionari, per grazia di Dio non sono ancora abba­stanza orgogliosa per questo! Similmente non sarei stata in gra­do di dare consigli alle mie sorelle, se lei, Madre mia, che mi rappresenta il Signore, non mi avesse dato grazia per questo. Pensavo invece ai suoi cari figli spirituali, i quali sono miei fratelli, quando scrivevo queste parole di Gesù e le altre che seguono: «Non ti prego di toglierli dal mondo... ti prego anche per coloro che crederanno in te attraverso quanto udranno da loro». Come potrei infatti non pregare per le anime che essi salveranno nelle loro missioni lontane con la sofferenza e con la predicazione?

338 - Madre mia, mi sembra di doverle ancora dare qual­che spiegazione riguardo al passo del Cantico dei Cantici: «Attirami, noi correremo», perché ciò che ho voluto dirne mi pare poco comprensibile. «Nessuno, ha detto Gesù, può seguir­mi se il Padre mio che mi ha mandato non l'attira». Dopo, per mezzo di parabole sublimi e spesso anche senza usare di questo mezzo tanto familiare al popolo, egli ci insegna che basta bussare perché ci venga aperto, cercare per trovare, e tendere la mano umilmente per ricevere ciò che chiediamo. Egli dice ancora che quanto chiediamo al Padre in suo nome, egli ce lo concede. Per questo senza dubbio lo Spirito Santo, prima della nascita di Gesù, dettò questa preghiera profetica: «Attirami, noi correremo». Cos'è dunque chiedere di essere attirati se non di unirsi in modo intimo a ciò che capta il cuore? Se il fuoco e il ferro avessero intelligenza, e quest'ultimo dicesse all'altro: attirami, non proverebbe che desidera identificarsi col fuoco, in modo che esso lo compenetri e lo intrida con la sua essenza brucian­te, e sembri diventare tutt'uno con lui? Madre cara, ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nel fuoco del suo amore, di unirmi a lui così strettamente che in me viva e agisca lui. Sento che, quanto più il fuoco dell'amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: «Attirami», tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo detrito di ferro inutile, se mi allontanassi dalla fornace divina) correranno anch'esse rapidamente all'effiuvio dei profumi del loro Amato, poiché un anima infiammata di amore non sa rimanere inattiva; senza dubbio resta ai piedi di Gesù, come santa Maddalena, ascolta la sua parola dolce e infuocata. Benché sembri non dar nulla, essa dà ben più che Marta, la quale si agita per tante cose e vorrebbe essere imitata dalla sorella. Gesù non biasima affatto il lavoro di Marta, la sua Madre divina per tutta la vita si è sot­tomessa umilmente a questo lavoro, poiché doveva preparare il pasto per la sacra Famiglia. Egli vorrebbe correggere la preoc­cupazione eccessiva 43 della sua ospite ardente. Tutti i santi l'hanno capito; soprattutto, forse, quelli che riempirono l'uni­verso con l'irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall'orazione che santi come Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d'Aquino, Francesco, Domenico, e tanti altri grandi amici di Dio hanno attinto questa scienza divina la qua­le meraviglia i geni più grandi? Un saggio ha detto: «Datemi una leva, un punto d'appoggio, ed io solleverò il mondo». Quello che Archimede non ha potuto ottenere, perché la sua richiesta non si rivolgeva a Dio ed era espressa solo da un pan­to di vista materiale, i Santi l'hanno ottenuto pienamente. L'Onnipotente ha dato loro, come punto d'appoggio, se stesso e sé solo; come leva, l'orazione che infiamma di un fuoco d'amore, e così essi hanno sollevato il mondo; così lo sollevano i santi della Chiesa militante, e lo solleveranno ancora i santi futuri, fino alla fine del mondo.

339 - Mia cara Madre, adesso vorrei dirle che cosa inten­do per «effiuvio dei profumi» dell'Amato. Poiché Gesù è sali­to al Cielo, posso seguire solo le tracce che egli ha lasciato, ma sono tracce così luminose, così profumate! Se appena do un'occhiata al santo Vangelo, respiro il profumo della vita di Gesù, e so da quale parte correre... Non mi slancio verso il primo posto, ma verso l'ultimo; invece di farmi avanti insieme col fariseo, ripeto, piena di fiducia, la preghiera umile del pub­blicano, soprattutto seguo l'esempio della Maddalena. La sua audacia stupefacente, o piuttosto amorosa, che incanta il Cuore di Gesù, seduce il mio. Sì, lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, col cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, poiché so quanto egli ami il figliuol prodigo che ritorna a lui. Non perché il Signore, nella sua misericordia prevenien­te, ha preservato la mia anima dal peccato mortale, io m'innal­zo a lui con la fiducia e con l'amore