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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







FILIPPO VUOL DIVENTARE EBREO E FARE PEGGIO

Filippo incontra l'ebreo errante.

E' una favola vera che tutti o quasi tutti conoscono, ma c'è sempre qualcuno che non la sa, ed io perciò l'accennerò per questo qualcuno, affinché egli non resti disilluso, in modo tuttavia da non seccare chi conosce e contentare chi non conosce.

Dice dunque la favola, che Gesù, portando la Croce nel salire al Calvario, ad un certo punto, sfinito, chiese, di riposarsi, ma il portiere della casa di Pilato, od un certo Assuero, dicono altri, non lo permise: avrebbe dato anzi un pugno al Divino Maestro, il quale gli avrebbe detto: io proseguo la mia via, ma tu andrai errando sulla terra fino al giorno del giudizio.

Da allora, senza posa, quell'ebreo cammina, cammina fin qui la favola.

Comincia ora la verità della favola stessa ed è che il popolo ebreo, fin dalla cacciata dalla loro terra, l'attuale terra Santa come si dice oggi, e dalla dispersione nel mondo, « Diaspora», mai possono trovare un centro di unità, una patria.

il un fenomeno unico nella storia umana: tutti i gruppi umani, nelle varie trasmigrazioni, sono stati sempre assorbiti dal luogo in cui si sono fermati.

Un esempio grande e recente: i grandi gruppi di emigrati in America sono stati tutti assorbiti nell'unità della regione, e mentre prima, erano italiani, irlandesi, polacchi, tedeschi, ora costoro non ci sono più e n'e venuto fuori di tipo americano.

Gli ebrei no: francesi in Francia; italiani in Italia; tedeschi in Germania affondano le loro radici nella razza e restano, per dire così, solo alla superficie geografica del luogo.

Questa situazione ha creato agli ebrei una condizione dolorosa: nei vari posti in cui si trovano, sono considerati o come nemici o come stranieri e sono, spesso, perseguitati da uomini che non vedono in loro dei fratelli.

Le persecuzioni nono state numerosissime e dolorosissime: qualcuna, quella nell'ultima guerra mondiale, fu una vera carneficina.

Una belva straordinaria che si chiamava Hitler, ne fece un macello in tutta l'Europa.

Poiché gli ebrei sono diffusi in tutto il mondo, non v'è uomo di altra razza o religione che non ne incontri.

L'incontro in Roma.

Anche in Roma, come in quasi tutte le città, c'era ai tempi di Filippo ed anche prima, un forte gruppo di ebrei. Essi abitavano ed abitano ancora in un quartiere che si chiama il Ghetto: così in tutti i paesi.

Il Ghetto è una specie di prigione senza porte, più o meno diviso dal resto della città: è anche una specie di rifugio per la difesa e la sicurezza.

Nel Ghetto c'è la Sinagoga o « tempio» come dicono a Roma.

Al tempo di cui parliamo, tra il 1566 e il 1572, gli ebrei passavano un brutto quarto d'ora e nessuno di loro si sentiva sicuro.

Erano poi obbligati a portare in testa, come segno di distinzione vergognosa, una specie di berretto giallo che li additava all'odio, ed anche al peggio, dei cattivi: il berretto era come il rosso per il toro allo sguardo degli altri. Un ebreo, forse piuttosto di alto grado, non sentendosi sicuro in casa sua, chiese ad un buon uomo, Prospero Crivelli, discepolo di Filippo, di dargli ospitalità: crediamo che il Crivelli ne abbia chiesto licenza al Padre che l'accordò: generalmente i figlioli spirituali di Filippo, in cose abbastanza rilevanti, come era questa, chiedevano sempre consiglio e licenza dal Santo.

Un giorno, andando Prospero col P. Filippo a San Giovanni in Laterano, avrà detto a quell'ebreo:

- Esci fuori da questo nascondiglio: vieni a prendere un po' di aria con me e col padre Filippo: noi andiamo a S. Giovanni in Laterano: vieni anche tu: sarà un bella passeggiata:

- Con tanto piacere, avrà detto l'ebreo, sento proprio il bisogno di sgranchirmi le gambe, perché non ne posso più di stare nascosto.

Arrivati là, Filippo e Prospero, ginocchia a terra, si volgono verso il Tabernacolo, dove si conserva Gesù Sacramentato, e pregano.

L'ebreo avrebbe potuto benissimo starsene in piedi e non fare atto di culto, ma essendo un fanatico, un ignorante, come pare, seppure non cattivo, volse le spalle al Sacramento.

Era un atto offensivo per Filippo ed il suo discepolo ed un altro si sarebbe adirato e avrebbe redarguito il cattivo modo dell'ebreo: Filippo invece gli disse, amabile:

- Uomo dabbene, prega così: « Se sei il vero Dio, ispirami a farmi cristiano!

- Questo non lo posso fare, disse quell'uomo pio, perché sarebbe un dubitare della mia fede ed io non posso dubitare di questa fede.

- Preghiamo, disse Filippo a Prospero ed ai presenti: vedrete che si farà cristiano.

Non polemizzare: amare. Due angeli.

Si avverta come Filippo non polemizza: ama e vince sempre: pensate un altro cristiano, anche zelante, nella situazione di Filippo con l'ebreo.

Avrebbe polemizzato, avrebbe rimproverato lo scortese e forse avrebbe detto: ma voi ebrei siete sempre così testardi dopo tanti secoli e tanti miracoli e non vi convertite, anche dinanzi all'evidenza, e cose del genere...

L'ebreo naturalmente avrebbe risposto e ne sarebbe venuta fuori una polemica incresciosa: con quale risultato? L'ebreo non solo non si sarebbe convertito, ma offeso, irritato, si sarebbe sempre più allontanato.

Con la polemica, anche se si vince la lite, si perde il cuore dell'avversario: ora vincere la lite e perdere il cuore non è vincere.

Inoltre chi perde la lite, anche se ha torto, resta umiliato e non si arrende.

Ecco un grazioso episodio, nel quale figurano due ebrei che poi diventano due angeli.

La vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo, il giovane Marcello Ferro indugiandosi sotto i portici della basilica, vede due giovanetti ebrei, che probabilmente conosceva prima, ed attacca conversazione con essi.

Marcello con bell'accorgimento dice ai due compagni Vedete, è la festa dei santi Pietro e Paolo, che sono tanto gloriosi, ma sappiate che essi erano ebrei come voi: oggi è anche un pò la vostra festa: era un invito toccante. Alla fine della conversazione, Marcello invitò i due giovanetti ebrei ad andare a San Girolamo della Carità e fare conoscenza col Padre Filippo.

I due piccoli ebrei furono presi dalla maniera irresistibile del Santo e tornarono per parecchio tempo, ma poi non si videro più.

Filippo preoccupato di quell'assenza ingiustificata, chiamò Marcello e lo pregò di indagare e vedere che n'era dei due bravi giovanetti.

Marcello andò alla loro casa e seppe che uno dei due era ammalato gravemente: la madre poi si lamentò con Marcello che quel caro figliolo non voleva prendere cibo e lo pregò di fare anche lui qualche insistenza perché il malato mangiasse un poco.

Il poverino accettò e prese un poco di cibo.

Mentre Marcello badava a compiere questo buon servizio, nell'assenza momentanea della madre, trovò modo di dire al suo piccolo amico malato

- Il P. Filippo vi si raccomanda!

L'infermo ebbe una grande gioia per l'interessamento e l'affetto del Santo.

Marcello nel partire, gli disse all'orecchio, discreto:

- Ricordatevi che avete promesso a Filippo di farvi cristiano.

- Me ne ricordo, e voglio farlo, se Dio mi dà vita. Quando Marcello fece la relazione al Santo della sua pietosa missione, Filippo disse: Non dubitare, l'aiuteremo con la preghiera e si convertirà.

Il giovanetto guarì, ritornò col fratello e tutti e due si fecero cristiani.

La promessa di farsi ebreo.

L'episodio che narriamo è solo piccola parte di una grande vicenda.

Una grande e ricca famiglia ebrea, quella dei Corcos, che contava banchieri, rabbini, e gerarchi di ogni genere nel mondo israelita, ben ventiquattro persone, si convertirono via via e si fecero cristiani: non possiamo narrare tutta questa storia, ma non possiamo omettere un punto che illumina il resto.

Di tutti questi ebrei convertiti, due deposero poi al processo: Agostino ed Ippolito i quali avevano assunto il cognome Boncompagni, che era del Papa Gregorio XIII.

Sia Agostino che Ippolito raccontano dunque come di fronte alle loro difficoltà di farsi cristiani, Filippo disse ad essi:

- Pregate il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe! I due pensarono che ciò essi potevano farlo perché il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe era il vero Dio, quello che essi avevano sempre adorato, mentre secondo essi i cristiani adoravano Gesù... che non era Dio.

Non potevano diffidare e rifiutarsi di pregare e così pregavano, senza sospettarlo, anche il Dio di Filippo, ch'era l'unico Dico.

Filippo, prudentemente, non nominò né Gesù, né la Vergine: essi non li avrebbero invocati: aggiungeva ancora Filippo:

- Voi dubitate o credete che la religione vostra sia la vera e la nostra sia la falsa, ma si può vedere facilmente quale delle due religioni è la vera: ne convenite?

- Ma certo, risposero essi sicuri di poter affermare che la religione ebraica è sempre la vera e che essi avrebbero avuto ragione.

- Ora facciamo questo patto, riprese Filippo: se la religione nostra è la vera, voi vi farete cristiani, perché la verità non si può rifiutare: se poi è vera la religione vostra, ve lo prometto, io mi farò ebreo. Con questa intenzione pregate pure il Dio di Abramo e dei padri vostri.

La vicenda andò a finire, iniziando da questo abile procedimento, che i due giovani si fecero cristiani ed amarono Filippo di un amore sconfinato.

Agostino si fece prete e prete dell'Oratorio. Nella sua deposizione del 26 agosto 1595, egli concluse con parole che sanno di lacrime, ricordando l'ultima visita al Santo moribondo, il quale lo abbracciò e gli disse di tenere bene a mente che egli era prete per far del bene.

Quella sera stessa Filippo dette l'ultima benedizione anche ad Agostino, con gli occhi rivolti al cielo, in atto di preghiera.

« La mattina, termina Agostino, andai da lui ed era morto».

Altre malefatte di Filippo...

A quella di farsi ebreo, altre malefatte aggiunse Filippo, come quella di impicciarsi a far trovare moglie... ad un ragazzo che frequentava la sua camerata.

Questo ragazzo, Marcello, della nobile famiglia Vitelleschi, arrivato all'età della pubertà, sui sedici anni, come sempre succede, scopri che esistevano le donne: come conseguenza, gli piacquero e ne voleva avere una per moglie.

Non sappiamo come Filippo abbia conosciuto ciò, ma pensiamo che il ragazzo stesso si sia confidato, semplice e buono com'era.

Saputa la cosa, ad ogni modo, il Santo chiamò il principe romano Fabrizio Massimo suo penitente, e gli disse, su per giù:

- Caro Fabrizio, tuo nipote Marcello, vuol prendere moglie: ora tu devi dargli ad intendere di volergliela trovare...

Questo il cenno molto rapido di una delle tante deposizioni del teste, che troppe cose più interessanti aveva da dire.

Ad ogni modo la commedia dovette aver seguito e sviluppo, per un bel pezzo, come si può dedurre facilmente dal testo della deposizione.

La vita spirituale però, che il Santo andava coltivando nell'adolescente, come acqua ben versata, spense la piccola fiamma di concupiscenza, più che di amore, e Marcello non prese mai più moglie, fu prete ed ottimo prete.

Peggio di peggio.

La vena di Filippo non si arrestava alla proposta di farsi ebreo ed all'impresa di trovar moglie ad un ragazzetto imberbe, ma andò oltre.

Sempre, nelle sue malattie, Filippo pregava e faceva pregare di riavere la salute per diventare buono, anzi un angelo, come troviamo scritto una volta.

Nell'ultimo periodo della sua vita, però, cominciò a dire il contrario, nella sua preghiera al Signore, ch'era questa, nella sostanza: tante volte, per l'addietro ho promesso di voler mutar vita e mai ho mantenuto la promessa ed ora dispero di me stesso...

Sotto questa apparente disperazione, c'è la visione di un'umiltà sconfinata, perché egli diceva ancora: «Signore io mi protesto che non sono buono a far altro che del male ».

Drammatico è questo episodio che si ripete spesso: egli ha il Sacramenti in mano ed a voce che tutti possono udire, con gli occhi fissi su l'Ostia Santa, con l'anima protesa verso quel Gesù che vi si nasconde, ma che egli avverte presente, così parla

- «Signore, guardatevi da me che vi tradirò e farò tutto il male del mondo ».

Nella preparazione alla Messa, e ciò lo confidò lui stesso, diceva:

- «Io nono pronto, per parte mia, a fare ogni male», se Dio non mi aiuta però, egli sottintendeva.

Non si trova scritto in nessun testo, ma è ripetuto in una tradizione costante, questo suo modo di parlare col Signore:

- Signore, mantieni le mani in testa a Filippo, se no Filippo si farà turco!

Quest'altra maniera è ancora più tragica: « La piaga del costato di Cristo è grande, ma se Dio non mi tenesse la mano in testa io la farei maggiore».

Queste formule, viste alla superficie, possono apparire di un andamento troppo confidenziale e, direi quasi, birichino, ma nella realtà sono di una umiltà sconfinata perché Filippo si crede capace di tutti i delitti: sono di un abbandono senza limiti e quindi di un amore senza riserva per Dio.

Un giorno, con l'aria di chi fa una confidenza straordinaria, un'esperienza nuova di un atto di audacia, di una novità, insomma, si volge ad una persona vicina e dice all'orecchio: «Sai io mi fido di Dio ».

Pare che egli voglia dire: ho scoperto che Dio è un galantuomo ed io mi fido.

Un'altra volta, con un gesto di dramma, esprime così una sua preghiera a Dio: « Io prego Dio che faccia con la testa così! (e levava la testa in alto) e non: così (e abbassava fortemente il viso al suolo).

Intendeva dire che egli pregava Dio che la. sua testa fosse sempre levata alle cose del cielo e mai inclinata alle cose passeggere di questo mondo.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it