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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







I SATELLITI MINORI

Un astro che si eclissa presto.

Un astro dell'Oratorio fu Giovenale Ancina, umanista, musicista, poeta, e uomo di tale virtù che dopo morto fu proclamato Beato.

Il Santo chiama il suo comporre poesie «sonettare » e cioè comporre sonetti che è una specie di poesia. Pertanto, molte volte, quando lo vedeva passare, gli diceva col bel sorriso

- Giovenale, sei stato a sonettare o vai a sonettare? Ti raccomando di sonettare bene.

Una personalità così grande non poté sfuggire agli occhi del Papa che pensò di farlo vescovo.

Quando Giovenale lo seppe, come se avesse saputo di un mandato di cattura, scappò via e vagò per cinque mesi, chiedendo ospitalità a case religiose.

La paura però di una «scomunica» contro di lui e i Padri della Chiesa Nuova, ritenuti complici della sua latitanza, lo fece tornare e costituirsi, come si dice dei banditi che si arrendono.

Gli fu data la diocesi di Saluzzo, dove l'astro ritornò a risplendere ma per poco.

S. Francesco di Sales che lo stimava e l'amava molto venne a visitarlo nella sua diocesi.

In occasione di questa visita, Giovenale invitò S. Francesco a predicare e diopo la predica, giocando sulla parola «Sales» gli disse: «Tu vere es sal ». (Tu veramente sei sale cioè sapienza).

S. Francesco, rispondendo a Giovenale e giocando, alla sua volta, sul nome della città di Saluzzo e specialmente su le due sillabe: « sa e lu », rispose: « Imo tu sal et lux » (tu piuttosto sei il sale e la luce).

Un semplicione... però profondo

Giovenale aveva un fratello che si chiamava Giovan Matteo e che entrò in Congregazione con lui, il primo ottobre 1578.

Anche Gian Matteo entrò in gara con gli altri e seppe giocare ed accogliere il gioco e santificarsi, in questa maniera, secondo lo stile di S. Filippo.

Comandato di andare in S. Giovanni in Laterano, per una pratica di pietà, ancor che fosse vecchio e non uscisse quasi mai, si mise subito in cammino e, colto da una grossa pioggia, non volle attendere che finisse, per non ritardare l'obbedienza.

Era austero con sè, ma tutt'altro che severo con gli altri.

Talvolta si lasciava vedere in refettorio con una cuffia bianca in testa o andare per Roma senza ferratolo, cosa allora ritenuta disdicevole alla gravità di un sacerdote.

Non era raro trovarlo in camera, senza tonaca, con dei pantaloni grossolani di stoffa e di fattura: quelli che entravano non gli risparmiavano motti spiritosi.

Anche lui sapeva essere spiritoso ed ogni anno, nella festa di S. Matteo, suo giorno onomastico, distribuiva in casa e fuori immagini del Santo con questa dicitura:

« Matteo, prega il Signore che perdoni a Matteo peccatore ».

Quando il P. Giulio Saviolo era confessore di casa, e si presentava Matteo per essere confessato, si rifiutava e lo mandava dal cuoco, imponendogli di dire a costui tutte le sue colpe e imperfezioni.

Il cuoco da principio si rifiutava ma poi doveva anche lui obbedire, e Matteo ascoltava con grande compunzione i consigli ed i rimproveri del cuoco.

Aveva dei detti sublimi, che lasciavano trasparire la sua genialità e gettavano come un lampo di bagliore rapido nella nascosta vita interiore: « Chi non dà a Dio quel che vuole, non ha da Dio quel che vuole» - «L'impresa (lo stemma) di Cristo è una croce rossa in campo bianco, cioè la croce con l'innocenza».

Quando operai ed artigiani chiedevano la loro mercede per il lavoro fatto, egli dava senza contestare: alcuni lo rimproverarono per questa cosa come di una prodigalità, ma egli diceva: « è meglio che l'artigiano abbia qualche cosa di mio che io di suo ».

Una botta sbagliata e una risposta azzeccata.

Il P. Angelo Velli, carattere dolce e chiaro, trovandosi ad avere un'immagine della Vergine, un bassorilievo di pietra, pensò di donarlo al P. Filippo, ben conoscendo il suo amore appassionato per la Madonna.

Angelo pregustava già la gioia del gradimento del padre, il suo ringraziamento commosso, quando vide arrivare la persona incaricata a riportare indietro l'immagine.

- Ebbene? Forse il P. Filippo non era in camera?

- Come che c'era ed io ho fatto atto di dargli l'immagine, mentre dicevo che la mandavate voi. Il Padre, dopo che ha ascoltato, ha risposto seccato, ed un poco infastidito: riportate l'immagine al P. Angelo e ditegli che io non ho bisogno né di lui né delle sue cose.

- Ora voi, rispose P. Angelo, fatemi il piacere di ritornare di nuovo dal Padre e di dirgli, a nome mio, che se lui non ha bisogno di me e delle cose mie, io ho bisogno di lui. Questa volta l'alunno aveva vinto il maestro.

Un'altra volta Filippo chiama Pietro Consolini e gli ordina:

- Va da Angelo e parlagli così: Filippo dice: che ti credi di essere tu? Io sono più santo di te!

Non sappiamo che rispose il Velli, ma pensiamo che anche questa volta se la sarà cavata bene, magari rallegrandosi col Consolini...

Ma questi mistici matti sapevano anche essere fieri. II cardinale Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, volle per suo confessore un uomo così santo come Angelo e, una volta, pensò di condurlo con lui in un certo viaggio a Ferrara.

Angelo da prima si rifiutò, ma poi condiscese per l'autorità del Papa, ch'era intervenuto.

Egli però non volle stare mai alla corte e chiese ospitalità ad un amico per poter vivere piuttosto ritirato e compiere meglio gli esercizi di comunità.

Egli si teneva tanto lontano dalla corte, che il Papa, che gli voleva molto bene, se ne dolse, ma Angelo rispose: Beatissimo Padre, e chi sono io, contadinello, che abbia a comparire innanzi alla Santità Vostra?

Tornato a Roma, il Pontefice volle ricompensare, in qualche modo, il P. Angelo e perciò dette ordine a Monsignor Paolino, Datario e penitente di Angelo stesso, che proponesse qualche beneficio ecclesiastico.

Il P. Angelo rispose, risentito, offeso, a Mons. Datario

Mi meraviglio bene di voi, che, sapendo lo stato mio, (di persona di Congregazione) parliate di questa maniera. Io non ho, per grazia di Dio, bisogno di niente, né voglio niente: se volete, per l'avvenire, confessarvi da me, non parlate più di questa cosa.

Una scenetta da... teatro.

Anche i tipi più austeri e controllati non erano immuni dal contagio di fare qualche cosa che sapesse di originalità e di pazzia.

Uno di questi tipi era Alessandro Fedeli.

Tra le altre pratiche di Comunità, v'era e v'è tuttavia quella della «Congregazione delle Colpe ». Tutti i conviventi della casa, in un dato giorno ed in una data ora, si riuniscono in cappella e, prima di iniziare la pratica di pietà, un Padre anziano fa un breve discorso.

Quella volta toccava ad Alessandro ma ecco che succede.

Egli va al posto assegnato a chi parla e tutti attendono che cominci.

Contrariamente al solito, Alessandro si alzò e, in silenzio, si chinò profondamente e poi toccò la terra con tutte e due le mani: si rialzò e, sempre in silenzio, si accostò le mani al petto in forma di croce.

Mentre l'oratore muto faceva questa mimica, gli altri si chiedevano con gli occhi e con le parole bisbigliate: ma ch'è questo mai? Che vuol dire? E' pazzo il P. Alessandro?

L'oratore... dopo breve attesa, commentò: Padri miei, non ho altro da dire, tanto basta: siamo umili e amiamoci di cuore. E detto ciò scomparve.

Allora tutti compresero, e supposero: il primo atto, quello di toccare la terra con le mani voleva inculcare l'umiltà, il secondo, quello delle mani incrociate al petto l'amore fraterno.In servizio dell'umiltà, esigeva cose che ripugnavano al senso comune degli altri: una volta, per esempio, ritornando dalla campagna con un confratello, propose a costui di portare come appoggio una canna lunga con le foglie verdi.

Egli andava accanto, per dividere gli applausi, che non mancavano e cioè gesti e parole di scherno.

Filippo ruba un figlio: il padre gliene regala due altri.

Venne a Roma, per far carriera, un certo Tommaso Bozzio da Gubbio.

Era già un dottorone e lavorava molto e bene per farsi innanzi all'assalto dei primi posti.

Pensate che era stimato dai due dottissimi Sirleto e Paleotto.

Conosciuto Filippo, questo idolatra dei libri, vendette i libri e ne distribuì il ricavato ai poveri.

Quando il padre seppe della... triste fine del figlio, lo qualificò di pazzo, di ingrato, non gli scrisse più e non gli mandò danaro.

Il Santo, perché un uomo così dotto ed esposto alla superbia potesse vivere ed imparare la scienza nuova, per lui, dell'umiltà, lo mise ad insegnare l'alfabeto a certi fanciulli mocciosi.

Una persona, che conosceva Tommaso, si sdegnò di questo trattamento di Filippo e disse

- Padre Filippo non doveva darti una occupazione così avvilente! Te ne offro io una decorosa e più remunerativa. Ad un uomo come te, fare insegnare l'alfabeto!

- No, rispose Tommaso, preferisco fare quello che sto facendo.

Cadde l'anno del giubileo 1575, sotto Gregorio XIII, ed il padre di Tommaso, con la scusa e l'occasione del giubileo, venne a Roma.

Spinto dall'addolorato cuore di padre, disse tra sé: voglio vedere quel disgraziato di Tommaso: voglio tentare di farlo rinsavire: voglio strapparlo al fascino di quel fanatico P. Filippo, al quale farò anche la sua parte.

Cercando e domandando qua e là, il bravo uomo arriva all'Oratorio di San Giovanni dei Fiorentini e tra padre e figlio corrono parole appassionate.

Ad un momento, compare nella sala il mago, l'affascinatore di Tommaso, Filippo.

Le prime battute del discorso sono concitate, benché rispettose.

Piano piano, Filippo che a principio parlava calmo e moderato, prende l'iniziativa della conversazione e la domina.

Quanto tempo durò il colloquio? Non lo sappiamo, ma data l'abilità del mago, non dovette essere lungo.

- P. Filippo, disse alla fine l'uomo di Gubbio, volete prendere anche questi altri due miei figlioli? Dal momento che Tommaso è felice e le cose stanno così, io sarei contento di lasciarveli. E voi, disse poi rivolto ai figlioli: restereste volentieri qui col vostro fratello Tommaso o volete tornare a Gubbio con me?

- Lasciaci qui, dissero i due fratelli.

- Tommaso, riprese P. Filippo, prendi cura di Francesco, formalo per la Congregazione e trattienilo in casa fin da ora.

Anche Tommaso però senti presto la mano di Filippo che si abbassava sopra di lui con i suoi giochi.

In un anniversario della morte del Pontefice, si faceva un grande funerale di lusso e, secondo le costumanze del tempo, attorno al catafalco erano schierati molti mendicanti con una vestaglia lugubre.

- Tommaso, dice Filippo ad un momento, procurati una di quelle vesti lugubri e mettiti insieme con quei mendicanti.

Tra le personalità presenti, c'erano amici ed ammiratori del grande giurista i quali, quando videro quella scena, si sdegnarono.

Ridurre quell'uomo così, bisbigliavano tra di loro, non è ben fatto.

Tommaso però, da parte sua, era contento e si godeva la brutta veste nera come se fosse stata un abito prelatizio.

Tommaso, pur tra le vicende della Congregazione, seguitò a lavorare e pubblicò oltre venti libri tutti di argomenti scientifici.

Molti dei tanti ammiratori stranieri e lettori delle sue opere, quando venivano a Roma, facevano di tutto per rendergli omaggio.

Uno di costoro, fantasticando dagli scritti di Tommaso, lo immaginava austero, alto, solenne, ma quando si trovò dinanzi un uomo piccolo, modesto, umile, non poté trattenersi dall'esclamare: - Tantillus homo?... come a dire: questo cosetto di uomo ha potuto scrivere tante cose grandi?

Francesco Bozzio.

II più grande dei due fratelli nominati, Francesco, entrato in Congregazione fu poi sacerdote.

Non era della statura intellettuale di Tommaso, ma sapeva bene il fatto suo: coltissimo in teologia sapeva dire, per esempio, della Somma di S. Tommaso in quante parti essa si dividesse, quante fossero le questioni in ogni parte, quanti gli articoli in ogni questione ed il dubbio relativo di ogni articolo, col numero delle opposizioni e le risposte e le soluzioni diverse.

Sembra facile tutto ciò, per chi non conosce quella grande selva di dottrina, ch'è la Somma Teologica di San Tommaso.

E' ben difficile sapere dove si trovi un verso della Divina Commedia, ma è ben più difficile sapere e ricordare tutto ciò che Francesco sapeva e ricordava dell'opera citata.

La morte di questi due fratelli fu grande come la loro vita.

Tommaso, nell'imminenza della fine, fu richiesto se avvertisse il bisogno di fare un'ultima confessione di qualche colpa passata.

Chi, di fronte all'ignoto della morte non cerca di togliere magari uno scrupolo?

- Per grazia di Dio, rispose Tommaso, non sento cosa che mi aggravi. Mori come uno che si addormenta. Francesco, preso da occlusione intestinale, certo della sua fine imminente, ai Padri e Fratelli convenuti intorno al letto di morte, raccontava facetamente gli episodi della sua vita con S. Filippo.

- Sapete, disse tra l'altre cose, quando io ero piccolo, il P. Filippo mi chiamava Franceschino e mi voleva sempre dalla sua parte nel gioco delle piastrelle...

In dire queste ultime parole rese l'anima a Dio.

Il maestro di un Papa.

Capitò a Roma nel 1571 un pellegrino francese, senza un soldo in tasca.

Filippo lo accolse, lo fece suo, lo ricevette in comunità e poi lo fece ordinare sacerdote: si chiamava Niccolò Gigli. Filippo, per fargli guadagnare da vivere, gli affidò l'insegnamento dei fratelli della famiglia Borghese, uno dei quali poi fu in seguito papa col nome di Paolo V.

Con lui S. Filippo, nelle sue prove, fu più spietato che con tutti gli altri ed, una volta, il povero Niccolò confidò al P. Gallonio che S. Filippo, con le sue figuracce, gli aveva tolto ogni onore.

- Tu sei un ignorante, gli diceva Filippo (ma ciò non era vero).

- Che ci volete fare, diceva Gigli, io sono nato in Troia (Troyes) nella Champagne e Troyes non si trova in Toscana.

Questo martire straordinario dei giochi di Filippo era però anche amato straordinariamente dal Santo.

Uno dei segreti della perenne gioia di Niccolò era il distacco dagli uomini e dalle cose.

Quando riceveva delle lettere dalla Francia, le gettava nel fuoco senza leggerle.

Un giorno, stando a celebrare in Tor de' Specchi, ecco che sentì che sarebbe morto in un dato giorno ed in una data ora.

Tornato a casa, riferì tutto al Santo, e forse anche agli altri, precisando che sarebbe morto dì a quattordici giorni: ci fu chi credette e chi non credette ed intanto egli seguitò a godere ottima salute.

Ma ecco che, dopo un certo tempo, fu assalito da febbre violenta e morì il quattordici giugno 1591 come precisamente aveva detto, dopo venti anni di Congregazione.

S. Filippo, come abbiamo detto, aveva una tenerezza particolare per lui e volle servirlo egli stesso nella sua malattia: un giorno, anzi, condusse il cardinale Federico presso il letto dell'ammalato ed alla fine comandò di impartire la benedizione al grande Prelato.

Nicola vuoi guarire? gli disse il Santo accostandosi al suo viso.

- Perché, Padre mio, perché? Che starei a fare in questo mondo? Ne ho tedio.

S. Filippo, tutto quel giorno fu immerso come in un oceano di gioia: era sicurissimo che un nuovo santo era entrato in Paradiso: come di santo autentico, infatti, egli si prese per reliquie, e li conservò, alcuni oggetti che eran stati di Niccolò.

Ma più espressivo è il seguente episodio.

Il cadavere del Gigli era stato portato in chiesa e Filippo aspettò che, all'ora solita, tutte le porte fossero chiuse, quelle dell'esterno e quelle dell'interno.

Ben convinto di essere solo e che nessuno potesse vedere o udire, il Santo si accostò al corpo benedetto e cominciò a fargli mille carezze affettuose, come se Niccolò fosse vivo ancora.

Ma Filippo era, spiato ed egli non lo sapeva.

Giulio Saviolo: un dotto « infinocchiato ».

Era un nobile padovano, ben noto per la sua cultura in quella università.

Non voleva essere sacerdote, per umiltà, ma restare fratello laico, però Baronio lo persuase a farsi ordinare sacerdote per mettere a profitto la sua cultura.

In seguito, Giulio si penti di essersi fatto ordinare sacerdote e, con una certa rabbietta che faceva ridere, diceva: quel Baronio m'infinocchiò.

Voleva quasi cancellare la sua nobiltà e a chi non era ben noto il suo cognome diceva di essere «un prete del contado di Padova ».

Andato una volta alla sua città, non volle prendere alloggio nello splendido palazzo paterno, benché suo fratello se ne offendesse.

Quando riceveva posta e leggeva il suo cognome Saviolo sulla busta, diceva: «che Saviolo, che Saviolo? pazzarello e non saviolo ».

Sulla via del disprezzo di se stesso sapeva trovarne sempre una nuova: mandato a subire l'esame, per essere abilitato ad ascoltare le confessioni, ad ogni nuova domanda rispondeva: non so, non so!

Gli esaminatori però conoscevano, per altra via, l'uomo e non ottenne il suo scopo.

Nelle riunioni dei Padri di Congregazione, non diceva mai il suo parere per nascondersi, ma se era costretto, parlava con tanto senno che bisognava ammirarlo.

Lo urtava soprattutto la vanità così comune di voler comparire persona che sa, ed un giorno, in ricreazione. gli capitò di domandare la soluzione di un dubbio ad uno dei presenti, il quale rispose che non sapeva.

Ne gioì, si levò di capo il berretto, alzò gli occhi al cielo e disse soddisfatto: «sia ringraziato Iddiol ho pur trovato uno, una volta tanto, che ha; detto che non sapeva ».

Nascondeva le sue aspre penitenze agli altri Padri, che però sapevano e lo esortavano a smettere specialmente di disciplinarsi, per ragione di salute.

- Che discipline e discipline! ... Mi meraviglio ben di voi... Andate a cercare in camera mia e non troverete nessuna cosa simile.

Parlava con sicurezza, quasi con aria di sfida, sapendo che i suoi strumenti di penitenza erano accuratamente nascosti.

Parecchie volte i Padri andarono a frugare in camera sua e trovarono niente, ma un bel giorno, quando già di speravano, per caso, sotto un mattone, trovarono una disciplina intrisa di sangue e la mostrarono in pubblico come un trofeo.

Il povero Saviolo ne avvertì un colpo come di un ladro sorpreso a rubare.

Un « romanaccio ».

Questo romanaccio, nel senso in cui si dice « ingegnaccio » cioè ingegno straordinario, si chiamava Antonio Gallonio e non era un romanizzato, ma tipicamente romano.

La sua figura ricorre qua e là, nelle pagine precedenti, ma qui ricordiamo solo qualche cosa in questa rassegna speciale.

Era giovanissimo ed un giorno incontrò Filippo per via i loro occhi si incrociarono e si fissarono profondamente. Da quel momento, Antonio non lasciò più il Santo. L'episodio mostra il potere irresistibile del Santo e la sensibilità di Gallonio ad afferrare ed accogliere gli intimi sentimenti altrui.

Ecco uno dei giochi che il Santo gli faceva fare. Diceva: va al tale monastero di suore, fa chiamare la superiora e dille: io sono venuto qui per predicare e voi dovete chiamare le suore e farle venire tutte. Tu poi non ti preparare su ciò che devi dire, ma parla così come ti viene in mente.

La superiora poi magari diceva - Padre ma chi vi ha mandato?

- Ma questo non vi importa: vi importa sapere che io debbo predicare a voi e voi dovete ascoltare.

La superiora pensava al principio che quel prete fosse un pazzo ma poi finiva per contentarlo e Gallonio predicava.

Le suore, la sera, commentavano la piccola avventura ma poi venivano a sapere che il predicatore era uno della combriccola di Filippo.

Un « goliardo ».

Agostino Mannì era stato un goliardo, anzi un capo di goliardi, nel senso di studente chiassoso e un po' spregiudicato che si dà a questa parola.

Per far carriera venne a Roma, ma nel 1577 capitò tra le mani di Filippo e non poté più liberarsi.

Entrando in Congregazione, pensava ad una vita, anche esteriormente, tutta compunta, un po' col collo torto, ma quando udi, le prime volte, le burle di Filippo disse: oimé dove son capitato! Costoro so sono pazzi o sono ipocriti.

Ma poi comprese e per il suo carattere e un po' anche per celia lo chiamavano il « Padre manna dolce ».

A principio, messo a parlare in pubblico, ancora infetto di arte rettorica, fece un discorso tutto fiorito, uno di quei discorsi che disgustavano Filippo.

Il Santo, alla fine, senza per nulla tradirsi, lo chiamò e gli disse:

- Agostino, il tuo discorso è stato veramente meraviglioso, incantevole: vogliamo udirlo un'altra volta, non ti pare? Ma non devi mutare virgola, perché verrebbe meno l'effetto.

- Sono contento Padre, che il mio discorso sia piaciuto e cercherò di fare alla meglio.

La seconda volta, il pubblico ascoltò paziente ancora, ma con minore gusto.

- Sei stato più bravo ancora questa volta: vogliamo sentire una terza volta, però siamo sempre bene intesi, senza mutare virgola.

Agostino cominciò a capire, benché un po' vagamente, ma dovette obbedire.

I commenti del pubblico furono abbastanza chiari e così pure i segni di noia, ma alla quarta, quinta, sesta volta, ci fu una reazione.

Beffe, riso sotto i baffi, bene e bravo canzonatori, ed anche peggio, si avvertivano chiaramente e udiva lo stesso oratore quando passava per andare al posto rialzato dove parlava.

- Ma che viene a dire, bisbigliavano? Sappiamo a memoria i tuoi sermoni! Scemo!

Quelli di cuore più buono e più comprensivi, al solo comparire di Agostino, dicevano: ecco quel Padre che sa un sermone solo e ce lo farà sentire dal principio alla fine dell'anno.

La cura fu efficacissima ed Agostino non mise più nei suoi discorsi la «dolce manna » delle frasi.

Forse questo trattamento lo aiutò a comprendere la vanità di predicare per gloria umana e perciò diceva che il predicatore che predica per vanità « è simile ad un cassiere di un ricco mercante, il quale contando ogni giorno a diverse genti grandissima quantità di danaro, e passando tra le dita grande copia di monete d'oro e d'argento, la sera non si trovava altro che i sacchetti vuoti e le mani imbrattate ».

Ecco una preghiera, che indica la sua spiritualità ed è di una... monelleria quasi filiale, monelleria che nulla toglie alla pietà profonda, anzi aggiunge qualche cosa di bello.

Egli si presenta a Dio come un creditore al suo debitore ed esige che il debito sia subito pagato.

Quando c'era qualche ammalato non pregava la Madonna di aiutare l'ammalato ma di fare l'infermiera essa.

Pregava poi Iddio così: « Padre Eterno, il Vostro Unigenito Figliolo tanto a Voi caro, nel quale io spero, mi manda a Voi e vi prega che mi facciate questa grazia. Io vengo in nome di Lui e vi porto una polizza (foglio) sottoscritta col Suo Nome con lettere del Suo Sangue: Vedetela e leggetela e Vi troverete che mi fa donazione di tutti i suoi meriti, che sono infiniti, ed io li ho accettati, talché Voi siete debitore, per giustizia, di darmi quello che io domando».

Un dottore che poi fa professione d'ignoranza.

Flaminio Ricci, nobile di Fermo, venuto a Roma per la solita carriera, aveva già un bel posto. Un giorno passava cavalcando ed incontrò il Santo, il quale lo fissò e gli disse - Seguimi.

- Ecco vengo subito, rispose Flaminio: E voleva seguirlo immediatamente.

E vuoi venire anche con il cavallo? . Va a casa. Ti aspetto a S. Girolamo della Carità.

Da quella sera Flaminio fu sempre di Filippo.

Fatto prete, quando era domandato chi fosse, diceva io sono un prete via là... un prete di contado.

Quando stava in confessionale, per attirare penitenti, ad alta voce diceva: venite, venite, ché vi confessate da un prete peccatore.

- Ecco il confessore che fa per noi, si dicevano i presenti, e correvano da lui incoraggiati ad essere sinceri senza rispetto umano.

Voleva che i preti dell'Oratorio non bazzicassero con i potenti e suggeriva: «bisogna questi tali, quando porta il bisogno, aiutarli da lontano, come si fa con le anime del purgatorio e cioè raccomandarli a Dio con le orazioni, ma non da vicino con insinuarsi tra di loro ».

Una volta, in viaggio, fu catturato dai banditi che lo condussero nel bel mezzo di una selva, dove, in 'attesa di peggio, cominciò a recitare il breviario.

Ecco che arriva il capoccia e gli chiede con autorità e disprezzo:

- Che fai qua, prete?

- Non vedi che fio? Sto pregando per voi.

Queste parole dignitose, certo non senza intervento della grazia però, compunsero i cuori duri di quegli uomini che lo rimisero a cavallo e lo mandarono via.

Procedimenti senza precedenti.

L'ultimo dei tosi detti compagni di S. Filippo, Pietro Consolini, entrò tardi in Congregazione nel 1590 e perciò stette solo cinque anni col santo Padre, ma ne divenne l'erede spirituale.

La vicenda di costui è strana, come quella di tanti altri, ma il modo è diverso.

S. Filippo, come lo vede, gli dice senza tanti complimenti:

- Orsù, figliolo, siete dei nostri. Ma l'altro non vi bada, non capisce e tira innanzi per il fatto suo.

Passato qualche tempo, senza che Pietro ne sapesse cosa, lo fa accettare in Congregazione, ma le vicende si svolgono così che Pietro entra liberamente e chiede una licenza di pochi giorni per andare alla sua città e provvedersi di denaro ed altro.

- No, gli dice Filippo: sarai provveduto di tutto: danari, mobili per la camera, vesti ed ogni altra cosa. Essendo assente provvisoriamente il suo confessore, Pietro, per poco, si confessa da Filippo: ritornato il confessore, Consolini disse a Filippo: Padre, io ritorno al mio confessore.

- No, gli dice Filippo e così restò sotto la direzione del Santo.

È meraviglioso però che tutti questi arbitrii contribuirono alla perfezione di Pietro.

Ecco alcune bravure mortificanti che il P. Filippo gli impose.

Aveva Pietro ottenuto un beneficio ecclesiastico, per essere ordinato suddiacono, e ciò per opera del cardinale di Montalto: S. Filippo gli proibì assolutamente di ringraziare il benefattore.

Venuta poi l'occasione, quando il cardinale incontrò Pietro, si congratulò dell'ordinazione e del beneficio avuto e Consolini, sempre per ordine del Santo, si capisce, rispose con una certa alterigia

- Signor Cardinale, io merito altro che questo! Un'altra volta, Pietro doveva essere esaminato dal Pontefice per un provvedimento di carattere generale che obbligava tutti i chierici beneficiati.

Venuto Consolini dinanzi al Pontefice disse prima d'ogni altra cosa: «Beatissimo Padre, io sono un letterato ed i miei pari non hanno bisogno di essere interrogati».

Il Pontefice comprese subito la fonte di quelle parole, sorrise, esentò il giovane dall'esame, lo benedisse e lo licenziò.

Un altro giorno, Pietro si preparava a fare un discorso nell'Oratorio, la sera stessa, quando il Santo lo chiama e gli impone di smettere quella preparazione e di preparare invece di un discorso, un gioco comico, buffo, da leggere la sera dinanzi agli invitati, come usava a quei tempi. Venne l'ora di fare il discorso e il P. Agostino Manni, che già conosciamo e che disponeva l'ordine dei discorsi, non vedendo arrivare l'oratore designato, lo rintraccia e lo prega di venire.

Pietro risponde angustiato: il P. Filippo mi ha dato a fare un'altra cosa.

Disgustato il Manni, corre da Filippo e gli fa le sue lagnanze ma il Santo gli dice seccato, fintamente irritato, scrollando la testa: che ragionare all'Oratorio, che ragionare! Mi meraviglio ben di te che vuoi disturbare quel buon uomo applicato a cose di grande importanza: lascialo pure stare in pace: ciò che egli fa importa molto più che i ragionamenti che tu dici.

Il Consolini, da parte sua, ottenne un successone nel convegno facendo crepare dalle risa e di quel suo lavoro si parlò in tutta Roma.

Umilissimo, pure essendo dotto in letteratura, medicina, teologia, sacra scrittura,, storia e lingua greca ed ebraica, occultava, quando poteva, questo straordinario sapere.

Devotissimo della Madonna, dopo aver ottenuto la liberazione quasi istantanea da un gravissimo male alle ginocchia, scrisse una specie di salmo devoto in lode di Lei e spesso lo cantava egli stesso.

Quando i Padri dovevano uscire, dovevano chiedere la benedizione al Santo, ma Filippo ordinò al Consolini di chiederla in ginocchio ad un Fratello laico.

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it