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Meditazioni sulla vita di San Filippo Neri







LE DONNE SUL PALCOSCENICO

Guerra senza tregua: Pace senza fine.

- Di chi è questa specie di guerra e questa specie di pace? Di due nazioni, di due bestie? Di due mostri o di due pazzi?

- NOI E' la guerra dell'uomo e della donna! L'uomo e la donna sono sempre in guerra: di ogni male che avviene, essi si accusano a vicenda e litigano, fanno a botte e, talvolta, si ammazzano...

Questa guerra, supponiamo, cominciò subito dopo aver mangiato il pomo fatale nell'Eden.

Chi sa quante volte, Adamo, ricordando la felicità perduta, disse.

- Stupida di una donna, per colpa tua abbiamo perduto ogni bene: chi ti autorizzava a cogliere il frutto proibito dal Signore?

- Più stupido tu, che ora fai il sapiente! Io non ti ho costretto a mangiarlo! Anzi, ricordo che l'hai messo in bocca appena afferrato e lo hai mangiato come un ghiottone.

- Ma se tu non me lo davi, come potevo prenderlo e mangiarlo?

- Lo potevi rifiutare e non l'hai fatto... Colpa tua! Chi ripensa ad uno dei tanti battibecchi che avvengono tra marito e moglie, non troverà improbabile quanto noi abbiamo supposto tra Adamo ed Eva all'alba stessa dell'umanità.

Questa guerra di sempre tra singolo uomo e singola donna, nei tempi moderni s'è organizzata quasi militarmente...

Le più coraggiose tra le donne hanno formato un esercito di così dette « femministe» che ogni giorno strappano concessioni all'esercito degli uomini.

Queste femministe ora combattono per ottenere che quando una donna si sposa non debba più assumere il cognome del marito ma serbare il cognome proprio e che essa non sia obbligata ad obbedire al marito, perché, dicono esse, uomo e donna hanno una propria dignità e la donna non è una schiava, ma una persona libera.

Pertanto se il marito vuole stabilire il suo domicilio in un certo posto, ci bisogna un accordo con la moglie, la quale, se non consente, può non seguire il marito.

Similmente quando un uomo dice alla donna: oggi mi preparerai a pranzo due fettuccine all'uovo, la donna è libera di fargli trovare i ceci o i fagioli... o niente addirittura.

Questa guerra tra uomo e donna è così universale che quando un uomo ed una donna sono riusciti a non far guerra, l'hanno scritto su la tomba, dove pur si scrivono tutte le menzogne.

Ricordiamo due sole iscrizioni tombali nelle quali è detto che un marito e una moglie non litigarono mai. Una di queste iscrizioni si trova nella catacomba di S. Callisto in Roma e un'altra nella «Chiesa Nuova » di Roma.

In questa seconda è detto come Camilla Raggi e Virgilio Crescenzi vissero nel matrimonio per ben trent'anni senza litigio. Tanto la cosa parve rara.

Eppure durante questa guerra permanente, l'uno e l'altra cercano la pace, si sforzano di stare insieme e gli uomini vanno sempre appresso alle donne e le donne cercano addirittura di accalappiare gli uomini: infatti come gli animali selvaggi si prendono col calappio o laccio, esse li prendono con i loro ornamenti, con le truccature e simili industrie.

Non possono fare diversamente: un uomo che non riuscisse ad afferrare una donna, sarebbe infelice per tutta la vita ed una donna che non riuscisse ad accalappiare un uomo e restasse zitella, finirebbe zitellona e sarebbe più infelice ancora.

E sapete perché questo cercarsi a vicenda, pur combattendosi?

Perché l'uomo e la donna, benché sembrino completi, autonomi materialmente, sono incompleti moralmente e spiritualmente e non possono vivere senza compagnia.

Immaginate un mondo di solo uomini! Che disgraziati...

Immaginate un mondo di sole donne : si caverebbero gli occhi tra di loro: tutto ciò per via della loro incompletezza.

Con un mondo di solo uomini o di sole donne, non ci sarebbe l'umanità: con un uomo ed una donna soli, c'è tutta l'umanità.

Adamo ed Eva erano già l'umanità: dopo il diluvio, pochi uomini e poche donne erano similmente tutta l'umanità.

Un proverbio orientale rappresentava questa situazione mettendo in bocca ad un uomo che litigava con la sua donna queste parole: non posso vivere con te, non posso vivere senza di te.

I contatti tra uomo e donna, pertanto, nella pace e nella guerra di sempre tra loro, sono difficili e pericolosi. E non diciamo solo i contatti familiari e matrimoniali ma anche i contatti sociali.

I santi ci sono maestri anche in questo.

Essi, per esempio, con le donne sono più comprensivi, più indulgenti del più tenero tra i mariti, che troppo spesso non riescono ad essere teneri e comprensivi.

Noi abbiamo riportato molti episodi come quello della donna con le scarpe dai tacchi alti e la gustosa risposta del Santo.

Ebbene S. Filippo si comportava con esse sempre così quando venivano a consultarlo sull'uso di certi ornamenti, sull'acconciatura dei capelli, sui belletti.

Ammoniva inoltre gli altri confessori a non esagerare con le donne ed egli stesso dissimulava, chiudeva un occhio e spesso tutti e due, su le loro debolezze: a bisogna sopportare, diceva, questi difetti naturali in altri come sopportiamo, contro il nostro volere, i difetti naturali in noi».

Nella pace come nella guerra tra uomo e donna, talvolta i mali possono venire da una condizione di pace... troppo pacifica, che poi, per eccesso, sfocia nella guerra!

Pace e guerra vanno dunque affrontate con praparazione.

Troviamo pertanto nella vita di Filippo due momenti di diverso comportamento verso le donne.

In un primo momento, egli era piuttosto severo, rapido, contegnoso, distaccato nel trattare con le donne. Sapete perché? Perché le donne, nella troppo confidenza, gettano quei lacci o calappi dai quali uno non sa come sia stato avvolto.

Una volta preso al laccio, la donna fa cattivo governo dell'uomo.

In un secondo momento, quando Filippo si senti padrone di evitare o, di spezzare eventualmente i lacci, egli fu di una grande dolcezza con loro, che entravano così spesso nel suo amabile gioco.

Abbiamo accennato già ad alcuni episodi e qui ne riporteremo pochi altri, perché essi sono innumerevoli.

Una papessa tra i frati.

Una volta, nell'anno 1578, nella casa dei sacerdoti accanto alla chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, mentre un bel numero di preti, tutti con tanto di barba come allora usava, stavano a tavola, ecco che appare Filippo sorridente, seguito da una vecchietta piuttosto curva, impacciata, vestita alla ciociara.

Una donna in quel luogo, a quell'ora, per il pranzo? Nessuna scena simile si trova narrata nelle vite dei santi.

Veramente quei sacerdoti che si trovavano a tavola non erano frati, giuridicamente, ma la loro vita, nelle forme esteriori e nella austerità era più severa di quella dei frati.

Non appena Filippo comparve con la donna, ci fu un momento di meraviglia, un mormorio, ma il Santo andò innanzi imperterrito e fece sedere la donna in mezzo a tutti...

Un uomo di spirito avrebbe detto: ecco una papessa tra i frati.

Abituati ai colpi più originali del loro maestro, i presenti stanno al gioco, che questa volta è un gioco vero.

- Bongiorno, Madonna Porzia (come si diceva allora in luogo di signora...) Buonappetito, madonna Porzia... Avete fatto buon viaggio madonna Porzia?... Vi piace Roma, madonna Porzia?

Questi e tanti altri complimenti affettuosi ed allegri nello stesso tempo arrivarono alla vecchietta, la quale guardava timida qua e là e tuttavia molto compiaciuta.

Il pranzo si svolse allegro e la donna fu il centro delle attenzioni, degli sguardi e delle interrogazioni dei presenti.

Un documento del tempo esprime tutto ciò, con lo stile allora usato, dicendo che da ogni banda e da ogni persona le si facevano carezze, e s'intende che tutti usavano con la donna premure affettuose.

La vecchietta spilluzzicava le vivande e, sì e no poggiava le sue labbra al bicchiere di vino, ma i suoi occhi bevevano e divoravano uno dei presenti, un prete dalla sagoma di montanaro, la barba incolta, i capelli disordinati, ma con gli occhi profondi e limpidi: l'uomo si chiamava Cesare Baronio, già ben noto in Roma, che sarebbe stato presto famoso in tutto il mondo ed era figlio di quella vecchietta.

Aveva bramato molto essa dì vederlo, prima di morire, ed era venuta a Roma con quanto disagio, ognuno lo può pensare.

Questo stare con lui, sedere a tavola con lui non lo pensava lei, perché non lo credeva neppure possibile. Filippo, col suo gran cuore, con la sua sensibilità penetrante, superando una tradizione severa ed universale, comprese il cuore della donna, della madre, e la condusse a tavola insieme ai compagni del figlio.

Egli le riempì il cuore di gioia.

Una cieca che vede dal di dentro.

Si chiamava questa cieca Suor Antonia, o come dicevano sor Antonia, benché non fosse propriamente suora, ma per la sua vita devota, santa.

Era sempre a letto, soffriva molto, era cieca di tutti e due gli occhi, e tuttavia era pazientissima, sempre immersa in un mare di pace, di gioia.

Si dicevano di lei tante cose straordinarie, ma il Santo, forse, non ci credeva, perché generalmente diffidava di fenomeni mistici.

Un giorno, dunque, decise di farne esperimento e mise in atto il suo pensiero in una maniera straordinaria, facendo una specie di spedizione.

Un bel momento chiamò tutti i conviventi della casa di S. Giovanni dei Fiorentini, una ventina circa, e si avviò alla dimora di Sor Antonia.

Prima che arrivassero, tra la curiosità della gente, che si chiedeva perché Filippo facesse una spedizione di quel genere, uno della comitiva, ch'è poi colui che racconta, un certo Salvatore da S. Severino, cappuccino, credette ben fatto andare innanzi e preavvisare l'ammalata di una tanta visita e disporla.

Il cappuccino, come se avesse messo in pratica un disegno geniale, tornò indietro soddisfatto per unirsi alla comitiva che avanzava.

Filippo però, che l'aveva visto andare ed aveva compreso, gli disse contrariato

- Voi siete andato a dire alla donna che io vado a casa sua?

- Sì, Padre: mi pare di aver fatto cosa buona.

- Avete fatto male, invece, come sempre: non dovevate avvisarla: ora tornate indietro e dite: il P. Filippo non viene più!

L'altro ubbidì e Filippo allora rivolto ai compagni disse:

- Non andiamo più: ritorniamo indietro!

Tutti allora fecero per andare a casa e percorsero un bel pezzo.

Ma, ad un certo momento, Filippo disse:

- Fermatevi l Ritorniamo: si va da Sor Antonia.

Gli altri, chi borbottava, chi rideva, chi non sapeva cosa pensare, ma Filippo non se ne curava e così, dopo un poco, tutti tacquero.

La casa molto piccola di Sor Antonia si riempì: mai c'erano state tante persone.

Filippo iniziò con l'ammalata una serie di prove: rimproveri che parevano seri, contumelie apparenti, maltrattamenti per vedere la reazione dell'inferma.

Essa non si turbò: mostrò anzi, un coraggio, un ottimismo, una gioia sempre crescenti: lo spirito di Dio si manifestava in lei.

Tutti seguirono il fatto che si svolgeva come se si trattasse di un dibattimento tra due nemici e, nell'insieme, tutti si divertivano, come ad un teatro.

C'era tra i presenti un prete di Firenze, detto «il Piovano », forse, ospite di Filippo e buon sacerdote, che si trovava ora vicino a lui.

Il Santo, alla conclusione del dialogo con la donna, lo prese per un orecchio come un monello e gli disse

- Signor Piovano, inginocchiatevi davanti a questa donna, accanto al letto.

Il Piovano ubbidì subito e Filippo prese a dire alla cieca:

- Sor Antonia, qui c'è uno spiritato, un posseduto dal demonio e bisogna assolutamente guarirlo.

La donna con movimento deciso, come se vedesse benissimo, prese tra le due sue mani una mano del sacerdote, la portò alle labbra, la baciò e disse:

- P. Filippo, questo non è davvero uno spiritato, perché stamattina ha celebrato la S. Messa... E voi, Padre, disse rivolto al Piovano, pregate per me.

Un'ondata di meraviglia percorse i presenti.

Prima Filippo, poi gli altri tutti salutarono l'allegra cieca e uscirono chiassosi e disordinati, commentando l'accaduto a voce alta come un gruppo di buoni monelli.

Anche lui Filippo è creduto spiritato.

Sappiamo già, e si rileva dal processo di canonizzazione, che non tutti prendevano in buona parte le trovate, i gesti del Santo: ci sono sempre, nel mondo, troppi conformisti, i quali pensano in una maniera prestabilita, all'antica.

In una simile atmosfera si potevano fare i giudizi più disparati del Santo anche in buona fede, per ignoranza, come mostra il fatto seguente.

C'era una donna, Sulpizia Sirleta, penitente di Filippo ed anima veramente pia.

Più di una volta essa assistette alla Messa di lui e si trovò presente anche a delle estasi, fenomeni che la stupivano e la turbavano: che sapeva la poveretta delle estasi?

Il suo cervello lavorava a darsi una spiegazione e, non trovandone altra, trovò questa, o meglio le venne in mente questa: « questo Padre è spiritato».

Ripensandoci su e rendendosi conto che spiritato voleva dire posseduto dal demonio, entrò in angustia e rifletteva fra se stessa: e se il Padre non fosse spiritato? E se io mi fossi ingannata? Può darsi che mi sia ingannata perché il P. Filippo è tanto buono... Avrò fatto un giudizio temerario... Avrò fatto un peccato...

In questa sofferenza, capi che bisognava confessarsi, ma qui il problema si complicava.

Andare a confessarsi e dire al Padre che essa aveva pensato di lui che fosse uno spiritato, non era davvero fargli un complimento.

Nella sua semplicità, essa era ben lontano dal sapere che poteva andare da un altro confessore.

Credendo dunque che dovesse andare dal suo confessore ordinario, proprio Filippo, e sembrando a lei che non poteva tacere quel peccato, senza fare un sacrilegio, si avviò al confessionale, come ad un tormento.

Accostandosi alla grata cominciò a dire, a denti stretti - Padre, ho detto... Ho detto! Si fermò, non ce la faceva a proseguire!

- Balorda, che hai detto? Hai mormorato forse di me, non è vero?

Il Santo aveva intuito, esperto conoscitore di anime com'era.

si...

- Sì, ma che cosa hai detto? Specifica!

- Vi ho visto alto da terra, mentre dicevate Messa. A questo punto la paura della donna ormai era finita, perché aveva cominciato e avrebbe proseguito. Cominciò Filippo ora ad aver paura e perché?

Perché la buona donna era stata presente ad un'estasi, ch'è cosa da santi, e quindi essa avrebbe pensato che Filippo fosse un santo e non ci poteva essere per Filippo cosa che gli dispiacesse maggiormente nella sua umiltà, per cui si credeva grande peccatore.

Il Santo allora rimproverò la poveretta, le impose silenzio, fu duro con lei.

La donna però non aveva pensato così e la deduzione di Filippo, era sbagliata, per riguardo al concetto di santità intorno a lui.

Dopo una pausa imbarazzante per tutti e due, la donna prese coraggio e disse:

- Padre, vedendovi dunque così levato da terra ho detto tra di me: questo padre deve essere uno spiritato.

- Si, si, è vero sono uno spiritato.

E lui cominciò a ridere e prese a ridere anche lei ora rassicurata, contenta.

Una minaccia di morte.

La capacità di vita spirituale di Filippo e la potenza di avvincere a sè le anime per portarle a Dio è documentata, tra gli altri, da un episodio singolarissimo.

Anna Borromeo, comunemente conosciuta allora con la semplice parola di Borromea, era sorella di S. Carlo, che partendo da Roma, per Milano, l'aveva affidata alla direzione spirituale del nostro Santo.

La donna, di una interiorità tormentata, trovò in Filippo la via, che le dava pace, serenità.

Or, quando i rapporti spirituali tra Filippo ed Anna erano così placidi, accadde cosa assai spiacevole.

Il Santo voleva che la nuova chiesa, detta ancor oggi, « Chiesa Nuova», edificata da lui in Roma, fosse indipendente dalla vicina basilica di « S. Lorenzo in Damaso », per maggiore libertà di ministero.

Il Cardinale Alessandro Farnese, abate della Basilica, non voleva dare l'indipendenza e resisteva ad ogni pressione.

Filippo, per riuscire, fece quello che fanno tutti gli uomini in simili occasioni, ricorse alle raccomandazioni. Anna, sorella di S. Carlo, sposa del figliolo di Marcantonio Colonna, il vittorioso della battaglia di Lepanto, parve a Filippo la persona più adatta a spuntarla in quella brutta situazione.

Egli le scrisse una prima volta, ma non ne fu niente scrisse una seconda volta, pensando che Anna non si fosse curata della sua preghiera.

Che rispose la donna? Lo sapremo dal brano di una lettera della poveretta, che riportiamo, nella forma moderna: Il Padre Filippo ha dichiarato che se io non trovo mezzo di riconciliare lui con voi, si vuole dimenticare di me, non mi vuole più scrivere e, come io ritorno in Roma, non mi vuole più confessare. Signor mio illustrissimo, mettetevi nei miei panni e vedete quanto per me è dura e pungente questa minaccia. Io non ho, posso dire così, conosciuto amore nè di padre nè di madre più tenero e sincero verso di me e della salute dell'anima mia, di quello che, per onore di Dio, mi ha portato P. Filippo: dai suoi ricordi e dalle sue preghiere riconosco tutte le grazie e i benefici che Dio mi ha fatto e se sopporto gravemente la lontananza da lui, pur avendone qualche volta lettere e sapendo che si ricorda di me e non mi abbandona con le sue orazioni, se ora mi cancellasse dalla sua memoria e, ritornata a Roma, non mi ricevesse come prima, non sarebbe questo per me peggio della morte?

Che Filippo proprio avesse in animo di abbandonare la direzione di Anna, se essa non riuscisse, davvero non lo crediamo!

Mai egli avrebbe trascurata la salute spirituale di una persona, per qualsiasi ragione al mondo e ce ne sono tante prove.

Il suo fu un gesto di quelli che spesso usava, una minaccia in cui entrava la spavalderia finta e cioè ancora il gioco!

Filippo, giudice terribile, minaccia morte.

Una giovine in fama di santità, Orsola Benincasa, nata in Napoli il 20 ottobre 1547 ed ivi morta il 16 gennaio 1618, venne in Roma, dopo molti contrasti, dicendo che il Signore l'aveva incaricata di recarsi dal Pontefice per sollecitarla ad una rapida riforma della Chiesa, pena gravissimi castighi.

Venuta a Roma ed ottenuta udienza, parlò al Papa con una franchezza straordinaria ed il Pontefice, pur dubbioso della affermazioni della donna, la licenziò umilmente dicendo: «Pregate Iddio, buona figliola, e che Dio ci perdoni a tutti».

Permanevano nonostante la verità dei fatti e la purezza di vita di Orsola, grandi incertezze su la natura delle rivelazioni messe in campo.

E' una visionaria? E' una spiritata, ingannata dal demonio? E' una fanatica? E' un'eretica?

Tutte queste interrogazioni indussero il Pontefice a nominare una commissione, per arrivare alla verità, e della commissione fece parte Filippo, che poi ne diventò il capo e l'arbitro: la donna si trovò, ad essere sotto il completo dominio del Santo ed egli, nella prima riunione, così accolse la donna:

- Possibile che Iddio non abbia trovato una persona più degna di te, per un'ambasceria al Papa? Tu sei una bugiarda, una stupida, una spiritata e ti fingi santa...

Così altri complimenti del genere si seguirono e la donna ascoltò paziente e poi soggiunse

- Io sono, Padre mio, quella che voi dite, degna di ogni castigo. Per carità, soccorretemi, Padre, in questi miei mali: io una sola cosa bramo ed è di essere guarita da ogni male; non voglio altro che Gesù Cristo: se lo spirito che mi muove a parlare è cattivo, voi, Padre, aiutate ad allontanarlo da me.

Dopo questo primo interrogatorio, la donna umile e forte andava a casa ed ecco che Filippo va ad incontrarla nella via e, postosi di fronte a lei le dice, con vigore di comando: «ciò che io ho detto a te, tu dillo a me».

Perché questo strano comando? Per provare la giovane? Forse! Noi crediamo piuttosto che abbia voluto mortificare se stesso; ciò era, del resto, nel suo stile.

Ad accompagnare la santa donna a Roma era venuto qualche altro suo parente ed anche un suo nipote, che fu convocato dinanzi alla commissione come un complice.

S. Filippo sospettò che tutta la santità di Orsola fosse un trucco per far quattrini e perciò investì il giovane e... facendo la faccia feroce, disse:

- Fatti avanti, perché voglio che ti conoscano tutti questi signori! Dimmi la verità, quanti danari hai guadagnato?

- Danari? Niente, niente! La zia ci ha proibito di accettare qualsiasi cosa per riguardo a lei, e noi non abbiamo mai disobbedito: non abbiamo accettato né danaro né regali.

- La sai lunga tu, giovinotto! Noi conosciamo tutto! Il Santo Padre si trova ora lontano da Roma a prendere un po' d'aria, ma quando egli verrà da Frascati, vedremo che genere di morte dovete fare tu e la zia e qualche altro colpevole se c'è: sarà la forca, sarà il rogo, il taglio della testa.

Il giovanotto restò impassibile, sereno, non meno forte della zia.

Con tutto ciò, Filippo, non smise le sue prove severe, che durano mesi e mesi.

Orsola riuscì vittoriosa da ogni esame e da ogni nuova sofferenza, ritornò a Napoli e vi rifulse come una stella nella Chiesa di Dio, senza nessun rancore per Filippo ed i suoi, ch'essa, in seguito, aiutò generosamente.

La Chiesa ha riconosciuto poi la santità della donna approvandone e benedicendone le istituzioni.

Anche Filippo si persuase alla fine del lungo processo e così i giudici tutti.

Dopo l'ultimo colloquio, il Santo mise fine alla dolorosa vicenda con uno dei suoi gesti strani ma significativi. Egli si tolse di capo la berretta che aveva in testa, la pose con le mani sue sul capo di lei e le disse: «quando ti levi la tovaglia (velo) dal capo ti porrai questa berretta acciocché non ti faccia male ».

La mandò così parata.

Fu un attestato di affetto? Un modo di chiedere scusa della lunga tortura? Pensiamo che fu l'uno e l'altro, ma anche un gesto di gioia, un invito alla gioia.

Una donna che sfida Filippo.

Marta da Spoleto era una piissima, umilissima cristiana, e benché compaia poche volte e rapidamente nella vita del Santo, si rivela tuttavia una figura originale, forte, che pareva sfidasse Filippo nelle sue bravure.

Ogni volta che veniva a Roma, essa faceva capo a Filippo, con il quale trattava rispettosamente ma familiarmente e ricorderete che una volta fece un complimento a Filippo, come abbiamo già scritto: di questi complimenti, anzi, ne faceva spesso, nella sua ammirazione.

Più di una volta, come risulta da un manoscritto da poco ritrovato, disse a Filippo

- Padre voi siete un santo!

- E tu sei una stupida, matta!

-- E' verissimo, Padre!

- Non dici mai una parola giusta, opportuna: sei pettegola, bugiarda!

- Solo questo, Padre? Seguitate pure, Padre, perché io ci trovo molto gusto.

Essa se la godeva un mondo e rideva: Filippo si vedeva vinto e disarmato e ci rideva anche lui.

Qualche ceffone dovette toccare certamente anche alla donna, uno di quelli che Filippo dava così facilmente a chi lo diceva santo, come Marta.

Del resto, egli stimava molto Marta, perché tutti quelli che parlano di lei la dicono santa donna e Filippo le accordò una licenza veramente straordinaria e cioè quella di entrare, lei donna, in casa, di girare per essa e di visitare singolarmente i Padri.

Emulando l'umorismo di Filippo, quando passava per i corridoi, diceva ad alta voce come chi chiede aiuto:

- Portate l'acqua santa!... Subito l'acqua santal - Perché? Che volete fare?

- Passa il demonio. - Dove sta?

- Come non lo vedete?

Era un dirsi demonio, cattiva e peccatrice, ma alla maniera di S. Filippo.

Il Santo non solo le voleva bene, ma l'ammirava per la sua semplicità e quelli che circondavano il Santo se ne meravigliavano.

Qualcuno, e ciò dovette accadere più di una volta, gli chiese la ragione di una amicizia così particolare per Marta. Perché volete sapere questo? egli disse. Perché... Marta fila.

Chi interrogava restava con un palmo di naso, non si persuadeva che Filippo stimasse quella donna perché filava e la risposta poteva parere o insignificante o evasiva. Era una risposta certamente « alla S. Filippo» ma sapientissima e profonda: egli stimava Marta perché restava donna nell'umiltà delle sue mansioni, nella sua semplicità e non usciva fuori da quelle che sono le attribuzioni della donna.

San Filippo oggi non approverebbe le donne femministe, le donne politicanti, le donne, comunque impiegate, perché le donne hanno già un impiego ed un lavoro ben serio, quello della famiglia.

Conchiudiamo questa breve rievocazione della donna, passata alla storia per merito di Filippo con uno dei tanti singolari episodi della sua vita.

Un giorno, un giovane si raccomandò alle preghiere di lei perché il Signore gli tenesse le mani in testa, cioè lo mantenesse nel bene.

Marta lo assicurò e tutto parve finito: avrebbe pregato per lui.

Pochi giorni dopo il giovane dovendo andar via, salutò Marta e questa gli disse

- Ho pregato per voi affinché il Signore vi mantenga le mani in testa, ma voi guardate di tener ben ferma la testa.

Una santa beffa, per molti anni, a tutta Roma.

Un altro lato, del tutto nuovo, unico, anzi, nella vita del nostro Santo è che egli fu il taumaturgo delle gestanti e delle partorienti.

Non si trova nulla di simile a quanto diremo, in tutta l'agiografia cattolica.

Teniamo ad affermare che questa è una gloria singolare, grandissima di Filippo, che mostra la sua originalità e genialità, che lo han fatto superare pregiudizi, superstizioni.

Esisteva, infatti, ed esiste anche oggi, una persuasione per cui gestazione, parto vanno guardati di lontano, con diffidenza, come cosa pericolosa, meno buona, e da tenere nascosta, senza parlarne.

Prove di questo brutto pregiudizio se ne trovano dappertutto, ma una è meravigliosa e si legge nel libro di Burger Lisbeth: «Le Memorie di una ostetrica», oggi « Fiocco Bianco».

Ancora giovane, di illibati costumi, essa fu invitata da un parroco intelligente e pio, a fornirsi di diploma ed esercitare la professione di ostetrica in paese, essendo morta la vecchia ostetrica.

Quando il parroco inviò la madre a dare il suo consenso, sapete che successe? Si ribellò e disse che « questo non è un affare per una ragazza ammodo ».

Il parroco fece luce nella mente della poveretta, e le fece capire che gestazione e parto sono leggi sante stabilite da Dio, traverso le quali arrivano al mondo nuovi figli di Dio, nuovi cristiani e cittadini ed eredi del paradiso!

La Lisbeth esercitò un vero apostolato per quaranta anni e le sue Memorie scritte in tedesco sono tradotte in tutte le lingue, con innumerevoli edizioni.

Ma e la Vergine Santa non andò nelle montagne della Giudea, per assistere la sua parente S. Elisabetta, che portava nel seno S. Giovanni Battista, il Precursore, e vi si trattenne per tre mesi, e fin dopo il parto, come dicono ragionevolmente i più?

Gesù trovò nel fatto del parto uno degli esempi più toccanti quando disse: u La donna allorché partorisce è in tristezza... quando poi ha dato alla luce il bimbo non si ricorda più dell'affanno, per l'allegrezza, perché è nato al mondo un uomo ».

S. Filippo vedeva con gli occhi di Dio. Ricordo io stesso una grande esperienza.

Fui per alcuni anni, qui in Roma, assistente religioso di un gruppo di ostetriche e posso dire che nelle nostre pratiche religiose dell'associazione ci fu da guadagnare per tutti nello spirito.

Tanto abbiamo voluto premettere per chiarire situazioni, esitazioni e dissipare pregiudizi.

Il parto è e resterà, forse, sempre un pericolo, e per la vita della madre e per quella del figlio, ma ai tempi del Santo la faccenda non andava come oggi: medicina e chirurgia, progredite di molto, possono assicurare una percentuale altissima di successi: i casi di morte, a quei tempi erano numerosi e quindi anche di parti difficilissimi.

Quando la fama dei poteri carismatici del Santo si fu molto affermata, con innumerevoli guarigioni di ogni genere, si cominciò ad invocare il suo aiuto anche per parti che si presentavano male: il Santo accorreva.

Non si può leggerne la relazione negli atti del « Processo di canonizzazione» senza commuoversi.

Spesso, un intervento di Filippo acquistava il movimento di un rapido dramma sacro.

E il risultato era quasi sempre la liberazione dal pericolo della madre, spesso la salvezza del figlio, sempre l'edificazione, il miglioramento spirituale di tutti.

Ma le nascite allora erano molte e il Santo non poteva correre a tutte le invocazioni di aiuti e poi, col passare degli anni, con gli acciacchi sempre più frequenti, il problema diventava serio.

Un bel giorno, dopo aver molto pensato, si chiuse in camera, prese una di quelle borse che il sacerdote mette sopra il calice, quando va all'altare per dire Messa, vi mise dentro qualche cosa e poi cucì in modo che non era facile aprire.

Quella borsa la portava personalmente nei primi tempi e la gente credeva che fossero gli oggetti sacri, rinchiusi in essa, che operavano il prodigio.

Quello della borsa fu uno dei tanti espedienti che egli cercava per allontanare dalla sua persona la credenza ch'era egli ad operare miracoli.

S. Filippo aveva il terrore di essere creduto santo e santo da prodigi!

Cominciò dunque a mandare la borsa, dopo averne esaltate le virtù e fatte tante e tante raccomandazioni di tenerla con rispetto, di non darla a nessuno, e tanto meno di pensare solo ad aprirla!

I casi di successo si moltiplicarono, perché Filippo pregava: la borsa così acquistò fama di grande personaggio. I testi del processo ne parlano molte volte ed è bello ascoltare la narrazione di Francesco Zazzara, che poi fu Oratoriano ed uomo, di santissima vita e si esprime così

“E questo l'ho visto più volte in nostra madre, la quale, nei parti che ha fatti di dodici figli, ha adoperato sempre questa borsa in tutti i parti ed essa aveva grandissimi fastidi e tutti sono riusciti bene”.

Dopo la morte del Santo, furono riguardate tutte le sue cose e venne anche la volta della borsa.

Erano riunite alcune signore e tutte insieme presero ad aprire la borsa, con una curiosità straordinaria, ed un grande batticuore!

Finalmente; pensavano esse, dopo tanti anni, scopriremo il mistero.

Con una trepidazione arrivata all'estremo, quasi fosse una profanazione scucirono la borsa e venne fuori un involtino, ma niente ancora di interessante, fu necessario togliere sette o otto pannolini, e finalmente il mistero fini, perché non c'era stato mai!

Trovarono solamente un purificatoio, cioé quella specie di fazzolettino, con una crocetta in mezzo, che il sacerdote usa, per asciugare il calice nella Messa, più una medaglietta di S. Elena di quelle che si mettono in collo ai bambini e niente altro.

Si guardarono tutte in faccia e quello sguardo diceva Tutto qui?

La notizia si diffuse nella città ed ognuno faceva i suoi commenti o ricordava fatti passati riguardanti la borsa. Più di uno osservò: i miracoli, S. Filippo, li faceva lui e la borsa é servita a farci credere diversamente.

E' stata una beffa, seppure santa! Una delle tante!

Fonte: SAN FILIPPO RIDE E GIOCA (GIUSEPPE DE LIBERO) - Libro scaricato dal sito www.preghiereagesuemaria.it