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Biografia di Santa Clelia Barbieri







«Ti rendo lode, o Padre Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a Te!» Mt 11-25-26 Vera, incarnata, credibile

L'esperienza umana e cristiana di Clelia Barbieri conserva a distanza di oltre 100 anni una freschezza straordinaria. Questa ragazza persicetana, vissuta fra il 1847 e il 1870, è vera, incarnata, credibile. Parla come noi, lotta con noi, ci accompagna nel cammino.

Clelia è una santa giovane, non conformista, abba­stanza scomoda per chi la guardi non soltanto come figura da ammirare e da pregare, ma anche come modello da imitare e da vivere.

La sua vicenda appartiene alla cosidetta storia minore, al Vangelo della vita nascosta, fatta non tanto di battaglie, di trattati, di manifestazioni di massa, quanto di episodi feriali, a dimensione umana, localiz­zabili nel piccolo mondo di provincia. Tutte cose che apparentemente non fanno notizia; ma prese insieme portano in sé una novità inesauribile.

La fatica di vivere, la fame di giustizia, la fede dei miti e puri di cuore, lo sforzo di crescere insieme, la lieta disponibilità al servizio, l'entusiasmo che animò le giovani generazioni, il ruolo guida di un gruppo di ragazze delle Budrie, in un tempo in cui la media della vita non superava i 33 anni: ecco le linee della nostra storia.

La santa delle Budrie fa parte della categoria più depressa della sua epoca, i braccianti; e cioè quella larga piattaforma di lavoratori che migrano di villag­gio in villaggio in cerca di un minimo spazio vitale. È gente che non sa leggere né scrivere, non vota, non conta; eppure partecipa intensamente alla realtà di paese e risente nella carne e nell'anima tutto quello che si compie ai vertici della società. Gusmini, il primo biografo

Al di fuori della piccola cerchia di amici - i com­paesani, le Minime dell'Addolorata, il parroco delle Budrie - pochi, fino all'inizio del secolo XX, conob­bero Clelia Barbieri.

Il suo scopritore fu il card. Giorgio Gusmini, arci­vescovo di Bologna dal 1914 al 1921. Egli capì che in questa ragazza, passata così in fretta sulla scena del mondo, c'era qualcosa di autenticamente evangelico; e divenne il suo primo biografo. Lo coadiuvò suor Imelde Becattini, che intorno al 1908 aveva steso una memoria in un quadernetto di poche pagine.

Suor Imelde sapeva decifrare la calligrafia quasi illeggibile dell'uomo che papa Giovanni XXIII, suo conterraneo, definì «ornato di genialità sorridente, a volte ingenua e pur sempre posta al servizio di nobili cose, fisionomia schietta di figlio della Val Seriana». Grazie a lui la figura di Clelia Barbieri fu tirata fuori da 50 anni di silenzio e sviluppata come un nega­tivo fotografico nella camera oscura della memoria. Sul finire del 1916, quasi ogni settimana, il cardi­nale andava alle Budrie. Anche in giornate di pioggia e di neve si tratteneva a lungo con i testimoni viventi: voleva sapere tutto, rovistare tutto... Sedeva con sem­plicità sul telaio per la filatura, nella loggia della casa madre, e annotava parole e fatti.

Uscirono così nel 1917 gli «Appunti storici» su Clelia Barbieri. Un merito incontestabile. Il tribunale che fa i santi aveva in mano il libro del Gusmini, quando dichiarò che Clelia era degna di tener compa­gnia ad altre sante bolognesi, come Imelde Lamber­tini, Caterîna de' Vigri, Elena Duglioli.

Ma c'erano ancora tante cose sepolte negli archivi alle Budrie, a S. Giovanni, a Bologna. A questa fonte ancora intatta attinse intorno al 1970 l'autore del pre­sente racconto, nel corso di un'attenta e affettuosa indagine sui documenti, col sostegno dei 5 volumi manoscritti del processo informativo diocesano e apo­stolico.