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Pensieri sulla fede

Fede e politica





Non è mancato nella storia chi ha identificato Fede e politica. Lo sostenne, tra gli altri, la riforma protestante di Lutero che fece dei duchi altrettanti papi e costrinse i sudditi, con minaccia di morte, a seguire la religione del proprio duca, fino ad ammettere, per esempio, tanti Sa­cramenti quanti piacevano a lui. Anzi Lutero fece suo il motto. "I principi sono dèi, la massa è Satana". Sono chiari i danni di questa pretesa identificazione.

In realtà la Fede differisce nettamente dalla politica, ma non è totalmente separata da essa.

Differisce, perché viene da Dio e non dagli uomini, ha di mira soprattutto i beni soprannaturali ed eterni, non si immedesima con nessuna ideologia e nemmeno con il partito che nel nome e nel programma si richiami ad Essa, non presenta e non autorizza alcuna "politica cristiana" con soluzioni bell'e fatte di tecnica specifica.

E tuttavia la Fede non è separata dalla politica, per­ché non può ridursi ad un atteggiamento appena interio­re e privato, non può per sua natura rimanere indifferen­te a qualsiasi politica, anzi offre i sicuri principi di scelta nelle vicende temporali e le ragioni di giustizia e di cari­tà per eseguire un modo cristiano di organizzare e gover­nare.

Fede e politica non possono dunque ignorarsi, essen­do chiamate entrambe, ognuna nel suo ordine, a curare gli uomini. Possono e debbono incontrarsi per cooperare nell'unica realtà del mondo, con reciproca soddisfazio­ne, adempiendo il precetto di Gesù Cristo: "Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio" (Mt. 22,21).

La politica non ha nulla da temere da parte della Fe­de, neanche quando questa predica la rassegnazione sul­la terra e proietta la speranza in una ricompensa ultra­terrena, perché, proprio predicando questi valori veri e necessari, la Fede obbliga maggiormente i cristiani im­pegnandoli, secondo la vocazione di ciascuno, a lavorare e collaborare con tutti per la eliminazione delle ingiusti­zie sociali e per l'avvento di un benessere più sicuro. La politica non può ottenere che dalla Fede la buona morale di cui ha bisogno per essere essa stessa buona. La politi­ca può addirittura stimolare la Fede perché sia nella pra­tica tutto quello che deve essere, facendole vedere quan­to sia insufficiente una vita cristiana non inserita nel contesto sociale della vita che è oggi, più di ieri, vita con gli altri e per gli altri.

Chi possiede la Fede trova fondati in Essa il diritto e il dovere di agire politicamente; non può, pur disponen­do di quella libertà che è permessa nelle cose temporali non espressamente proibite dalla Fede, fare una scelta che contrasti con le esigenze di Essa, anzi ha il dovere di unire i propri sforzi a quelli degli altri che operano se­condo la sua stessa Fede, specialmente quando questa è insidiata. E ha in verità bisogno di farsi assistere dalla Fede perché "raramente in politica la scelta è fra il bene e il male, ma tra il male maggiore e il male minore" (Ma­chiavelli) e "nelle crisi politiche l'uomo onesto è imba­razzato non già a fare il suo dovere, ma a capire quale è" (De Bonald).

La Chiesa, attraverso il Concilio Ecumenico Vatica­no II, ha ribadito la non competenza dei Pastori in ordine ai problemi specifici della politica, la legittima autono­mia delle realtà terrene, e la positività del lavoro di chiunque promuove la comunità umana in ogni settore (Decreto su "L'attività missionaria della Chiesa" del 7-X­12-1965, nn. 43, 36, 44). In particolare ha precisato: "Co­loro che sono o possono diventare idonei per l'esercizio dell'arte politica così difficile ma insieme così nobile, si preparino e si preoccupino di esercitarla senza badare al proprio interesse e al vantaggio materiale. Agiscano con integrità e saggezza contro l'ingiustizia e l'oppressione, il dominio arbitrario e l'intolleranza di un solo uomo o di un solo partito politico; si prodighino con serietà ed equità al servizio di tutti, anzi con l'amore e la fortezza richiesti dalla vita politica..." (Decreto del 7-X-12-1965, n. 75), e "Sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo (della Chiesa) diritto predicare la Fede e insegnare la sua dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la sua missio­ne tra gli uomini e dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia ri­chiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla sal­vezza delle anime. E questo farà utilizzando tutti e soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e al bene di tut­ti, secondo la diversità dei tempi e delle situazioni" (De­creto del 7-X-12-1965, n. 76).

In forza dei suoi poteri e doveri la Chiesa ha condan­nato i molti aspetti negativi della politica dittatoriale, capitalistica e marxista, confutandoli con la luce della ragione e della Fede. Ha approvato la politica sinceramente e compiutamente democratica, confortata dal consenso di molti non cattolici. Il filosofo ebreo Henry Bergson ha detto: "Il sentimento e la filosofia della de­mocrazia hanno le radici più profonde nel Vangelo... La democrazia può vivere solo dell'ispirazione del Vangelo". E il ministro protestante inglese Stafford Cripps ha fissato un particolare molto interessante: "La democrazia non si regge se non si fonda sopra una vita di preghiera".

Fonte: Pensieri sulla fede - Fede e politica