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I QUINDICI SABATI DEL SANTO ROSARIO DI POMPEI

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Ottavo Sabato




TERZO MISTERO DOLOROSO: GESÙ CORONATO DI SPINE (Mt 27; Mc 15; Gv 19)

Meditazione:
I. Considera, anima mia, come i carnefici, stanchi di battere il Salvatore, lo staccano dalla colonna tutto bagnato di sangue. Mira il tuo Gesù ferocemente lacerato, fatto di tutto il corpo una piaga, andare attorno a cercare le sue vesti, che i soldati per rabbia e per malizia avevano nello spogliarlo gettate qua e là. È costretto ad attraversare tutto il Pretorio e soffrire, passando, le beffe e le insolenze di quegl'indegni che aggiungevano l'insulto alla crudeltà. Egli sopporta i loro oltraggi, come aveva sopportato i loro colpi, con una dolcezza, modestia e pazienza invinci­bile; e, avendo infine trovato i suoi abiti, se ne rivestì. Benché fosse in uno stato da muovere a compassione i cuori più duri, non furono però inteneriti quei lupi spietati: anzi per tormentar­lo di nuovo, inventarono un genere di suppli­zio, che era fin allora sconosciuto, e che mai più si è riprodotto anche nei martini più barbari. Ecco l'effetto che produce il peccato nell'anima, la quale lo commette con sfronta­tezza e con piacere. Un peccato commesso la­scia dopo di sé il desiderio di commetterne al­tri. Anche quando uno è stanco nel peccato, non però ne resta sazio; e benché ne sia perdu­to il potere, si conserva la volontà di peccare. Una delle più grandi illusioni dei peccatori è di credere che si libereranno dalla tentazione col soddisfarla. Il commettere il peccato non fa che aumentare in noi l'inclinazione che ci porta ad esso, perché, secondo l'osservazione di San Gregorio (XXV Morai. 12), il peccato, che non è distrutto dalla penitenza, ci trascina col suo peso a un altro peccato. L'anima, che, peccando perde la grazia di Dio, perde anche la forza di resistere alle occasioni del peccato; ed il corpo è meno capace di essere frenato nelle sue passio­ni, da che ha gustato il piacere di seguirle. Quindi quei manigoldi giungono a perdere ogni sentimento di umanità. I Giudei avevano accusato Gesù Cristo di aver voluto farsi e dirsi re dei Giudei. Ora, battutolo e resolo infame, lo espongono, come re da burla, ai fischi del popolo. Entra tu pure, anima mia, in questo cortile del Pretorio: unisciti a Maria, che, fedele com­pagna dei dolori e delle ignominie di Gesù, si trova anch'ella qui in mezzo a questa plebe furibonda, e ne ode le grida e le bestemmie. Domandale la grazia di comprendere questo profondo mistero e di profittarne, e addolcisci in parte il suo dolore. Tolgono dunque a Gesù nuovamente i suoi abiti già attaccati alle piaghe recenti avute dalla flagellazione; il suo sangue comincia di nuovo a scorrere da tutte le parti. Le coprono di un lacero manto color di porpora, formano una corona tessuta di lunghe spine armate di punte dure e acutissime, e gliela pongono sul capo: e, affinché non gli cada, gliela conficcano a furia di colpi di bastone. Le spine penetrano da ogni parte, per la fronte e per le tempia, e il sangue si spande per la faccia, per il collo, per la persona; quelle spine gli cagionano dolori sì acuti, che gli avrebbero dato la morte, se la virtù divina non lo avesse sostenuto sino alla croce. Ora questi dolori dura­rono fin quando Egli non mori. Oh che pena! Se una spina sola si ficcasse a qualcuno nel capo, di che animo sarebbe egli mai? E certamente, come afferma Sant'Anselmo, il venerabile capo di Cristo, il più bello e il più delicato tra gli uomini, fu trafitto da mille punture. Egli veramente ci ha amato e "si e caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori" (Is 53,4).

II. Se mai hai sofferto mali violenti di capo, fermati per un momento a considerare quanto sensibile fu questa pena al tuo Salvatore tra le altre che tollerava. Il solo pensiero fa inorridire! E, ciò che avrebbe fatto compassione, ciò che non si sarebbe mai potuto vedere senza or­rore nei più vili animali, non servi ad altro, che ad eccitare le risa insolenti e gl'insulti crudeli di quei barbari cuori. Gesù si lascia condurre, spogliare, coronare, come volevano, senza dire una parola, senza fare la minima resistenza, con una pazienza sovrumana; chiudendo gli occhi per l'estremo dolore, tutto offre all' Eterno Padre. Anche qui si adempie la parola del Profeta Isaia: "Ho presentato la guancia a coloro che mi strappavano la barba; e non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi" (Is 50, 6). Gesù qui non aveva gli occhi bendati come in casa di Caifa: qui vedeva gli ossequi insul­tanti che gli si rendevano, vedeva i colpi che gli si preparavano. Tutto soffriva in profondo silenzio, con inalterabile pazienza. "Spogliatolo, gli misero addosso un manto scar­latto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: «Salve, re dei Giudei!» E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo" (Mt 27, 28-30). E perché Cristo sopportava con grandissima pazienza tutte queste cose, si lasciavano tra­sportare a tanto furore. Oh, me superba e vile anima peccatrice, con­sidera quanto siano enormi i tuoi peccati, espia­ti con tanta severa correzione e con tale castigo dell'Eterno Padre! Gesù univa le sue lacrime col suo sangue, che spargeva per te. Così espiava le delicatezze deL tuo corpo, i piaceri della rea carne, il lusso dei tuoi abiti, la vanità che ne ricavi, e l'orgoglio che essi ti ispirano. Così espiava quel desiderio di dominare che si trova in tutti i cuori. Così espiava tutti i peccati che si concepiscono e si mantengono nelle nostre teste prevaricatrici, nella memoria, nella immagina­zione, nello spirito. Così il tuo Salvatore amoroso espiava le cure idolatre che si prendono tante persone mondane per ornare la loro testa orgogliosa e peccatrice, vaghe di esporla al pubblico sguardo, e con esse trarsi dietro adoratori, quando non è che polvere. Ci meritava la grazia della pazienza e della mortificazione, la grazia del disprezzo del mondo, delle sue vanità e di tutta la sua gloria. Ci meritava la grazia dell'umiltà, della dolcezza e della pazienza. Anima mia, nelle tentazioni, nei progetti di fortuna, di ambizione, di vendetta, nei pensieri o nelle immaginazioni impure, pensa a Gesù coronato di spine. E quando soffri tu nel capo, pensa ai peccati che hai commesso; e, per espiarli, unisci il poco che soffri, al molto che Gesù Cristo medesimo ha sofferto per te. Oh, mio Salvatore, quanta parte ho io mai avuto a queste pene che hai sostenute nel Pretorio! Son io che ti ho messo cotesta corona di spine, che ti ho salutato per derisione, che ti ho sputato in volto, che ti ho percosso il capo, che ne ho fatto scorrere il sangue, e che ti ho cagionato sì crudeli dolori. E con quale gratitu­dine ti rispondo io mai?

III. “Allora Gesù uscì portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!» Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo» (Gv 19, 5-6). O mio divin Gesù, io non ti voglio più crocifiggere. Io ti adoro come mio vero Re, ti riconosco mio sovrano Signore in mezzo a tutte queste piaghe, in mezzo a questi obbrobri dei quali hai voluto essere coperto per rivestire me di gloria. Il sangue che scorre da tutto il tuo corpo, non bastava, o Salvatore mio, senza spargere ancora quello del tuo capo? La testa è la parte dove si distinguono gli uomini, dove si trovano i lineamenti della per­sona, dove si riuniscono tutti i sensi e gli organi della vita, dove si palesa la bellezza, dove appaiono la gioia e la malinconia, la sanità e la malattia, e tutti insieme i sentimenti dell'anima. Questa parte appunto, o Signore, è quella che hai lasciato ferire dalle spine e bagnare dal san­gue. E con tali contrassegni riconoscerò te, o amabile Sposo dell'anima mia, "il più bello tra i figli dell' uomo" (Sal 44, 3). E questo è il volto per cui sospirano gli Angeli e che formava la delizia di Giuseppe e di Maria tua Madre, divenuta ora l'afflittissima tra le donne? Adoro, o Dio del mio cuore, adoro l'amore ineffabile che ti ha ridotto in questo stato, e grazie infinite ti rendo di tante misericordie. Miserabile che sono! Questo ancora non basta per farmi amare la croce, le ingiurie, gli obbrobri e tutto ciò che mi rende simile a te, o Dio dell'anima mia? Quando sopravvengono patimenti, io ne sono atterrito; quando durano, ne resto abbattuto; quando me ne vedo libero, ne godo. Quando distruggerai Tu, o mio Dio, la debolezza della mia carne con la forza del tuo amore? Tutti i miei pensieri vanno a terminare alla comodità del mio corpo, alle dolcezze di questa vita, alla vana stima che ho di me stesso, al piacere che prendo dalle lodi degli uomini. Dimentico allora quanto sono miserabile e spregevole agli occhi tuoi. Quando odierò me stesso sino a quel segno che merito? Tu sei coronato di spine, ed io fuggo tutto ciò che mi dà la minima pena! O Madre SS. di Dio, imitatrice perfetta del Salvatore, come sei oppressa dal cordoglio! Se Tuo Figlio innocente è coronato di spine, che diverrò io che sono tutto orgoglio e delicatez­za? Assistimi, o Rifugio dei peccatori, a imitare i suoi esempi; ottienimi la volontà e la forza di sopportare tutte le pene con le quali piacerà a Lui di affliggermi, poiché so che io non posso essere tuo senza croce e senza spine. Angelo mio custode, e voi Angeli della pace, che vedeste il mio Salvatore così sfigurato e sanguinante, e che chiaramente vedete il prezzo delle spine del mio Signore, abbiate pietà di un'anima peccatrice e miserabile, che cerca nel luogo di esilio ciò che si trova solo nella patria, mentre, per essere coronata con voi di gloria in Cielo, è necessario che sia coronata di spine in terra! Amen.

Virtù - Pazienza. Fioretto - Sopporta, senza contraddire, i tem­peramenti difficili delle persone di tua famiglia, che non mancano mai, essendo questi temperamenti necessari per l'esercizio della virtù. Soffri le aridità e le noie dello spirito, le malinco­nie e le tentazioni e anche le infermità, senza lamen­tarti, e senza andare da questo o da quello per nar­rarle o riscuotere compassione. Sostieni anche le calunnie e gli altrui disprezzi senza adirarti, e così avrai trovato la tua pace. Giaculatoria - O Maria, vita e speranza mia, che sarebbe di me se Tu mi abbandonassi?

PREGHIERE PRIMA DELLA COMUNIONE

Anima mia, ora che stai per vedere il Sa­cerdote con la sacra Ostia in mano, che ti dirà: "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo", ravviva la fede e pensa che vedi sotto le specie sacramentali il tuo Gesù coperto da piaghe, coronato di spine, con la veste di por­pora, mostrato al popolo da Pilato, che dice: Ecce Homo: Ecco l'Uomo. Senti queste stesse parole, che a te ripete in questo momento l'E­temo Padre: Figlia, ecco l'Uomo che è il Figlio mio, a me uguale, ed ora fatto fratello tuo e simile a te, e ti ama di amore infinito. Egli è il mio Figlio prediletto; io te lo dono nello stato in cui lo miri. Che posso fare di più per te? Rice­vilo, ascoltalo, amalo, e procura d'imitarlo. Io ti do in Lui i beni che posseggo, un rimedio a tut­ti i tuoi mali, un sollievo in tutte le tue pene, una consolazione in tutte le tue tristezze, il mediatore per tutte le domande. Che cosa ti renderò, Eterno Padre, per que­sta infinita carità? So che per tutti questi beni Tu non domandi che me. Chi dunque sono io, Signore, per meritare i tuoi sguardi e le tue gra­zie dopo tante ingratitudini? Io ti offro il tuo medesimo Figlio, questo Uomo di dolori: Ecco l'Uomo. Te l'offro con tutto il Sangue, con tutti i suoi tormenti, con tutti i suoi meriti, e mi con­sacro per sempre a te con Lui e in Lui. Tu, o Gesù mio, così ridotto, che dici a que­st'anima miserabile, che ora è afflitta di averti oltraggiato? Io sento che mi rispondi da quest'Ostia: anima peccatrice, ecco l'Uomo. Ecco, io sono quest'Uomo che tu cerchi, media­tore tra Dio e te, Salvatore tuo, amante infinito della anima tua: dove vai tu quando mi fuggi? che cerchi quando non cerchi me? che ami quando non ami me? qual padre, qual fratello troverai come me? Ecco l'Uomo: mirami, e chiedimi ciò che brami. Dà pure alle tue brame tutta la estensione che vorrai, perché io per te son coperto di piaghe e bagnato di lacrime. Tutti questi tormenti sono per te: il mio Sangue, la mia persona, la mia vita, i miei meri­ti, sono tuoi. "Venite a me, voi tutti che siete affati­cati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11, 28). Entrate nel mio Cuore per queste piaghe, trae­tene i beni che vi troverete; venite a me, e io vi conforterò, vi amerò, vi colmerò di tutte le deli­zie dell'amor mio. Ed io, Signore, che posso risponderti? Mi prostro ai tuoi piedi, ti adoro, ti ringrazio, ti lodo, ti confesso tutte le mie miserie, e ti ripe­terò cento volte: Ecco l'Uomo. Ecco quest'ani­ma disgraziata che ti sta dinanzi, che tante volte ti ha percosso e sputato in viso. Le mie mani, o Signore, con l'operar l'iniquità ti hanno conficcato queste spine. Ma tutte le miserie non possono togliere la fiducia che ho nelle tue misericordie. Come potrò diffidar di coteste viscere di carità? Posso io mancare di speranza in te, o mio Dio, vedendo quello che soffri per me? Ecco l'Uomo, per il quale Tu ti sei fatto Uomo. Ti scongiuro per questo amore, o Dio del cuor mio, di perdonarmi le colpe passate, di cam­biarmi, di trasformarmi tutto in te. Se cerchi l'umiliazione in me, ne troverai in abbondanza; se vuoi salvare i peccatori, vieni dunque in quest'anima, e salvala. Io vengo a te, Madre di misericordia, e Tu presentami al tuo Figlio, che dalle tue mani voglio ricevere, quest'oggi, affinché, il suo Cuore amareggiato abbia un conforto nel tuo amore e nel mio dolore. San Giuseppe, Padre mio, assistimi. Angeli del Signore, pregate per me. (Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima Vergine di Pompei, come sono a pag. 7).

PREGHIERE DOPO LA COMUNIONE

Ti adoro nel mio cuore, o bellezza celeste, o vero Re del cielo e della terra. Io ti amo e ti abbraccio. Non dirò con Giacobbe: Io non ti lascerò, finché non mi abbia benedetto; ma ripeterò: Io stringo il mio Sposo, e non lo lascerò mai più. Quando vedrò il fuo bel volto, o luce degli occhi miei, o mio amore, o mia gioia? Quante miserie trovi in me da distruggere, o misericordia infinita! O mio Dio e mio Re, Tu ti sei esposto così alla vista dei tuoi amici e dei tuoi nemici con le mani legate, coperto di ignomi­nie e di piaghe e coronato di spine, solo per accendere le anime dell'amor tuo. Esegui dun­que su di me i tuoi disegni, o mia Speranza e mia Vita, rapisci l'anima mia. Quanto più ella èmisera e attaccata alla terra, tanto più farai risaltare in essa la forza dell'amor tuo. O Signore, questa tua corona sarà cambiata in una corona di maestà e di gloria quando ver­rai a giudicare il mondo. Come tremeranno allora i tuoi nemici! Che diranno allora essi? Che diranno allora quelli che ti oltraggiano tutti i giorni? Come resteranno esterrefatti! Sarebbe ancora possibile che io sia nel numero dei riprovati?... Avrò io a temere della tua pre­senza, e poi bestemmiarti in eterno?... Oh, no, no, mio Salvatore, mio Dio: oggi è tempo che Tu mi giudichi, non allora; in questo momento, che io ti tengo stretto nel mio cuore, unico bene, mio amore, mia vita. Ora giudicami, che ti vedo coronato di spine. Qui bruciami, dirò con Agostino; qui fammi soffrire qui non per-donarmi, affinché mi perdoni in eterno. O Gesù afflitto, disprezzato, straziato, io mi getto ai tuoi piedi, e voglio essere tutto tuo. Apri su di me gli occhi della tua misericordia. Compi ora l'opera tua, o Cuore di Gesù corona­to di spine; trapassa da parte a parte questo mio cuore con le tue spine sanguinanti e arden­ti di amore, trafiggilo con queste punte per accenderlo del loro fuoco; pungi il suo intimo orgoglio e respingi da esso ogni sensualità. Io ti offro l'anima mia, il mio corpo, le mie forze, il mio onore, la mia vita e tutto ciò che ho da te ricevuto! Ti offro ancora i miei peccati, le mie miserie e le mie necessità. Fa' sopra di me quello che ti domandano le piaghe onde sei coperto, poiché io sono così miserabile e così cieco, che non conosco neppure ciò che mi con­viene, né ciò che debbo chiederti. Di dunque Tu stesso, Gesù dolce, all'anima mia quanto mi ami, quel che hai fatto, e ciò che hai meritato per me. La sola cosa che io posso fare è di offrirmi a te, d'abbandonarmi in te, o mio Dio, o mio Salvatore, o mia vita! O Maria, un dì benedetta fra le dorme, ed ora la più desolata tra le madri, Tu con gli occhi tuoi mirasti il tuo Unigenito lacerato da piaghe, coronato di spine, col viso sfigurato per il sangue! Chi può misurare l'acerbità di un tale dolore? Dove ravvisi più la bellezza di quel volto, che rinfrancava l'animo tuo nei travagli della vita? Questo è quel Gesù, frutto del tuo castissi­mo seno, che bambino nutristi; dalle cui labbra traesti con teneri baci le dolcezze del paradiso; che palpitante sottraesti alle insidie del crudele Erode; che adulto con te divise le fatiche e i travagli dell'anima; e che ora non ha più l'aspetto d'uomo, ma dal capo ai piedi è come una piaga, come un lebbroso, ed è fatto l'abiezione della plebe. O Madre mia amareggiata per i miei pecca­ti, io voglio aver parte al tuo gran dolore oggi facendomi compagno della tua pena, pregan­doti di scolpirla nel mio cuore, unendomi con più forte amore al tuo prediletto Figlio, che ho ricevuto in questa Comunione. Offrigli insieme col tuo Cuore il mio cuore addolorato, e digli quelle parole ineffabili di amore che io non so dire. Fa' che io diventi un uomo nuovo, e sia nel numero dei tuoi veri figli e devoti. Angelo mio custode, glorioso S. Giuseppe, santo del mio nome, eccelso principe del paradi­so S. Michele, santi eletti Spiriti del cielo, che adorate perpetuamente in questo altare Gesù in Sacramento, e voi tutte, anime beate del cielo, debitrici al Sangue e alle spine di Gesù della gloria che lassù godete, pietà di me. Pregate per questa miserabile anima mia, che esule dalla patria, è sprovvista di ogni bene: ottenetele il vero amor di Dio, la pazienza in tutte le pene, la perseveranza finale. Amen

(Seguono le Orazioni per domandare la grazia di cui si ha bisogno, e le altre Invocazioni e Preghiere per acquistar le Indulgenze, da pag. 8 a pag. 9).

GRAZIA DELLA VERGINE DEL ROSARIO DI POMPEI IN NAPOLI: Nella casa delle Suore del Buon Pastore a Posillipo

È il giorno 10 Aprile del 1890, e un crudele morbo mi piglia alle gambe, sì che dopo due giorni perdei l'uso delle gambe, per modo da non potere più camminare. Quando mi solleva-vano a braccia, io rimaneva tutta curva, e non sentivo più il tatto del piede. Non potevo stare nè in piedi, nè a letto. Due persone mi pigliava­ no sotto le braccia, ed io mi abbandonavo senza forza al loro sostegno. I medici sospettano di paralisi, e dopo molte cure esterne ed interne non riescono a capo di nulla. il male aumenta assai, ed io mi sento morire. Non c'è più rimedio! Una sclerosi del midollo spinale mi porta inevitabilmente alla tomba. Furono fatte molte preghiere, e a vari Santi. Ci rivolgemmo a S. Giuseppe, alla nostra Madre Generale, fondatrice delle Suore del Buon Pastore, la Venerabile Pellettier, a Maria Rosa Carafa, e finalmente al Cuore Santissimo di Gesù; e nulla si ottenne. Quando la Madre Vicaria, Suor Maria di Santa Germana, mi suggerisce il pensiero di ricor­rere alla Vergine del Rosario di Pompei. Con una dolce speranza mi raccomando alla Madonna, e incomincio la devozione dei Quindici Sabati del S. Rosario. E rinnovo le tre Novene alla Vergine di Pompei. Giunsi all'ottavo sabato, in cui si commemorava l'ottavo Mistero ch'è il terzo doloroso; ed era il 24 Luglio. Io ero assai più sofferente degli altri giorni. Quella sera per farmi respirare un po' di aria, mi trascinarono sulla terrazzza, e facevo pena a chi mi guardava. La buona Madre Vicaria, mossa dalla compassione, mi dice: - Io ho fiducia nella Madonna di Pompei: la Madonna di Pompei ci farà di certo la grazia, e facciamo la promessa di scrivere e pubblicare la grazia. Quella notte dormii, e nell'interruzione del sonno altri non invocavo che la Madonna di Pompei. Potenza di Maria! Svegliata appena, sento una forza nuova in me, per cui voglio gittarmi dal letto. È l'ora della preghiera: le monache vanno al coro. Sento fortemente sospingermi. Scendo da me sola diletto, comincio a vestirmi. Io era istantaneamente e miracolosamente risanata!... Compresa da una forza soprannaturale, che mi muove, mi sospinge, mi agita, esco di cella, e come fuori di me per l'allegrezza di vedermi improvvisamente e al tutto sana, mi metto a correre pel corridoio, e in pari tempo mi pongo a gridare: - La Madonna di Pompei mi ha fatto la grazia!... Io sono sana per miracolo, posso camminare e correre!... Usciva in quel momento una mia consorel­la, Suor Geltrude, e nel vedermi, spaventata, gittò un grido. A quel grido accorsero dal coro la Superiora e tutte le monache, circa ventitre persone, poi le sessanta ragazze che erano nell'altro coro. Tra il pianto e la contentezza io saltava, battevo i piedi a terra, e per mostrare ch'ero veramente sana, feci subito due tratti di scala. E quindi ritornando in chiesa, tutta la comu­nità intonò il Te Deum tra molte lacrime e generale commozione. Dopo il Te Deum si emise a coro un grido: - Viva Maria! Viva Maria. La Superiora fece prendere un quadro della Vergine di Pompei, e lo fece esporre sull'altare in chiesa; e tutta quella giornata fu un andare e venire a visitare quell'immagine, di cui Iddio si era servito per visitare e rallegrare con la sua grazia l'umile casa delle Suore del Buon Pastore a Villanova di Posillipo. Il mio cuore a te ho consacrato, o Madonna di Pompei; Tu mi soccorri in questa vita, abbi misericordia di me. Napoli Istituto del Buon Pastore di Villanova di Posillipo, 16 Agosto 1890.

La graziata: - SUOR MADDALENA di S. Giovanni della Croce Grossi Visto per la verità del fatto SUOR MARIA DI S. GERMANA Vicaria dell'istituto del Buon Pastore Sono testimoni del fatto ottantatré persone.

Attestato del Medico. Certifico io qui sottoscritto Dottore in Medicina che Maddalena di San Giovanni Grossi, affetta da sclerosi del midollo spinale, ribelle alle cure farmaceutiche, è guarita mira­colosamente, dopo cinque mesi di malattia, istantaneamente, mercè la SS. Vergine del Rosario di Pompei. Napoli, 17Agosto 1890. Dottor GUGLIELMO ROMANELLI Questa grazia venne pubblicata nel periodi­co IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI nell'Agosto del 1891.