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I QUINDICI SABATI DEL SANTO ROSARIO DI POMPEI

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Settimo Sabato




SECONDO MISTERO DOLOROSO: LA FLAGELLAZIONE DI GESU’ (Mt 22; Mc 15; Lc 22)

Meditazione:
I. Gesù dinanzi ai tribunali. Percorri, anima mia, le vie dolorose che tenne il Padre tuo, l'amoroso tuo Gesù in queste ore di atroci suoi patimenti. Schiaffeggiato nella casa di Anna, passò in quella di Cailas, dove fu vituperato, dichiarato bestemmiatore, reo di morte. E chiuso in una prigione, qui, sino all'alba venne lasciato in balia ai disprezzi, agli sputi e alle percosse della soldatesca insolente. Fatto giorno, trascinato per le vie, passa da due tribunali giudei nelle mani di Pilato e di Erode. Da quest'ultimo vien reputato pazzo; e, come tale, coperto di bianca veste, è posto alla berlina e agli scherni di un popolo sedotto. Mira, anima mia, il tuo Gesù sempre umile, sempre paziente; si fa condurre come agnello mansueto dove la perfidia degli uomini e il furore di Satana lo tormentano. Considera come di fronte alle grida, alle calunnie, ai disprezzi, Egli sta in silenzio. E Gesù taceva, per insegnarti che quando sei accusata o calunniata, devi abbandonarti a Dio, e per amor suo, non cercare altra giustificazione che il silenzio. "Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fron te ai suoi tosatori" (Is 53,7). Così conseguirai la pace del cuore. Quanti Santi, quanti solitari, quanti pacifici ha genera­to questo silenzio di Gesù! Misericordia, Signore, misericordia! Io son carico di peccati, e Tu sei la stessa innocenza: ciò nonostante, Tu ami quelli che ti trattano così indegnamente, sino a morire per essi, ed io conservo i sentimenti di asprezza e di animo­sità per le più piccole ingiurie? Tu permetti che tutti ti giudichino, ed io non voglio essere giu­dicato da nessuno? Quando vedrò io cambiato il mio cuore, o infinita bontà? Confesso innanzi a te, mio Dio, mio Salvatore, mio Maestro, la mia ingratitudine, il mio orgoglio e la mia pre­sunzione: desidero, con la grazia tua imitarti e soffrire in silenzio ogni sorta di pene e di ingiu­rie che mi verranno fatte. Perdono di tutto cuore a quelli che mi hanno offeso, e che mi offenderanno: li dispenso per amor tuo dal restituirmi l'onore che mi avranno tolto, e non voglio averne altro, che quello di servire te e amare te. Distruggi in me ogni sentimento di asprezza e di vendetta, dilata il cuore mio con la tua carità, affinché io ami te senza riserva, ed ami in te tutti quelli che mi perseguitano, "lieto di essere stato oltraggiato per amore del nome di Gesù" (At 5, 41).

II. Tratto Gesù di prigione, trascinato con ignominia per le strade di Gerusalemme, allo scopo di renderlo odioso e spregevole al popo­lo, che suole dalle apparenze giudicare le cose, trattato da maledetto, da seduttore, da pazzo, fu dato in mano ai carnefici, e, insultato e schernito, fu condotto, attraverso Gerusalem­me, alla casa di Pilato. Per la strada gli si fanno mille oltraggi e mille violenze. Non udiva che bestemmie; tirato con funi, sospinto da lance, senza riposo, forzato a camminare, sfinito dalla stanchezza e dalle sofferenze di una intera notte, se cadeva, veniva caricato di colpi e di ingiurie come il più spregevole di tutti gli uomini. Così lo vide il Profeta reale: "Io sono un verme, non un uomo, inffimia degli uomini e rifiuto del mio popolo" (Sal 22, 7) Ed a questo modo dall'orto al Calvario, in men di dodici ore, gli fecero compiere sei viag­gi, e in tutti il dolce Maestro lasciò le tracce della sua inalterabile pazienza, della sua profonda umiltà, della sua carità infinita, della sua incredibile pazienza, della sua profonda umiltà, della sua carità infinita, della sua incre­dibile penitenza. Dèstati, anima mia, esci dalla languidezza e idal letargo in cui giaci. Mira quelle donne che con Maria percorrono le vie di Gerusalemme, bagnandole delle loro lacrime e riempiendo l'aria dei loro sospiri. Riconosci la più bella tra le creature, la più santa tra le donne, la più afflitta tra le madri, riconosci Maria, la madre di Gesù, la tua cara madre, che va in cerca del diletto dell'anima sua, e va per le piazze domandando se qualcuno l'abbia visto. O mansuetissima Maria, tutta la notte perse­verasti in dolorosa orazione, finché non sapesti che il tuo Figlio era nelle mani dei peccatori. Ma quando fu preso e chiuso in una prigione, fatto segno alle ingiurie e alle onte dei soldati, e Tu udisti da Giovanni la notizia dei suoi tor­menti e la sua condanna a morte proferita dal Sinedrio, chi può esprimere le trafitture del tuo cuore? Ma Tu, sempre uniformata a Dio, non ti lasciasti trasportare a nessuno di quei modi sre­golati tanto ordinari alle donne afflitte; e, ben­ché dentro ti crucciasse un dolore ineffabile, non facesti apparire di fuori che perfetta sottomissione. Ecco l'ancella del Signore, ripetevi, si faccia di me secondo La tua volontà. Non si è ancora levato il sole, e Tu lasci la tua silenziosa dimora per trovare Gesù e seguirlo sino alla croce. Ed ecco, alla svolta della via che mena al palazzo di Pilato, appare come un'onda di popolo agitato. È una calca immensa che trascina tra grida di scherni e urli di bestemmie un uc» mo carico di catene, le mani avvinte dietro le spalle, il viso pesto, i capelli strappati, la faccia deforme per sputi e per sangue, tanto che non lo si può riconoscere. Ma il palpito veemente del tuo cuore, o Maria, ti addita in mezzo a quei feroci il tuo innocente Figlio. Tra le male­dizioni della plebaglia e il trionfo dei suoi nemici, sotto quell'abito di ignominia, il Figlio di Dio, mansueto negli oltraggi, tranquillo negli urti, non mormora, né si lamenta di nulla. Questo divino Agnello, trovandosi in mezzo ai lupi, desiderava vedere la sua santa madre; poiché quelli che amano, quando si trovano nella afflizione, sogliono sentire più al vivo l'assenza dei loro amici, e ardentemente ne bra­mano la presenza, sebbene debba essere per loro un accrescimento di dolore. Ma tu, Vergine benedetta, non potesti vede­re il tuo Figlio, nè Egli ebbe questo conforto. Lascia che io ti accompagni finché di nuovo potrai vederlo e consolarti con Lui.

III. La flagellazione. Considera, anima mia, come Pilato, avendo dichiarato l'innocenza di Gesù e pur volendo dar soddisfazione al popo­lo, condanna l'innocente ad essere flagellato in pubblico, per sottrarlo alla morte. Quale giusti-zia! condannare un innocente solo per accon­tentare l'odio dei suoi accusatori! Fatto entrare Gesù Cristo nel Pretorio, lo spogliarono di tutti i suoi abiti, senza che Egli dicesse una parola, o mostrasse resistenza. Allora Egli offre all'Eterno Padre con cuore pieno di amore quella Carne innocente che doveva essere lacerata, e quel Sangue prezioso che da si lungo tempo desiderava di spargere per noi. Quindi lo legano ad una colonna e, senza avere riguardo alla legge dei Giudei che proibiva di dare più di quaranta colpi, seguen­do la legge dei romani per cui il numero non era limitato, ad altro non badavano che a sod­disfare il loro furore. Un intera corte di soldati circondano quel luogo, formando un cerchio di ferro: due nerbo­ruti carnefici che vengono seguiti da altri più robusti e più fieri, dan di piglio a un fascio di verghe e a flagelli di cuoio e di corde fornite di nodi. Guarda, anima mia, il tuo Gesù mansueto, come fosse stato convinto di tutti i delitti impu­tatigli, in piedi, legato a una colonna. Chi potrebbe dire quanto Egli soffriva allora di confusione e dolore? Fin dai primi colpi quella carne verginale resta pesta, rotta, solcata; e da ogni parte zam­pilla il suo sangue. I flagelli traggono con loro brani di carne; e cadendo i colpi sulle vive pia­ghe, ne fanno continuamente delle nuove su quelle che già avevano fatte. Che atroce, che sanguinoso spettacolo! Lo battono senza misura, ed Egli non si lagna: lo lacerano così crudelmen­te, che tutto il suo corpo non è che una piaga. È questo, o divino Gesù, il tormento così crudele e così vergognoso che Tu hai voluto soffrire per noi, e a cui ti sei sottomesso per espiare i nostri rei piaceri? E come posso io ancora offenderti? O mio Dio, con qual titolo ho potuto meritare che tanto soffrissi per me? Tutto avevi predetto per bocca dei Profeti. "Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno fatto lunghi solchi ... (Sal 129, 3)... Dio mi conse­gna come preda all 'empio, ... mi apre ferita su ferita (Gb 16,11.14)... Dalla pianta dei piedi alla testa non c e in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite né fasciate, né curate con olio (Is 1,6). Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiaccia­to per le nostre iniquità" (Is 53, 5). O mio Dio, e tutto questo per i nostri peccati! Come? per scellerati come me, Tu subisci un tale supplizio? Per me, reo di tanti peccati, Tu soffri dolori cosi eccessivi? Che cosa farò io, dunque, o mio Salvatore, per te, e per espiare i miei delitti? Ecco, anima mia, il modello della penitenza, da cui hanno appreso tutti i Santi a trattare il loro corpo e assoggettarlo allo spirito. Poiché mentre siamo in questa vita, l'anima nostra non ha nemico più grande della nostra carne. Questa, sempre ribelle, non vuol soffrire né freno, né giogo; segue senza ritegno le sue ter­rene inclinazioni che i sensi favoriscono; tende verso gli oggetti che desidera, con tanta violen­za, che lo spirito ne è sovente oppresso, e gli dà essa sola più pena che tutti gli altri suoi nemici uniti insieme. Ecco, invece, ciò che hanno prodotto le grandi austerità praticate dai Cristiani dopo la venuta di Gesù Cristo, e sconosciute nei secoli anteriori: i cilizi, le catene di ferro, le discipline, l'applicazione continua a mortificare i sensi: e tutto ciò per timore di vedere, di ascoltare, di dire e di gustare qualche cosa che potesse contaminare la purità del loro cuore. Bisogna prevenire con la mortificazione del corpo la tentazione e la caduta. Lo stesso Apostolo Paolo diceva: "Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù" (I Cor 9, 27). Che se tutta la santità di Davide e tutta la sapienza di Salomone non hanno potuto impedire la loro caduta, poiché si lasciarono lusingare dai piaceri dei sensi, quale sarà la sorte di quelli, la cui vita si occupa tutta nel cercare ciò che può accontentare il proprio corpo? Appunto per espiare e porre argine a questo disordine così comune tra gli uomini, ha voluto il Salvatore che la sua carne innocen­te fosse sì crudelmente lacerata.

ORAZIONE A GESU’ FLAGELLATO

O Dio mio, Amor mio, Vita dell'anima mia, io sono qui colpito e penetrato dal dolore e dalla meraviglia, sì che non posso proferire parola, ma mi prostro ai tuoi sacri piedi, bacio questa terra bagnata dal tuo Sangue, piango qui i miei peccati, causa di sì aspri tormenti; qui confesso la mia miseria, qui aspetto la tua misericordia. Non uscirò da questo luogo, voglio rimanere qui immobile a mirare questo spettacolo. O Sangue preziosissimo e santissimo del mio Signore flagellato, io ti adoro. Non mi allontanerò mai da te, Signore, e rimarrò stret­tamente abbracciato ai tuoi piedi, finché non mi abbia lavato e purificato con questo prezioso balsamo, da cui solo aspetto la guarigione delle mie piaghe. Amen.

Virtù - Penitenza. Fioretto - Mortifica i sensi del tuo corpo, stru­mento di peccato e causa dei dolori di Gesù, privando-ti di qualche cibo che più ti piace, o levandoti dal letto più presto del solito, o facendo un'ora di silenzio. Privati di qualche divertimento lecito. Pratica sopratutto la modestia, massime degli occhi. Non soddisfare quella curiosità che hai dei fatti altrui. Recita oggi il Rosario in ginocchio. Giaculatoria - O Maria, rifugio dei peccatori, in te ho fondato ogni mia speranza.

PREGHIERE PRIMA DELLA COMUNIONE

Ecco l'ora, o mio Gesù, nella quale la tua carne così pura e così innocente fu lacerata per me; aperte e squarciate le tue vene, e il tuo San­gue sparso per la mia salvezza. Questa è l'ora che il Corpo tuo santissimo venne solcato dai colpi crudeli, e più di tutto dai rei piaceri presi con questo corpo. Come senza fremito posso io mirarti così lacerato e pesto? Tu, Gesù mio, nella tua flagellazione hai voluto che il tuo Corpo fosse tutto pieno di piaghe e di aperture, affinché i tuoi figli vi potessero entrare, vi sta­bilissero la loro dimora, e vi trovassero un soa­vissimo nutrimento. Sii per sempre lodato, o mio Salvatore; gli Angeli, il cielo, la terra e le creature tutte ti benedicano in eterno. O mio Gesù, io non ho il coraggio d'imitare le penitenze dei tuoi servi; ma tu mi additi un espediente più dolce da quest'altare: il Sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue sarà per me la forza per vincere le tentazioni, per riparare i peccati della carne, e preservarmi dalle cadute. Con la Comunione e con la medi­tazione dei tuoi misteri Tu mi spingi all'aborri­mento del peccato e alla confidenza in te, che hai voluto essere percosso così crudelmente, per amor mio: m'ispiri la viva idea della santità di Dio e della severità dei suoi giudizi, che su di te innocente rovescia il rigore della sua giu­stizia, solo perché hai la figura di peccatore; mi ravvivi la speranza, ricevendo in te il prezzo esuberante per pagare tutte le colpe e non cadere in disperazione. O Maria, o Madre afflittissima, Tu udisti i colpi della crudele flagellazione: Tu eri nel Pretorio quando la tempesta dei peccati degli uomini si scaricava sulle spalle innocenti di Gesù. Tu vedesti sparso quel Sangue che gli avevi donato: abbi pietà di me, che con i rei piaceri di questo corpo sono stato la causa dei flagelli di Gesù. Ottienimi la grazia di sentire vivamente i dolori di tuo Figlio, di odiare i miei peccati, e, in questo momento, di essere lavato col Sangue purissimo dell’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo (Gv 1, 29). Io ho lacerato il tuo cuore, e io voglio sanano con l'unirmi al tuo Figlio in unione inseparabile d'amore. O Gerusalemme celeste, che continuamen­te sei bagnata dalle fonti del Salvatore, e che trai dalle sue Piaghe tutta la tua bellezza, fa cadere su questa sterile terra alcune gocce di queste acque deliziose, delle quali possiedi la sorgente. Ama, benedici, glorifica per me que­sto Dio di misericordia. Intervenite, o Anime beate, col vostro amore e con la luce di cui siete ripiene; rischiarate le tenebre di cui è ingombro il mio intelletto; investite con una scintilla delle vostre sacre fiamme l'agghiac­ciato mio cuore, affinché io arda un giorno con voi del fuoco stesso che vi consuma. Amen.

(Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la Domanda alla Beatissima Vergine di Pompei. come sono a pag. 7).

PREGHIERE DOPO LA COMUNIONE

Davide dice: "Il passero trova la casa, e la ron­dine il nido dove porre i Suoi piccoli" (SaI 84, 4). E Tu stesso hai detto, o Signore, che "le volpi han­no le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi" (Lc 9, 58). Ecco la casa che Tu hai preparato a st'anima mia, o dolcissimo Salvator mio: le tue Piaghe. In esse trova l'anima mia il cibo per ristorarsi, il rifugio al furore della giustizia divina, il ricovero dalla tempesta delle tenta­zioni, dalle tristezze della vita. O Cuore del mio cuore, o vita dell'anima mia! Pilato ti trova innocente; ma perché egli era crudele ed ingiu­sto, ti fa flagellare per contentare i tuoi nemici! Ancora con questo ha contentato te, che in tutta la tua vita hai desiderato vederti coperto di sangue e saziato di obbrobri. Questo sacro fuoco che arde nel tuo Cuore è insaziabile: vuol consumare tutto, e tutto te stesso ha immolato all'amor mio. Il sacrificio oggi è completo. Trentatré anni Tu hai consumato in stenti, in preghiere per me, in digiuni e fino in tentazioni; ora hai sacrificato la tua riputazione, il tuo onore, la tua dottrina, la tua santità, il tuo pudore, i tuoi amici: e non contento di darmi tutto il tuo Sangue, hai voluto finanche spo­gliarti della tua carne, che a brandelli vedo sparsa per terra nel Pretorio! Che farò io? È giusto che compia il sacrificio per te, o mio tesoro, o amor mio, o vita dell'anima mia. Ecco io mi offro tutto a te, o mio Gesù; permetti che io al posto tuo sia attaccato a questa colonna o che divida almeno con te le percosse che ricevi. Insieme con questo Sacrificio dell'Altare, con questa Comunione, ti offro l'anima mia e le sue potenze, il corpo mio e i suoi sensi. Non mi lamenterò più dei mali che mi accadono, ma li riceverò dalla tua mano. Fa' in me ciò che ti piacerà; castiga, correggi, purifica questa misera peccatrice anima mia: ma tienimi sem­pre stretto al tuo Cuore paterno, alle tue pia­ghe amorose. Fa' che io non ami e non gusti che la croce. E se la mia carne si ribella, rad­doppia i tuoi colpi, finché non sarà interamen­te soggetta al tuo spirito. Nella lettera agli Ebrei mi hai detto, che il tuo sangue ha la forza di "purificare la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio viven­te" (Eb 9, 14). O Agnello divino, che cancelli i peccati del mondo, rivolgi gli occhi su questo lebbroso coperto tutto di ulceri, piagato da capo a piedi e pieno tutto di peccati e d'imper­fezioni. Lavami in questo Sangue che scorre da tutto il tuo corpo. Tu dicesti a San Pietro: "Se non ti laverò, non avrai parte con me" (Gv 13, 8). Signore, ecco la mia testa, le mie mani, i miei desideri, la mia volontà, il mio intelletto, le mie opere, i miei pensieri, i miei affetti, i miei sensi interni ed esterni: lava tutto, poiché tutto è con­taminato; purifica tutto, poiché tutto è corrotto; guarisci tutto, poiché tutto è infermo. Cambiami con la virtù del tuo Sangue prezioso, affinché possa unirmi a te, o purità infinita, e da per tutto possa servirti, o Agnello innocen­tissimo! poiché Tu sei al tempo stesso mio pastore, mia guida, mio nutrimento. Infiamma il mio cuore dell'amore divino, che è il fine ulti­mo della tua flagellazione, il compendio e la perfezione della Legge, il centro di tutto il paradiso, e l'ultimo termine dei miei sospiri, dei miei pianti, dei miei travagli in vita e in morte. Amen. (Seguono le Orazione Per domandare la grazia di cui si ha bisogno, e le altre Invocazioni e Preghiere per acquistare le Indulgenze, da pag 8 a pag. 9).

GRAZIA DELLA VERGINE DEL ROSARIO DI POMPEI IN LECCE: Una strepitosa conversione

Il primo giorno dell'anno 1890, in cui la Ver­gine di Pompei doveva avere la massima esal­tazione dal Pontefice del Rosario, Leone XIII, perché ne rendeva il culto universale nel mondo, nella gentile e pia città di Lecce avveni­va un fatto di misericordia, il cui simigliante si legge nelle prime pagine della storia del Cristianesimo. Esso fu pubblicato ne IL RosARIO E LA NUOVA POMPEI nel quaderno VI, 1890. Nella vasta chiesa del Rosario di Lecce, essendo spettatrice una folla di signore, di avvocati, di studenti e di artisti, ond'è compo­sto il popolo di quella colta cittadinanza, si pre­sentava all'Altare pel Sacrificio divino un sacerdote il quale, dopo trent'anni di ignobile divorzio con la sua illibata Sposa, la Chiesa di Gesù Cristo, tra le lagrime di pentimento e una confessione pubblica delle sue colpe, offriva a Dio la prima volta, dopo sì lungo intervallo, la Vittima dell'espiazione e del perdono. Quel popolo colà gremito confuse le lagrime sue con le lagrime di quel pentito, il quale, novello Saulo, da persecutore di Cristo, era divenuto, per un insigne miracolo della pietosa Regina di Pompei, un vaso di elezione. Il nome di quel sacerdote, che rendeva al mondo novella testimonianza della potenza della Madre di Dio invocata sotto il titolo del Rosario di Pompei, era noto per la sua pubblica ritrattazione e per la pubblica sua confessione. Era il Rev. Pasquale Bortone. Il fatto straordinario è scritto dal venerando pastore di quella Diocesi, dall'Eccellentissimo Monsignor Salvatore Luigi Zola, Vescovo di Lecce: il quale, per sentimento di tenero affetto che portava alla nostra Regina della Valle del Vesuvio, si riputava avventurato di poter testimo­niare al mondo un insigne prodigio da cotanta Vergine largito nella sua diletta città di Lecce, onde ritornava all'ovile una sua pecorella smarrita. Era l'anno 1860 e D. Pasquale Bortone, sacer­dote della città di Lecce, preso dalla novità dei tempi, e allettato da giovanili passioni, volle scuo­tere il giogo soave del Signore. Dimentico della eccelsa dignità a cui Iddio lo aveva sublimato, nulla curando i vincoli indissolubili che lo legava­no a Cristo e alla Chiesa, volle miseramente apo­statare. Ed eccolo, novello figliuol prodigio, andar ra­mingo di qua e di là lungi dalla casa paterna, e portando sempre seco nell'animo il crudele rimorso che dì e notte lo straziava al ricordo del tradimento fatto al suo Dio. - Invano (egli diceva nella pubblica confes­sione) cercavo di distrarmi in passatempi e diver­timenti: invano io cercavo la pace in quanto di lusinghiero e dilettevole potesse offrirmi il nuovo mio stato: i rimorsi erano sempre lì a straziarmi l'animo, e a cacciarmi il sonno dagli occhi. È superfluo dire come, dato il primo passo, egli precipitò poi di abisso in abisso; e però il Bortone, rotta la fede a Dio giurata nella Ordinazione, aggiunse traviamenti a travia­menti. Passò trent' anni in questa vita di peccato. Una sola cosa ritenne della sua vita giovanile: in tale stato miserabilissimo non si dimen­ticò di Maria. Notino bene quanti leggeranno questa relazione, la misericordia della eccelsa Signora! - Io pregavo sempre la Madonna, quan­tunque senza fiducia: - così scrive egli stesso. Nel 1888 il Bortone si ridusse in sua patria, Lecce, ma così male andato in salute, che face­va pietà. Dal certificato medico, che venne pubblicato nel detto Periodico, si rileva che l'infelice, per errori dietetici, soffriva disturbi gravi del siste­ma nervoso, paralisi incompleta di senso e di moto in quasi tutta la persona, per cui aveva un tremore continuo agli arti inferiori e supe­riori con indebolimento considerevole di forze. Aveva altresì disturbi intellettivi, poiché credeva che tutti gli volessero del male, diffida­va quasi sempre di ogni persona e di ogni cosa. Senza salute, senza la grazia di Dio che infonde la pazienza e la rassegnazione nella infermità, Pasquale Bortone si dié in braccio alla dispera­zione, e per ben due volte tentò perfino di sui­cidarsi!... In tale stato venne trovato dal medico dot­tor Luigi Sellitto di Lecce, il quale, chiamato per curano, visto lo stato dell'infelice tanto grave, francamente dichiarò che disperava la guarigione di lui. - Lo curai per circa quattro mesi con nes­sun buon risultato - scriveva il medico nel suo attestato. Anzi la paralisi invadendo le braccia e le mani, lo ridusse a tale, da non poter apporre la propria firma al certificato della pensione che doveva riscuotere ogni mese. Lo sciagurato per sua buona ventura era stato accolto nella famiglia di un suo nipote, avvocato del Foro leccese, Sig. Nicola Bortone. Questi, che ad una soda pietà congiunge lo zelo apostolico pei Santuario di Pompei e una tene­ra devozione alla SS. Vergine invocata sotto tale portentoso titolo, da più tempo si era rivol­to a questo Santuario per raccomandazioni di preghiere a tutta la Confraternita, e massime alle Orfanelle della Madonna di Pompei. Giunse la solennità del Rosario del 1889, ed egli vi si apparecchiò con la Novena alla Vergine del Rosario di Pompei per ottenere la grazia nei casi più disperati. E per fare maggior violenza al Cuore della clemente nostra Regina, univa le preghiere che si facevano in sua casa con le preghiere che si facevano dalle Orfanelle in questo Santuario. L'effetto di tanta fede e di tante preghiere fu che la Beata Vergine non abbandonò mai quell'anima, tuttoché traviata. Pasquale Bortone, lacerato dai rimorsi, provò pure qualche volta di rinconduarsi con Dio con la sacramentale confessione; ma quando gli si ingiungeva di fare pubblica ritrattazione in ripa­razione dei pubblici scandali, rifuggiva tenace­mente restio, e dava anche in escandescenze ed in furie. Egli era iscritto alla Massoneria. Così durarono le cose sino alla scorcio di Novembre 1889. Era il 29 di quel mese, in cui tutti i fedeli rivolgono il loro animo affettuoso alla Vergine Immacolata, intraprendendo la Novena di apparecchio alla sua festa degli 8 Dicembre. La famiglia dell'Avv. Bortone si fa coraggio di proporre all'infermo di incominciare tutti insieme una Novena alla prodigiosa Vergine di Pompei, perché potesse ottenere almeno un lenimento a tante corporali sofferenze, e conse­guire almeno il beneficio del sonno. L'infermo acconsente; e incomincia anche egli insieme coi suoi nipoti, la Novena alla Vergine di Pompei secondo il metodo del libretto in uso in questo Santuario. Il primo triduo è compiuto. Era la notte sopra la Domenica, primo giorno di Dicembre, quando il Bortone vede in sogno, ma distinta­mente, la Beatissima Vergine tal quale si venera in Pompei, che gli dice: - Confessati e riconciliati con Dio, che sei ancora in tempo di farlo. Si desta egli con una certa impressione che sul principio gli dà a pensare; ma poi finisce col non dare altra importanza alla visione, che quella che merita un sogno, e quindi non ne parla, e non ne fa conto alcuno. La notte seguente ecco di nuova la stessa Beata Vergine che con più pressanti parole lo anima alla totale riconciliazione con Dio, e lo assicura che trionferà. - Fa' presto, - ripiglia la Madonna, - chiama il Confessore, confessati, ed avrai il trionfo. Nel giorno della mia festa ti dovrai comunicare. Si desta il Bortone tutto mutato in altro. E la benedetta Regina che suole largheggiare non solo in grazie spirituali, ma anche largisce benefizi temporali pei fine di richiamare le anime perdute al Cuore di suo Figlio, con la salute dell'anima gli ha ridonata anche quella del corpo. La paralisi è sparita di repente da quella persona estenuata e stanca. Quell'infermo, divenuto insopportabile a se stesso, tanto che era condotto sino al suicidio, si leva diletto sano!... Gli tardava di vedere la luce. Fatto appena giorno, manda per il Parroco di Santa Maria della Porta, Rev. D. Giuseppe Caprioli, con lagrime narra quanto ha fatto la Vergine per lui, chiede un foglio di carta; e quello stesso Bortone che, come consta da atto notarile, non poteva segnare né anco la propria firma, scrive con pugno fermo la sua ritrattazione e la rimet­te al suo Vescovo. Ecco la sua testuale dichiarazione: «Io qui sottoscritto Sacerdote Pasquale Bortone, preso dalla grazia di Dio, e per il patrocinio di Maria SS. di Pompei, mi ritratto di tutto ciò che ho potuto dire, o fare contro di Dio, della Chiesa e degli obblighi del mio stato. Prego Iddio e Maria Santissima aiutarmi sem­pre, onde con una buona vita possa riparare lo scandalo dato, e morire in seno della Chiesa Cattolica». «Lecce, il 3 Dicembre 1889». BORTONE PASQUALE, Sacerdote

La notte dormi placidamente. Era la prima volta, dopo trent'anni di rimorsi che gustava la dolcezza del riposo di una coscienza riabilitata dalla grazia divina. Pochi giorni dopo scrisse anche di proprio pugno una relazione della grazia miracolosa avuta dalla Vergine. La conversione fu completa; e quegli che prima per rispetto umano non solo non voleva far pubblica ritrattazione, ma raccomandava al Parroco Caprioli, che quando lo visitava, non si lasciasse vedere da altri nello entrare in casa sua, pubblicata appena la ritrattazione, comprò varie copie del Periodico leccese il VESSILLO DELLA VERITÀ che la pubblicava, per mandarle in quei luoghi, dov'egli aveva dato scandalo vivendo da secolare, laddove era Sacerdote. Adempito finalmente a quanto in simili oc­correnze prescrive la Chiesa, l'Ecc.mo Vescovo di Lecce, Mons. Zola, poté riabilitarlo al mini­stero sacerdotale. Innanzi altro Io fece ritirare per alquanti giorni per un corso di spirituali esercizi. Quindi lo ammise alla celebrazione del divino Sacrificio. Venne ordinata a ciò una giornata solenne, il Capodanno del 1890. La chiesa scelta alla tenera funzione fu quella vasta del SS. Rosario di Lecce. La novella del fatto e dell'avvenimento al tutto nuovo che andrebbe a compiersi, trasse a quel tempio innumerevole popolo non solo di artisti e di operai che formano la cittadinanza di Lecce, ma ancora l'aristocrazia e la gioventu studiosa e le più nobili celebrità del foro. Ed in quel giorno solennissimo il Sacerdote D. Pasquale Bortone, riconciliato con Dio e con la Chiesa, celebrò, dopo quasi trent'anni d'interruzione, il Santo Sacrificio. Egli nel mattino di Martedi, tre di Di­cembre, nell'impeto del fervore della sua recen­te conversione aveva significato essere sua determinazione, a riparare il pubblico scanda­lo, di volersi confessare in pubblica piazza. Il prudente Vescovo approvò la disposizione di quella volontà mutata da mano onnipo­tente, ma invece della piazza assegnò la Chiesa. Ed il Rev. Bortone, compiuto il Sacro Mistero, volle egli stesso di propria bocca nar­rare al numerosissimo uditorio i prodigi di Maria del Rosario di Pompei, che lo aveva con­vertito e guarito, chiedendo a tutti perdono degli scandali dati. Quanti erano in chiesa non seppero trattenere le lacrime per la commozio­ne; riconoscevano tutti in quell'uomo un por­tento della Misericordia di Maria. E così ne uscivano da quel tempio lodando e benedicendo la potenza di quella Signora, che oggi a pro dei peccatori ha aperto una novella fonte di grazie dal suo Trono di Pompei. lì convertito si ritirò dal mondo, si rinchiuse nel Santuario di Lecce, ed attese a riparare con una vita veramente penitente gli scandali dati. Oggi con questo fatto meraviglioso e straor­dinario si apre alla mente degli uomini un lembo dell'arcana cortina che copre il mistero divino involgente il Santuario di Pompei. Oggi i disegni di Dio su questa novella Arca di Salute incominciano a manifestarsi agli uomini di buona volontà con un chiarore luminoso, che quasi non è più fede. Perché dunque di così singolare amore ha pri­vilegiato Dio i secolari e i peccatori in Pompei? Oggi, o fratelli, poi che avete letto il novis­simo trionfo della Regina delle vittorie, voi stessi risponderete: - Che Iddio sceglieva nel suo tempio di Pompei secolari e peccatori per convertirli e salvarli per mezzo della Madre sua, e dopo di essi, una lunga schiera di altri peccatori sarebbe convertita in novelli schiavi fedeli alla Regina del Cielo, ed in novelli ban­ditori delle sue inaudite misericordie. Ecco dunque rimosso un lembo del miste­ro: il tempio di Pompei, fatto da peccatori, è destinato da Dio alla confessione dei peccatori.

IN PALERMO: Suor Silvia Manzella è prodigiosa­mente liberata dalla tisi per la devozione dei Quindici Sabati

Il 3 Gennaio del 1906 fui colta da febbre accompagnata da sudori, tosse, dolori alle spalle e al petto, e che dava a presagire qual­cosa di grave, specie per una costituzione così gracile, come la mia. Si volle fare analizzare lo sputo, e dall'ana­lisi risultò che vi erano molti bacilli di Koch. Intanto la malattia faceva il suo corso, le consorelle mi esortavano a pregare la Vergine di Pompei per ottenere la guarigione. Incominciai allora i Quindici Sabati: le mie allieve pregavano anch'esse con fede vivissima e grande fervore. Si domandava una grazia straordinaria, un vero prodigio; ma ha forse limiti la misericordiosa potenza di Maria? In questo tempo la febbre andava cessando, la tosse diminuiva a poco a poco, l'espettora­zione spariva del tutto. Al termine dei Quindici Sabati si mandò nuovamente l'espettorato al gabinetto chimico, e il risultato fu migliore perché vi si trovarono rarissimi bacilli. Si ricominciarono i Quindici Sabati, compiti i quali, la mia buona Superiora volle che fosse ancora per una terza volta analizzato lo sputo. Ed oh, consolante stupore! il certificato que­sta volta fu completamente negativo. Per mag­gior sicurezza si richiese anche l'esame al gabi­netto dell'Ospedale; si ebbe lo stesso responso del tutto negativo. La prima Domenica di Ottobre, festa del Santissimo Rosario, completamente risanata, potei riunirmi alle consorelle e alle alunne per ringraziare, nella cappella, la benedetta Vergine del Rosario di Pompei. Ed ora non soffro più nulla; ho superato un inverno rigidissimo in perfetta salute e così rifatta da recare stupore a chi mi vede. Ne siano rese fervide, infinite grazie alla gloriosa Madre delle Misericordie e Regina delle Vittorie! Palermo, 23 Gennaio 1909. SUOR SILVIA MANZELLA Serva dei poveri (Da IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, Anno XX VII).

IN SIENA: Suor Maria Caterina Prunetti, benedetti­na, ottiene la guarigione per la devozione dei Quindici Sabati e la recita del S. Rosario

A maggior gloria di Dio e della celeste Regi­na Le invio la narrazione della portentosa gua­rigione ottenuta, accludendo l'attestato medico dal quale rileverà la grave malattia di cui ero affetta. Perduta ogni speranza di guarigione, abban­donata dai medici e rassegnata alla divina volontà, nella giovane età di ventotto anni, avevo fatto già il sacrificio della vita. Nondimeno incominciai i Quindici Sabati alla SS. Vergine del Rosario di Pompei. Il sei Agosto mi sentii spinta con maggiore fede a rivolgermi alla potente Regina: - Cara mamma, le dissi, S. Stanislao in occa­sione della gloriosa vostra Assunzione vi supplicò di venire in Paradiso a celebrare questa solennità, e fu da Voi esaudito; io non ardisco per la mia indegnità chiedervi tanto, ma, se è conforme alla vostra santa volontà e a quella di Gesù, vi chiedo la grazia della salute per poter servire alla Comunità Religiosa della quale fo parte. In quello stesso momento, io non so esprimere ciò che passò in me. Una voce celeste parlò al mio povero cuore e sentii dirmi: - Ti voglio guarire! Tu poi corrispondi alla grazia! Il miracolo era già avvenuto! I miei occhi versavano lagrime di gioia... In quello stesso giorno, potei assistere alle Ore Canoniche e prender parte alla mensa comune; dopo pochi giorni ripresi gli esercizi comuni, lasciati da ben cinque anni. In una parola, grazie alla celeste Benefattrice, sono completamente guarita. Tutte le mie consorelle non cessano di applaudire al miracolo. A me altro non resta se non di corrisponde­re alla grazia ricevuta. Siena - Monastero della Madonna presso il Regio N. 2, 4 Dicembre 1904. SUOR MARIA CATERINA PRUNETTI Benedettina IN LAUREANA: Grazia all 'Avv. Francesco Carlizzi nell'ultimo dei Quindici Sabati precedenti la festa degli 8 Maggio

«Con l'animo pieno di gioia e di profonda commozione partecipo una grazia grande che la SS. Vergine di Pompei concesse alla mia figliuola Maria nel Maggio dello scorso anno 1903. La mia bambina Maria, di anni sei, da pa­recchio tempo era pallida, e dimagriva di gior­no in giorno. Noi di famiglia, come anche il medico, non sapevamo spiegarci il suo deperi­mento. Un male latente vi doveva essere, ma quale?... Non riuscivamo a comprenderlo. Senonché un giorno la ragazza accusò un dolore al ginocchio sinistro, che non le permet­teva di camminare. Subito la facemmo visitare dal medico, ma questi ci dette la dolorosissima, anzi straziante sorpresa: trattasi cioè di un tumore freddo d'indole maligna!... Incominciammo a prestare alla fanciulla tutte le cure possibili, ma invano!... Il gonfiore con nostro spavento andava aumentando, e la bambina nel letto non poteva più muoversi!... Allora ricorremmo alla nostra Madre SS. di Pompei!... Era la sera del Venerdì che precede­va l'ultimo dei Quindici Sabati in preparazione alla festa della Vergine di Pompei degli 8 Maggio. Perduta ogni speranza nella scienza, non vedevo brillare nell'animo mio se non il nome santissimo della Vergine di Pompei, e in uno slancio di fede, facendo l'ultima medicatura della giornata alla bambina, misi sul ginocchio ammalato un bigliettino, ove è stampata la scritta - V. R. Pompei o. p. n. - Poi rifasciai il ginocchio, e, raccomandandomi alla potente Regina per ottenere la sospirata grazia nel gior­no seguente, ultimo dei suoi Sabati, esclamai con viva fede: - Voi sola, Madre mia, potete guarire la mia creatura, la mia piccola, ma infelice creatu­ra! Esaltato dalla mia fede e da un interno pre­sentimento di grazia, la mattina del Sabato non vedevo il momento di fare alla fanciulla la medicatura. Oh prodigio! Nello sfasciarla mi accorgo subito che il gonfiore non esisteva più. Comincio a gridare: - Miracolo! Miracolo! Accorrono tutti di famiglia, e poco dopo giunge il medico curante, il quale non trova più gonfiore, né indurimento, né alcuna traccia del male sofferto. Di fallo la bambina, che da circa due mesi giaceva in letto e non poteva poggiare il piedi-no per terra, si alzò e poté camminare, correre e saltare con le sorelline sue, senza accusare più alcuna sofferenza:... Laureana, 14 Agosto 1904. Avv. FRANCESCO CARUZZI» (Da IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI, Anno XXIII).