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I QUINDICI SABATI DEL SANTO ROSARIO DI POMPEI

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Terzo Sabato




TERZO MISTERO GAUDIOSO: LA NATIVITA’ DI GESU’ CRISTO (Luca 2, 1 14)

Meditazione:
I. Giunta l'ora in cui il Verbo incarnato doveva nascere da una Vergine e comparire nel mondo, lo slancio della sua gioia fu sì grande, che il Profeta lo paragona col primo sforzo che fa un gigante per qualche grande intrapresa: Saltò, dice egli, come gigante a divorare sua via. Ec­co il racconto che ne fa l'Evangelista San Luca. "In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era gover­natore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi regi­strare insieme con Maria sua sposa, che era incinta" (Lc 2, 1-5). Maria e Giuseppe dunque ubbidiscono anche alle autorità terrene. Lunga era la via e disastrosa, e nei rigori dell'inverno. E stanchi dal viaggio, Maria e il santo suo Sposo entrarono in Betlemme. Quanto non fu grande la loro pazienza, quanto non fu perfetta la loro rassegnazione nei rifiuti che soffrirono nella città di David! Non una casa, non un albergo che li accogliesse per qual­che notte. Si inoltrano nella città, ne percorrono le con­trade, tutto è occupato da forestieri. Tornano indietro, pregano, sollecitano: tutto è inutile. Parenti, amici, persone di conoscenza, tutto è sordo alle loro voci: altro non ricevono che rifiuti. O santa povertà! Sei così peregrina da non trovare chi ti accolga in questo misero mondo? sino a far ripudiare la stessa Madre di Dio che n'era adorna? La povertà è obbrobriosa e spregevole agli occhi degli uomini, ma è fuor di misura più cara agli occhi di Dio. "Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si com­pirono per lei i giorni del parto" (Lc 2, 6). Si accor­ge Maria dell'imminenza del parto, non per dolori sopraggiunti, come alle altre donne, ma per l'accrescimento del suo amore e del deside­rio che aveva, di mirare con i suoi occhi e strin­gere tra le sue braccia il Figlio unico di Dio e suo. Ma in che stato si trova! In quale tribolazione si trova Giuseppe! Il freddo, la notte, l'oscu­rità, il concorso di una folla di stranieri, il tumulto aumentano la loro pena, il loro imba­razzo, la loro fatica. Eppure non sfugge loro una parola di lamento. Meglio istruiti degli altri uomini dei segreti della condotta di Dio, ben sanno che quelli che Egli sceglie per le sue più grandi imprese debbono essere disposti alle più dure prove.

II. Ammira, anima mia, la loro povertà. Esclusi da tutte le case per la moltitudine degli ospiti, di qua, di là, per vie scoscese, per aspri sentieri raggiungono la campagna, ed unico asilo ai più grandi personaggi della terra è una stalla! Qui Iddio conduce le due persone più sante e più care che abbia create, Maria e Giuseppe. Ravvisano essi la mano che li dirige, la adorano con amore e rassegnazione. Per ri­compensare la loro fedeltà, il Signore li colma dei favori più segnalati, e dà loro la consolazio­ne di essere i primi a vedere il Verbo di Dio fatto Carne. In un angolo, dunque, di questo rifugio, ben conveniente alla nascita di un Bambino desti­nato a morire un giorno su di una croce, Maria entra in profonda contemplazione e, restando sempre quale era stata, Vergine e Immacolata, diviene realmente Madre mettendo al mondo il suo Figlio, Capo, Erede e Primogenito, secondo la carne, della Casa di Davide. Il Verbo Incarnato per sua propria virtù divina, come raggio di sole che entra per la finestra senza romperne il cristallo, entra nel mondo per mezzo di Maria Vergine in un pic­colo corpo, ma bello infinitamente. E chi può ritrarre parole e sentimenti del cuore di Maria e di Giuseppe in quell'ora! Gli Angeli riconoscono e adorano il nato Bambino come loro Signore e, chiamati i pastori, cantano: "Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini che Egli ama" (Lc 2, 14). Guarda, anima mia, la Regina del Cielo e della terra. Ella avvolge in poveri panni il Creatore del tutto, e lo pone a giacere nella mangiatoia, che serve da culla. Chiama il suo vergine Sposo, e con lui gli rende le prime e le più pure adorazioni che la terra gli abbia mai rese! Rallegriamoci con questa divina Madre e con S. Giuseppe; alle loro uniamo le nostre lodi! Procuriamo sopratutto d'imitare la loro povertà, la loro rassegnazione, la loro pazienza, la sottomissione e la fedeltà ai disegni della Provvidenza Divina. O santa Divina Provvidenza, come sei ammirabile nelle tue disposizioni, benché sem­brino allo stolto mondo effetti del caso! L'imperatore romano che col suo editto compie i disegni di sua politica e di sua vanità, è occa­sione perché Maria vada a Betlemme e quivi nasca Gesù per compiere la profezia, che ivi indica il luogo della sua nascita. Gesù è scritto nei registri dell'Impero, affinché resti manifesto alle nazioni della terra quali furono il luogo e il tempo della sua nascita, e com'Egli è il Figlio di Abramo e l'erede di Davide. Gesù nasce in una stalla, è adagiato in una mangiatoia, per essere il fondatore di un impero eterno che deve sot­tomettere tutti alle leggi dell'umiltà e del distacco dalle ricchezze. Agli occhi della carne tutto appare effetto del caso, perché l'uomo animale non assurge dalle cose visibili alle ivi­sibili, ignora quindi la ragione ultima delle cose, e non si accorge che è Dio a governare il mondo. Signore, io riconosco e adoro la tua adorabi­le Provvidenza! Gli uomini son ciechi nei loro giudizi. Io per me in qualunque stato di priva­zione, di umiliazione, di contraddizione mi troverò, riconoscerò sempre che da te queste mi vengono o sono permesse per effetto d'ineffabi­le provvidenza, la quale tutto riordina a bene mio e a gloria tua.

III. Ma chi è mai questo Gesù nato in una mangiatoia? Egli è il nostro Dio, ma Dio vera-mente nascosto, come lo chiamò Isaia: uguale al Padre per la divinità, e simile a me per l'uma­nità, tranne il peccato. O vaghissimo Bambino, la fede ti rivela al mio cuore come mio Salvatore e mio modello! Tu mi ammaestri assai di buon'ora all'ubbidienza, all'umiltà, alla mortificazione, al distacco, alla santa povertà, al reale disprezzo di tutto ciò che il mondo stima, e alla vera stima di tutto ciò che il mondo disprezza. Quanto sono eloquenti le voci di questa stal­la e di questa mangiatoia! O grande Iddio! L'Eterno è fatto bambino di un giorno! Il Verbo creatore, che disse, e fu fatto, è creatura senza parola! L'Onnipotente è un debole bambino! Vedi, anima mia, quel tenero corpicciuolo come è offeso dalla durezza della mangiatoia; le sue delicate membra soffrono già il rigore del freddo; gli si coprono di lacrime gli occhi ama­bili, non per piangere i suoi mali, ma per lavare i tuoi peccati! E stimi tanto le comodità tempo­rali e le cerchi con tanta ansietà? Gesù Cristo ha trattato con tanta asprezza il suo corpo puro e innocente, e perfettamente sottomesso alla volontà divina, e tu ricerchi tanta mollezza nel tuo che è un corpo di peccato e nemico della tua felicità! Volle che il suo corpo, benché santo e delicato, fosse posto in terra su un po' di paglia, perché conosceva quanto l'amore di nostra carne, e la falsa pace che noi abbiamo con le sue prave voglie, son pericolose per la salute. Esse ci fan perdere tutto il frutto delle pene che il Salvatore ha tollerate per noi, e dei meriti che ci ha acquistati. Ahimè! gemeva S. Bernardo, noi non saremo al tutto liberi dell'amor proprio se non nel Cielo. Che se l'amor proprio senza la debolezza del corpo ha precipitato sì gran numero di Angeli nell'inferno, che non farà in creature impastate di fango, che si abbandonano alle loro passioni? Io ti adoro, o Verbo Incarnato! Io ti adoro, o Figlio di Dio vivente! Io ti adoro, o Dio vero, rivestito della mia carne e soggetto volontaria mente alle mie miserie. Vieni con la tua grazia nell'anima mia, e sii il mio vero Salvatore. Quanto mi trafiggono quelle tue prime lacrime che versi alla vista di tutti i peccati del mondo! Io ho già sacrificato alle cure della terra e del mio corpo una gran parte di mia vita; ciò che me ne resta non è troppo per meritare il Cielo. Cominci almeno ora, o mio Dio, a servirti! Io sono penetrato dal dolore dei miei peccati, e desidero sinceramente piangerli insieme con te. Ma tocca a voi, o lacrime Onnipotenti che aprite il Cielo, tocca a voi di aprire i miei occhi per sanare la cecità dell'anima mia. Lavate, o dolci lacrime, tutte le macchie del mio cuore. O lacri­me che penetrate il cuore dell'Eterno Padre, penetrate anche il mio, e accendetelo dell'amor di Dio, e dell'odio all'amor profano. Maria, Giuseppe, io non merito di essere ascoltato; con la vostra intercessione io spero di conseguire tutto.

Virtù – Povertà Fioretto - Ama la povertà, la frugalità nei pasti, contentandoti di cibi comuni; la semplicità nel vestire lasciando il fasto e le vanità. Soffri con pazienza la mancanza delle stesse cose necessarie, ed abituati a non ambire le ricchezze, né molto dolerti della loro perdita. Giaculatoria - O Maria, vera Madre di Dio, ricordati che sei pure mia Madre.

PREGHIERE PRIMA DELLA COMUNIONE

Vieni in me, o mio Salvatore, dègnati di nascere nel mio cuore: da te mi aspetto la gra­zia che io sia povero di spirito, umile di cuore, come straniero sulla terra, mortificato e ubbi­diente, come sei Tu nella tua mangiatoia. Tu ti sei fatto bambino, o divino Gesù, affinché io possa divenire uomo perfetto. Tu hai sofferto di essere avvolto nelle fasce per sciogliere me da tutti i lacci del peccato. Tu hai voluto giace­re in una stalla per ammettere me a questo tuo Altare nel tempo, e alla tua gloria nell'eternità. Tu sei disceso in terra per innalzarmi sino al cielo; e il rifiuto che hai sofferto allorché ti fu negato un luogo negli alberghi, assicura a me stesso una dimora nel tuo Paradiso. Ben lo vedo, o Signore: l'amore è quello che ti attrae, e l'amore è quello che Tu chiedi. Tu vieni in que­sto momento a noi tutto fiammeggiante di que­sto fuoco divino, affinché di altro fuoco noi non ardiamo. Tu lo diffondi dovunque, anche su quelli che si perdono, e si perdono sol perché chiudono i loro cuori a queste fiamme che il tuo Cuore emana. Io ti apro il mio cuore, o Signore, io lo abbandono tutto al tuo amore, e la maggiore mia brama è che ne resti consuma­to. Perché non ho io un amore infinito per amarti infinitamente? Ma Tu puoi darmelo, Bambino celeste, e per questo io voglio ricever­ti oggi. Vieni, o mia salute; vieni, o mia gloria, vieni. Tu che sei il desiderio dei colli eterni e la felicità della tua creatura, vieni in questo cuore, arido come terra deserta, vuoto di tutti i beni, e pieno di tutti i mali. O Maria, Tu non trovasti albergo per il tuo Figlio? eccolo, io te l'offro in questo mio cuore. È freddo, è indegno, è vero: ma non sei Tu la Madre di Dio? l'Onnipotente per grazia? la Dispensatrice di tutti i doni? Mutami Tu questo cuore e rendilo come il tuo. Dalle tue mani io voglio ricevere oggi il tuo Figlio e dalle mani di Giuseppe, come insieme lo deste ai devoti Pastori e ai santi Re Magi. O santi Pastori, che andaste alla Grotta all'invito d'un Angelo, quali nobili esempi mi porgete voi! Voi camminate tutti insieme verso la stalla con premura e con prontezza. Non aspettate nemmeno il giorno, partite nella notte, correte con confidenza e abbandonate senza inquietudine il vostro gregge alla custo­dia di chi vi chiama... Quanto son io lontano dal vostro fervore! Anima mia, cammina anche tu con premura e senza fermarti, nella via che ti mostra l'Angelo del Signore, che sulla terra è il Sacerdote. Se vuoi giungere alla perfezione cui Dio ti chiama, devi tendervi con ardore e con prestezza. O Santi Re Magi, prestatemi la vostra Fede. E voi, Milizie celesti che inneggiaste al nato Messia in quella avventurata notte, aiutatemi in questo solenne momento e pregate per me. O Maria, compatisci la mia miseria. E per le infinite grazie che ricévesti nei nove mesi in cui Gesù fu rinchiuso nel tuo seno, impetrami un cuore ardente per desiderarlo, un cuore puro per riceverlo, un cuore costante per non perderlo mai più.

(Si dice l'Orazione Per chiedere a Gesu' Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la domanda alla Beatissima Vergine di Pompei, come sono a pag. 7)

PREGHIERE DOPO LA COMUNIONE

Eccoti, o mio celeste bambino, rinchiuso nel mio petto, peggiore assai e più povera dimora che non la stalla in cui nascesti. Chi mai ti spin­se a questo atto tenerissimo di amore e di profondissima umiliazione? Mi prostro ai tuoi piedi e ti adoro cogli atti stessi di adorazione che appena nato ti fecero Maria e Giuseppe. Ti credo e ti confesso per mio Dio, benché in forma di bambino, avvolto in poveri panni. Aumenta tu la mia fede. Con lo spirito e col cuore mi unisco a questi pii pastori e agli Angeli del Cielo, coi quali ti adoro e ti glorifico, ti lodo e ti ringrazio. Che cosa ti renderò io per esserti dato tutto a me? Vorrei anch'io a somiglianza dei Re Magi farti dei doni. Ma che posso darti, io così povero, così infermo, così impuro agli occhi tuoi, imbrattato di mille colpe e di mille ingratitudi­ni? Signore, io son povero! ma non sei Tu sì ricco e potente da farmi in un momento ricco della tua grazia? Ti offro, dunque, quel che ho. Questo cuore lo dono a te; rendilo puro, umile come il tuo. Ti dono la mia volontà e tutte le facoltà dell'anima mia; tutto il corpo e i sensi miei, affinché io non viva che per te, non desideri che te, non ami altro che te. Dimentica i peccati che ho commessi, e guarda ai desideri che tu stesso m'ispiri. Io bramo di pregarti, di amarti e di asciugar le lacrime che spargi per me; ma vi è in me qual­che cosa che ti fa piangere, e che il mio acceca­mento m'impedisce di conoscere. Tu, Signore, che vedi il fondo dell'anima mia, sana in lei i mali che mi affliggono, e concedimi i beni che mi desideri, o mio Gesù, o mio Padre, mio Sposo, mio unico Bene. Ora comprendo che è assai meglio andare in una casa di pianto, che in una casa di gioia, poiché i pianti di questa vita producono la felicità dell'altra. Io, dunque, voglio mille volte piuttosto entrare nella stalla dove Tu piangi, che nei palazzi dove gioiscono i grandi del mondo. La gioia più pura sulla ter­ra si gusta col piangere con te. Abbracciami, dunque, affinché piangiamo insieme, Tu per l'amor mio ed io per l'amor tuo. Quante dolcez­ze Tu comunichi a coloro che piangono con te! Tieni, dunque, da me lontani i piaceri del mondo e di questo corpo, affinché non resti dal peso della carne oppresso lo spirito, ma ti pos­segga sempre, sempre. Per mezzo vostro, o caro mio padre S. Giuseppe, o tenera Madre mia Maria, intendo fare questi doni al vostro Figlio bambino, affinché gli siano accetti; e Voi ricambiatemene col vostro amore e con l'amore di Gesù. Amen.

(Seguono le Orazioni Per domandare la grazia di cui si ha bisogno, e le altre Invocazioni e Preghiere per acquistare le Indulgenze, da pag. 8 a pag. 9).

GRAZIA DELLA VERGINE DEL ROSARIO DI POMPEI IN PRESICCE: guarigione prodigiosa al cominciarsi dei Quindici Sabati.

Il Rev. Sac. Andrea Sponsiello Cera, di Presicce in Terra d'Otranto, scriveva all'Avv. Bartolo Longo, Direttore de Il Rosario e la nuova Pompei, il seguente avvenimento, che fu pubblicato in quel Periodico nel quaderno di Maggio 1888. «Il più giovane dei Sacerdoti di questo Comune, di nome D. Cesario Chiazzato, dopo cinque mesi di ostinata emottisi, sorpreso alla fine da una pleurite, venne nel Giugno del 1886 presso a morte. Nessuno degli umani mezzi fu lasciato intentato: ma con nessun profitto! Si pensò ben tosto di ricorrere ai divini; ma anche questi si mostrarono infruttuosi. Il giovane Sacerdote doveva irreparabilmente morire tisico. Il giorno 19 di quel mese io mi trovavo a Roma per mie particolari faccende, quando mi ebbi da un mio confratello Sacerdote una lettera, che finiva così: Il povero nostro Don Cesario è dispiaciuto perché voi non potete trovarvi ai suoi funerali!... Punto da vivo dolore, pensai non avervi altro espediente che ricorrere di persona alla Vergine taumaturga del Rosario, al suo caro Santuario di Pompei, e andare a bagnare di lagrime il suo Altare, e strapparle a forza di preghiere la grazia. La sera del dì seguente corsi da Roma a Napoli; e la mattina del 21 mi recai in Valle di Pompei. Celebrai la santa Messa all'Altare della Madonna, e la pregai con tutto il cuore che volesse mostrare la sua potenza a pro del mio carissimo confratello morente. Intanto in quello stesso giorno (21 di Giugno) otto medici, chiamati in consulto, lo avevano spacciato, e gli avevano assegnato poche ore di vita. L'infermo, munito dei Sacramenti, aspettava da un momento all'altro la morte. La sua agonia si protrasse a lungo; sicché quando io tornai a casa, che fu il giorno 23, lo trovai tuttora moribondo. La sua penosissima agonia durò anche pei giorni 24 e 25 Giugno; e tutti non solo in Presicce, ma ancora nelle vicine parrocchie di Acquarica del Capo, di Barbarano e altrove, pregavano il Signore che ridonasse la vita all'infermo; o almeno con una subita morte lo togliesse a uno stato così miserando. La sera del 25 Giugno, era di Venerdì, nel prendere commiato dall'agonizzante (credevo di farlo per l'ultima volta), gli dissi: - Don Cesario, domani comincerà la fun­zione pei Quindici Sabati del Rosario, che pia­cendo a Dio, faremo come ne' sei anni passati. Parecchie anime pie pregheranno per la vostra vita temporale, se ciò torna di gloria a Dio, ovvero per l'anima vostra, se a Lui così piace! L'infermo, che non parlava da parecchi di, accennò col capo di gradire la nostra carità. La mattina del di seguente (Sabato 26 Giugno) mi recai dall'agonizzante, che io reputavo spirato: ed oh, meraviglia! lo trovai rimes­so,che dormiva da mezz'ora. Non credevo a me stesso! Uscii per andare in chiesa, e ringraziare la Regina del Rosario, quando m'imbattei nel medico curante. Tutto giulivo in viso gli annunziai che D. Cesario era salvo. Ma il medico mi rise in faccia, e - Don Cesario è spirato! - mi rispose con gravità. Turbato e sconcertato a quello improvviso annunzio, torno immediatamente a casa dell'infermo; e che vedo! il caro giovane Sacerdote non solo vivo, ma quasi sano!... Da quell'ora il suo miglioramento progredì di giorno in giorno, sì che nella festa del Rosario, la prima Domenica di Ottobre, poté assistere senza incomodo a tutte le funzioni sacre, che si fecero per la solenne festività. Oggi il nostro Don Cesario è vivo e sano con meravi­glia di tutti, compresi i medici; e noi diamo gloria alla Madonna di Pompei, che ce lo ha ridonato! La presente relazione, che io attesto e con­fermo nella sua parte sostanziale, può essere confermata da tutto questo popolo che ritiene e proclama miracolosa la guarigione del nostro amatissimo D. Cesario Chiazzato». «Sac. Andrea Sponsiello Cera»