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I QUINDICI SABATI DEL SANTO ROSARIO DI POMPEI

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Secondo Sabato




SECONDO MISTERO GAUDIOSO: LA VISITA DI MARIA SANTISSIMA (Luca 1,39-56)

Meditazione:
I. La grazia dello Spirito Santo non ammette lungo ritardo: vuole fedele corrispondenza, ed esige pronta risoluzione. E Maria, docile ai movimenti dello Spirito Santo, corrisponde subito a Dio. Non appena concepisce nel suo seno il Redentore degli uomini, è pronta a soddisfare il desiderio di Lui, di beneficare il genere umano e distruggere il peccato. Iddio voleva santificare il Precursore Giovanni, incatenato col peccato originale, manifestare la gloria e la potenza del suo Figlio fin dai primi momenti della sua Incarnazione e riempire le due avventurate madri di una nuova allegrezza e di nuove grazie. Maria, tutta piena di amor di Dio e di carità del prossi­mo, nonostante il cammino malagevole, le vie difficili, la sua giovinezza, la delicatezza del suo sesso, il suo presente stato di Madre del Figlio di Dio, sollecitamente lascia la sua umile dimora di Nazaret in Galilea, e intraprende il lungo e faticoso viaggio sino ai monti della Giudea. Quante buone ispirazioni hai soffocate in te, anima mia, cui forse erano legati disegni particolari di Dio per la gloria sua, per la salvezza tua, e per il vantaggio del prossimo!. Guarda: Elisabetta, già inoltrata negli anni, attende un figlio; ella ha bisogno di una confi­dente che l'aiuti e la consoli. E l'amorosa Vergine che vince in amore e in bellezza i Serafini, non è tarda a risolversi, non va lenta nel suo viaggio, ma con fretta. Le è forte stimolo la carità del prossimo. L'amore di Dio, quan­do regna nel cuore, non resta mai ozioso, eccita sempre l'animo al bene del prossimo senza avere rispetto alle proprie inquietudini; poiché l'amore di Dio e quello del prossimo è uno stesso amore, il quale ora si rivolge alla causa ed ora agli effetti, ora al Creatore ora alle crea­ture. Questa virtù sola guida ed anima Maria, e non l'amore dello svago e del piacere, non quel desiderio di vedere e di essere veduta, quella curiosità e quella ostentazione, che sono, per non dire di più, i frequenti motivi delle visite che noi facciamo. Specchiati, anima mia, nella vera e fervorosa carità di Maria; umiliati e con-fessa che non hai il vero amore di Dio. O Madre mia divina, Madre di amore, mostra anche a me cotesta tua copiosa carità; abbi pietà di me infelicissima creatura, che tante volte ha ricalcitrato a Dio. Accendimi del tuo santo amore, stringimi forte con le tue cate­ne ad amare Dio sopra tutte le cose e il prossi­mo come me stesso.

II. Oh, quante virtù in questo viaggio di Maria! La sua profonda umiltà che non le lascia considerare l'eminenza della sua dignità, l'infi­nita differenza tra il Figlio ch'Ella porta e quel­lo di Elisabetta! L'Ancella del Signore non conosce quelle riserve del ceto nobile, quelle leggi bizzarre che la vanità del mondo vuole osservare con tanto scrupolo, e che l'amor pro­prio ha immaginate, introdotte, ed esige con tanta severità. Considera come Maria salutò Elisabetta. La vera carità previene gli altrui desideri senza alcun temporale interesse. Se la carità divina non ci avesse prevenuti, e non ci prevenisse tutti i giorni, avremmo noi conosciuto Iddio? pense­remmo noi a Lui? Al saluto di Maria, a quella voce fatta organo del Verbo di Dio, segue il più grande di tutti i miracoli: Gesù, dal seno di sua Madre, santifica l'anima di Giovanni che esulta nel seno della propria madre, e riempie Elisabetta di Spirito Santo. Cristo manifestò la virtù della sua divi­nità prima per mezzo della propria Madre e poi per se stesso. Anche la presenza di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento dell'Altare opera i più ammirabili effetti sui veri fedeli. Impara, anima mia, che ciò che aspetti dal Cielo, solo per mezzo di Maria puoi ottenere. La prima grazia comunicata agli uomini dal Verbo incarnato l'ha fatta dal seno e alla voce di Maria. O Madre di grazie, quanto è mai potente la tua voce! Falla sentire al mio cuore, o almeno falla sentire al tuo Figlio in favore mio! O Vergine Santa, come mai posso degnamente lodarti e celebrarti? Lo imparerò da Elisabetta, e ad alta voce con lei esclamerò finché avrò vita: "Benedetta Tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo" (Lc 1, 42). Come mai l'eresia ardirà biasimare gli onori che rendiamo alla Madre di Dio, onori ispirati dallo Spirito Santo, ed inseparabili da quelli che dobbiamo rendere al Figlio?

III. Elisabetta continua: "A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?" (Lc 1,43). Elisabetta conosce la grandezza del Figlio di Maria e lo chiama suo Signore... Abbiamo noi i medesimi sentimenti per Gesù Cristo, quando ci visita? La sua divina presenza e la sua grazia nel Sacramento adorabile del suo Corpo e del suo Sangue imprimono in noi i medesimi tra-sporti di giubilo, di fede e di umiltà? Elisabetta poi per lume divino riconosce in Maria la Madre di Dio, e soggiunge: "E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,45>. Tutto si avvererà a suo tempo. Fu allora che Maria, piena di luce e di gra­zia, di riconoscenza e di amore, con l'animo veramente umile, fedele alle grazie del suo Dio, penetrata delle sue misericordie, cantò quel cantico divino di riconoscenza e di amore, di profezia e di lode perfetta degli attributi di Dio. Ci ammaestra Ella del presente, e profetizza di sé quello che avverrà presso tutte le generazio­ni: "L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spi­rito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le gene­razioni mi chiameranno beata" (Lc 1, 46-48). Rimembra il bene che Dio ha fatto nel passato: "Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore" (Lc 1, 51). Predice l'avvenire e la fede nella durata delle promesse al popolo di Dio per tutti i seco­li sino alla fine del mondo: "... di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono ... come aveva promesso ad Abramo e alla sua discendenza per sempre" (Lc 1, 50 e 55). Anima mia, quando il falso splendore e la illusione delle grandezze umane ti allettano, riconosci Iddio solo grande, e tutto riferisci a sua gloria. Quando le lusinghe dei piaceri ten­tano sedurti, pensa che in Dio solo vi è una certezza soda, piaceri puri e durevoli. Quando il veleno della lode, o i raggiri dell'amor proprio ti affascinano, rientra nel tuo niente, e richiama al tuo cuore, ciò che non poté far Maria, la memoria umiliante dei tuoi peccati. O Maria, da quell'istante Tu ti mostrasti vera Madre delle grazie, e da questo momento io Spero, per la virtù di questo Mistero del tuo Rosario, che Tu mi dia grazia di amare assai Gesù Cristo e di salvarmi l'anima; giacché Tu sei la Dispensiera universale delle grazie, e per­ciò la Speranza di tutti e la Speranza mia. Ringrazio Dio che mi ha fatto intendere che principalmente per i meriti di Gesù Cristo e poi per la tua intercessione io mi devo salvare. O Maria, prega per me, e raccomandami al tuo Figlio. Le tue preghiere non hanno ripulsa: sono preghiere di Madre presso un Figlio che tanto ti ama. E Tu meglio di me conosci le mi-serie e le necessità mie, né so quali grazie più mi occorrono. Nelle tue mani mi abbandono, fido in te Tu mi devi salvare. Amen.

Virtù - Carità. Fioretto - Esercita la carità verso il prossimo, visitando ospedali o luoghi di miserie o infermi o carcerati, o soccorrendo qualche povero. Nelle ricreazioni e visite di cortesia parla di Dio. Soccorri, specialmente le Anime del Purgatorio, applicando per esse Rosari, Comunioni, Messe, Indulgenze, elemosine e mortificazioni. È molto proficuo per te e per quelle Anime il così detto "Atto eroico", cioè di offrire a Dio a sollievo delle Anime Purganti i meriti di tutte le tue buone opere, per sempre. Giaculatoria - O Maria, benedetta fra le donne, visita l'anima mia e salvala.

PREGHIERE PRIMA DELLA COMUNIONE

Adoro, o mio Gesù, gli alti e infiniti disegni della tua sapienza e della tua misericordia. Tu, appena disceso nel mondo, volesti compiere il primo prodigio per mezzo di Maria, della Madre tua, per mostrarcela di buon'ora nostra Corredentrice e Dispensatrice delle tue grazie: sii benedetto! Una sola visita di Maria portò letizia alla casa di Elisabetta, santificò Giovanni nel seno di lei, consolò Zaccaria che sciolse la sua lingua alle lodi di Dio. Quali grandi beni non debbo io dun­que sperare oggi che riceverò la visita del Figlio di Dio, dello stesso Autore di ogni grazia? Intendo: nessuna grazia Tu fai che non passi per le mani di tua Madre: essa è la Madre degli uomini, l'Avvocata dei peccatori. Ebbene, o Vergine Santa, compi oggi l'ufficio tuo di nostra Corredentrice. Affrettati a visitare presto la pove­ra casa dell'anima mia, e portaci il tuo Gesù, che l'abiti, che la possegga da signore. La tua e la sua visita, son certo, non saranno infruttuose. La Madre delle grazie, la Benedetta fra le donne, non può non intenerirsi alla vista di tanta miseria e di tanta desolazione. L'anima mia è inferma di molti mali, di affetti sregolati, di abitudini cattive e di peccati commessi: mali pestiferi che la con­ducono a morte eterna. Tu la puoi far ricca, o tesoriera di Dio, e Tu la guarisci oggi con le Carni immacolate e col Sangue prezioso del tuo Figlio. Ecco, io confesso la mia indegnità, non son degno che Tu venga a visitarmi; ma solo dì una parola al tuo benedetto Figlio, e sarò sanato. O Maria, Tu sei beata perché credesti: presta-mi dunque la tua fede, la tua purità, la tua umiltà, la tua carità. O Elisabetta, che fosti ripiena di Spirito Santo, fammi parte del tuo gaudio e della tua umiltà. O Giovanni Battista, santificato al suono della voce di Maria, coprimi della tua santità, affinché meno indegnamente riceva la visita di Gesù e di Maria nel mio cuore. S. Giuseppe, Sposo di Maria, con gli affetti tuoi purissimi accompagnami ora che vado a ricevere il tuo Gesù dalle mani della tua puris­sima Maria. E voi, Angeli del Signore, che accompagna­ste la vostra Regina sulle montagne della Giudea, e foste testimoni del primo prodigio operato da Gesù per Lei, voi accompagnatemi e sorreggetemi in questo istante, in cui per infini­ta sua degnazione, un Dio visita la sua creatura e la rende per grazia simile a Se!

(Si dice l'Orazione per chiedere a Gesù Cristo la grazia della quale si ha bisogno, e la domanda alla Beatissima Vergine di Pompei, come sono a pag 7).

PREGHIERE DOPO LA COMUNIONE

Chi mi dirà le parole di gratitudine e di rico­noscenza, o buon Gesù, per sì segnalato benefi­cio ora elargitomi? E come ti sei abbassato tanto da venire a visitare questa miserabile anima mia? Oh, quanto vorrei avere gli affetti, la riconoscenza, la fede, la pietà, l'umiltà di Elisabetta e di Zaccaria per lodarti degnamente, o mio Dio. Ma perché Tu stai in me, con essi ti ringrazio e ti lodo: A che debbo che il mio Signore e mio Dio venga a me?... Benedetto il Signore Dio di Israele, perché ha visitato ed ha redento il suo popolo. Si, Gesù mio, io ti venero, ti adoro, ti ringra­zio e ti amo. Ti benedico con tutte le benedizioni che ti danno in Cielo gli Angeli e i Santi ed in terra le anime giuste, con tutte le benedizioni che ti darebbero tutte le creature possibili, se fossero create, se fossero salve e sante. Ti amo con tutta l'anima mia. Intendo amarti in ogni istante della mia vita. Voglio contraccambiarti con tante benedizioni e con tanto amore, ripa­rando i delitti di quelli che bestemmiano, oltraggiano, rinnegano te, Dio mio, Creatore mio, Salvatore mio, Redentore mio. Ti amo infi­ne col tuo medesimo Cuore, con quell'amore che Tu hai alla SS. Trinità, alla tua Vergine Madre Maria, con quell'amore che hai per me stesso, per cui ti sei fatto uomo, sei morto in Croce e rimani in questo Sacramento. E Tu, Madre delle grazie, e Madre mia caris­sima, degnati di visitarmi: non intendo già sen­sibilmente, come hai fatto a tanti tuoi servi e devoti, ma con la tua grazia, col tuo amore, con la tua protezione, col tuo Gesù, affinché Gesù non mi sia tolto giammai, e io non lo offenda mai più. Fammi sentire nel cuore la tua voce dolce di Madre e di Regina delle grazie, affin­ché inebriato da tanta dolcezza, disgusti tutti i piaceri dei sensi e della terra, e gusti solo il ser­virti e l'amarti. E visitami sopra tutto nel punto della morte. Difendimi allora dai nemici, con­ducimi Tu stessa al tuo Gesù affinché insieme con lui ti lodi, ti ami e ti benedica in eterno: mentre oggi non lascerò di ripetere il Cantico delle tue profezie: L'anima mia magnifica il Signore.

(Seguono Le orazioni per domandare la grazia di cui ai ha bisogno, e le altre Invocazioni e Preghiere per acquistare Le Indulgenze, da pag. 8 a pag. 9).

LETTURA. GRAZIA DELLA VERGINE DEL ROSARIO DI POMPEI.FLAVIA CILEA, SUORA DELLA CARITÀ: inferma da dodici anni, compiuti i Quindici Sabati, guarisce entrando nel Santuario di Pompei.

Una suora di Carità, chiamata Flavia Cilea, dimorava nel 1887 nell'Orfanotrofio diretto dalle benemerite Suore di Carità in un borgo presso Caserta detto S. Nicola la Strada. Di costi­tuzione gracile, estenuata di forze per fatiche sostenute, Suor Flavia, nel Settembre di quell'anno, fu presa da dolori acutissimi alla spina dorsale. Il Dott. Luigi Menditto, medico curante del pio Istituto, vedendola in quello stato, rivelò alla Superiora del Collegio e alla Superiora Provinciale un triste avvenire! - La povera Suor Flavia era presa da spini­te, terribile malattia alla spina dorsale, che para­lizza le gambe non solo, ma porta alla tomba. Accorate e atterrite le suddette Superiore per la pessima prognosi, posero in opera quanto la carità poteva loro suggerire. Ma vane tornarono tutte le affettuose loro cure, vani i rimedi dell'arte poiché Suor Flavia peggiorando di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno, si ridusse in uno stato miserando. Fu visitata dal celebre Professore Salvatore Tommasi, il quale afferma essere ella affetta da mielite con sclerosi a placche, malattia di pessima indole e incurabi­le, malattia che la avrebbe fatta indicibilmente soffrire. Infatti, in breve la poverina divenne vittima di sofferenze inaudite. Soffriva di acutissime nevralgie alla testa, al petto, alle spalle, e attacchi continui al cuore, reso debolissimo per la malat­tia alla spina.

Infranta dalle continue sofferenze, abbattuta dalla mancanza assoluta di cibo a cagione della grande inappetenza e della difficile digestione, ella era ridotta ad uno stato di abbattimento da non aver la forza, non dico di parlare, ma di for­mulare un pensiero. Si aggiunge a tante pene, l'avere le gambe paralizzate in modo da non potersi reggere in piedi, né dare un passo. In quella contrada non si conosceva la recente Opera della fondazione del Santuario dedicato alla Vergine Santissima del Rosario nella Valle di Pompei: s'ignoravano i prodigi di guarigioni che la potentissima comune Madre nostra operava, e quindi non si aveva la minima devozione al por­tentoso titolo di Nostra Signora di Pompei. Quando un bel di un'altra buona e semplice Suora, Suor Maria Vincenza Palmieri, raccontò alle sue consorelle di aver sognato la Vergine Santissima del Rosario, che entrava nella camera ov'era Suor Flavia, ed avvicinandosi al letto, rivolta all'infermiera, aveva così parlato: Prega e confida in Me che guarirai. Al racconto del sogno, Suor Flavia, che già sentivasi prossima alla morte, rispose a Suor Palmieri e alle altre che erano presenti: - Sorelle care, v'ingannate: la Vergine vuol prendermi con ... Dovrò finire e presto. Poco dopo, certo per disposizione della Prov­videnza, ecco giungere colà un fascicolo del Periodico IL Rosario e la Nuova Pompei. Venne subito ,offerto alla paziente, la quale si pose a leg­gerlo di gran gusto. Era il quaderno che riportava il meraviglioso miracolo ottenuto dalla Signorina Fortunatina Agrelli di Napoli nell'8 Maggio del 1884, dopo che la SS. Vergine del Rosario di Pompei, apparendo alla moribonda giovane napoletana, le aveva insegnato il modo di ottenere da lei le grazie. La prima impressione che provò Suor Flavia fu quella dello stupore. Poi indotta da una certa speranza, si fece anch'essa a pregare con tutto quel fervore che poteva. Ed incominciò a fare la prima Novena: poi ne intraprese la seconda, e poi anche la terza, recitando ogni giorno il Rosario intero delle quindici decadi, conforme l'indicazione data dalla Vergine alla signorina Agrelli. Il venerando Confessore della Comunità, illustrissimo Can. Don Raffaele Michitto, la esortava a perseverare nella preghiera alla Madonna di Pompei, e a confidare.

Però il Signore, per fini solo a lui noti, non volle esaudirla: anzi essa peggiorò in modo che nell'Aprile 1887 fu presa da mortale meningite, da dolori folgoranti le gambe, con forti con­trazioni, e da paralisi che minacciava imminen­te catastrofe. Spedita dal medico, le furono amministrati di nuovo i SS. Sacramenti, e questa volta anche l'Unzione degli infermi. Ma nell'animo di Suor Flavia era viva, come una scintilla, la fede che per la Madonna di Pompei avrebbe essa ottenuta la vita. Difatti, dopo l'Unzione degli infermi, ritor­nate alquanto le forze, intraprese, come meglio poté, con animo fervorosissimo, la devozione tanto accetta al cuore della Madonna di Pompei, i Quindici Sabati del Santissimo Rosario, mentre continuava senza interruzione le Novene per impetrare le grazie nei casi più disperati. L'effetto corrisponde alla speranza. Ter­minati i Quindici Sabati, apparve la miglioria. Ma la Madonna non accordò pienamente la grazia al termine del prediletto esercizio; vole­va premiare la fede e la costanza di quella buona Suora qui, nel luogo della sua elezione, nel Santuario delle sue misericordie. Suor Flavia, adunque, vistasi nello stato di poter uscire dal letto, ma senza poter cammina-re, pregò caldamente la Rev.da Superiora che la mandasse a fare una visita alla Vergine Santissima nel suo Tempio di Pompei. Ma nè la Superiora, nè il medico glielo permisero per timore del lungo viaggio. Invece si pensò bene di mandarla a Portici, ove si recavano le Educande per la cura balneare. Stando a Portici, un bel giorno la Superiora le dice così di scatto: - Suor Flavia, potete andare a Pompei. Due Suore la calarono sopra una sedia, la presero in carrozza chiusa, e la condussero al tanto sospirato Santuario. Giunta al desiderato e felice luogo, discese di carrozza, e, sorretta dalle due Suore che l'accompagnavano, entrò in chiesa. Ed oh, meraviglia! Entrò in quell'Arca Santa, in cui Dio ha messo come una fontana probatica. La percorse in tutta la lunghezza, senza sentire dolore o stanchezza di sorta. Si prostrò, venerò piangendo la Madre nostra Santissima, fece la Santa Comunione. In quel punto ebbe termine quell'ostinata e lunga malattia, che per ben dodici anni l'aveva orribilmente travagliata; e cominciò da quell'ora a rendere all'augusta Regina di Pompei le più vive azioni di grazie. Di tanta grazia, di tanto fervore ella confes­sa pubblicamente essere debitrice alla potente nostra Regina del Rosario di Pompei. Questo fatto straordinario venne pubblicato nel Rosario e la Nuova Pompei, nel quaderno di Novembre del 1889, corredato dagli attestati e dalle firme della Superiora delle Suore di Carità, Suor Angelica Cern, dal Confessore dell'Istituto, il Rev. Can. Raffaele Michitto, dall'attestato dell'Illustrissimo Vescovo di Caserta, Mons. Errico dei Marchesi De Rossi, e dall'attestato del medico curante Dottor Luigi Menditto.